VOCI DAI SERVIZI SEGRETI ITALIANI: ALMENO IL DOPPIO I TALEBANI LIBERATI -PARISI FURIBONDO CON PRODI E D'ALEMA: "I NOSTRI SERVIZI ERANO RIUSCITI A TROVARE LA STRADA PER LIBERARE MASTROGIACOMO, MA È STATO LORO IMPEDITO" - STRADA, MINISTRO DEGLI ESTERI.
Francesco Verderami per il Corriere della Sera
Cosa nasconde la pesante reazione dell'Amministrazione americana nei confronti del governo italiano per il modo in cui ha gestito il rilascio di Daniele Mastrogiacomo? E come mai alle critiche degli Stati Uniti sono seguite nel giro di poche ore quelle del Foreign office inglese e del ministro degli Esteri olandese? Forse la chiave per chiarire i motivi della tempesta diplomatica che ha investito palazzo Chigi e la Farnesina, sta nella frase pronunciata ieri dal rappresentante del Dipartimento di Stato americano: «Gli Usa sono sorpresi dalle concessioni offerte ai talebani».
Quali sarebbero le «concessioni»? Si tratterebbe solo dei cinque terroristi di cui è stata fornita l'identità? O è vero - come sostengono fonti italiane accreditate - che i talebani scarcerati nello scambio con il giornalista di Repubblica sarebbero «almeno il doppio»? E che nell'elenco figurerebbero «nomi di spicco» del terrorismo afghano? Ieri un esponente del governo ha ammesso che «la voce è giunta in Italia dall'Afghanistan attraverso i canali dei servizi», e sebbene «non trovi al momento conferma», avrebbe «un certo grado di attendibilità».
Se davvero la vicenda fosse andata così, allora si capirebbe la mossa degli Stati Uniti e degli altri Paesi alleati, preoccupati di quanto il titolare della Difesa aveva già spiegato al premier: «Così in Afghanistan si aprirà la caccia agli stranieri». Se in più si aggiunge che la gestione del rapimento è stata strappata alle strutture dello Stato e affidata al fondatore di Emergency, s'intuisce perché Parisi sia furibondo con Prodi e con D'Alema. «Quel che avevo da dire a Romano l'ho detto», ha ripetuto ieri il ministro: «I nostri servizi erano riusciti a trovare la strada per liberare Mastrogiacomo, ma è stato loro impedito. Ora dovremo fare i conti con le ripercussioni che rischiano di essere pesanti».
Gli effetti dirompenti di quella scelta sono già evidenti. E anche il Quirinale ne è preoccupato. Tutti conoscono il rigore del capo dello Stato, e Prodi come D'Alema sanno che avrebbe preferito una gestione più lineare e più riservata del caso. Invece «le contraddizioni e la confusione nel governo» - così racconta Parisi - uniti ai modi sprezzanti del dottor Strada nei riguardi dei servizi italiani, hanno provocato «un grave danno all'immagine dello Stato», e la «perdita di credibilità» agli occhi degli alleati. E chissà se Napolitano è a conoscenza di alcuni dettagli della vicenda, svelati ieri da un esponente della Farnesina: il fondatore di Emergency non solo avrebbe chiesto di dare l'annuncio ufficiale del rilascio di Mastrogiacomo, ma si sarebbe addirittura impuntato per riportare il giornalista in Italia a bordo di un aereo della sua organizzazione.
La prima richiesta è stata per certi versi esaudita. La seconda è stata cassata. Nella maggioranza, dopo l'esito positivo del rapimento, inizia a emergere il malcontento. Follini, fresco di fiducia a Prodi, dice che «non si può affidare a Gino Strada la gestione della politica estera italiana», e che «va subito voltata pagina». Ma quella pagina non può essere stracciata, anzi è stata una pagina fondamentale per la sopravvivenza dell'esecutivo. Così almeno sostiene Cossiga, secondo cui «D'Alema si è affidato a Strada perché nel governo erano terrorizzati. Temevano che se fosse capitato qualcosa a Mastrogiacomo il governo sarebbe caduto subito. D'altronde i legami con Emergency sono forti, tanto che in Finanziaria ci sarebbero dei fondi assegnati all'organizzazione».
Le mosse di Stati Uniti, Gran Bretagna e Olanda sono state accolte con fastidio da Prodi. Intento a consultare i partiti sulla legge elettorale, il premier ha risposto a monosillabi a quanti - come il segretario del Pri Nucara - gli chiedevano spiegazioni. «Probabilmente si tratta di militari americani», aveva commentato il ministro Chiti, presente all'incontro. «E comunque - ha tagliato corto Prodi con una piega sul volto - quelle di Washington non sono dichiarazioni ufficiali». «Se lo diventassero - è la tesi di Nucara - al governo italiano non resterebbe che ritirare immediatamente il contingente militare dall'Afghanistan, perché non si possono mettere a repentaglio le vite dei soldati e dei civili italiani impegnati lì».
È vero che le dichiarazioni americane sono state affidate a un portavoce anonimo, e sarà pur vero - come ha annotato D'Alema nel report per la Farnesina - che nel colloquio con la Rice «non c'è stato alcun contrasto di rilievo». Epperò la sequenza di dichiarazioni delle cancellerie, somiglia tanto alla lettera con cui gli ambasciatori alleati alcuni mesi fa cercarono di imprimere una svolta alla presenza dell'Italia in Afghanistan. Per il governo ora l'emergenza è sul fronte internazionale. Su quello interno - malgrado Berlusconi denunci la «perdita di credibilità del Paese» - Prodi non dovrebbe aver problemi in vista del voto al Senato sul decreto per le missioni militari. Ieri pomeriggio il premier fremeva in attesa di un segnale, che è puntualmente arrivato attraverso le agenzie di stampa: «L'Udc voterà a favore del provvedimento».
Dagospia 22 Marzo 2007
Cosa nasconde la pesante reazione dell'Amministrazione americana nei confronti del governo italiano per il modo in cui ha gestito il rilascio di Daniele Mastrogiacomo? E come mai alle critiche degli Stati Uniti sono seguite nel giro di poche ore quelle del Foreign office inglese e del ministro degli Esteri olandese? Forse la chiave per chiarire i motivi della tempesta diplomatica che ha investito palazzo Chigi e la Farnesina, sta nella frase pronunciata ieri dal rappresentante del Dipartimento di Stato americano: «Gli Usa sono sorpresi dalle concessioni offerte ai talebani».
Quali sarebbero le «concessioni»? Si tratterebbe solo dei cinque terroristi di cui è stata fornita l'identità? O è vero - come sostengono fonti italiane accreditate - che i talebani scarcerati nello scambio con il giornalista di Repubblica sarebbero «almeno il doppio»? E che nell'elenco figurerebbero «nomi di spicco» del terrorismo afghano? Ieri un esponente del governo ha ammesso che «la voce è giunta in Italia dall'Afghanistan attraverso i canali dei servizi», e sebbene «non trovi al momento conferma», avrebbe «un certo grado di attendibilità».
Se davvero la vicenda fosse andata così, allora si capirebbe la mossa degli Stati Uniti e degli altri Paesi alleati, preoccupati di quanto il titolare della Difesa aveva già spiegato al premier: «Così in Afghanistan si aprirà la caccia agli stranieri». Se in più si aggiunge che la gestione del rapimento è stata strappata alle strutture dello Stato e affidata al fondatore di Emergency, s'intuisce perché Parisi sia furibondo con Prodi e con D'Alema. «Quel che avevo da dire a Romano l'ho detto», ha ripetuto ieri il ministro: «I nostri servizi erano riusciti a trovare la strada per liberare Mastrogiacomo, ma è stato loro impedito. Ora dovremo fare i conti con le ripercussioni che rischiano di essere pesanti».
Gli effetti dirompenti di quella scelta sono già evidenti. E anche il Quirinale ne è preoccupato. Tutti conoscono il rigore del capo dello Stato, e Prodi come D'Alema sanno che avrebbe preferito una gestione più lineare e più riservata del caso. Invece «le contraddizioni e la confusione nel governo» - così racconta Parisi - uniti ai modi sprezzanti del dottor Strada nei riguardi dei servizi italiani, hanno provocato «un grave danno all'immagine dello Stato», e la «perdita di credibilità» agli occhi degli alleati. E chissà se Napolitano è a conoscenza di alcuni dettagli della vicenda, svelati ieri da un esponente della Farnesina: il fondatore di Emergency non solo avrebbe chiesto di dare l'annuncio ufficiale del rilascio di Mastrogiacomo, ma si sarebbe addirittura impuntato per riportare il giornalista in Italia a bordo di un aereo della sua organizzazione.
La prima richiesta è stata per certi versi esaudita. La seconda è stata cassata. Nella maggioranza, dopo l'esito positivo del rapimento, inizia a emergere il malcontento. Follini, fresco di fiducia a Prodi, dice che «non si può affidare a Gino Strada la gestione della politica estera italiana», e che «va subito voltata pagina». Ma quella pagina non può essere stracciata, anzi è stata una pagina fondamentale per la sopravvivenza dell'esecutivo. Così almeno sostiene Cossiga, secondo cui «D'Alema si è affidato a Strada perché nel governo erano terrorizzati. Temevano che se fosse capitato qualcosa a Mastrogiacomo il governo sarebbe caduto subito. D'altronde i legami con Emergency sono forti, tanto che in Finanziaria ci sarebbero dei fondi assegnati all'organizzazione».
Le mosse di Stati Uniti, Gran Bretagna e Olanda sono state accolte con fastidio da Prodi. Intento a consultare i partiti sulla legge elettorale, il premier ha risposto a monosillabi a quanti - come il segretario del Pri Nucara - gli chiedevano spiegazioni. «Probabilmente si tratta di militari americani», aveva commentato il ministro Chiti, presente all'incontro. «E comunque - ha tagliato corto Prodi con una piega sul volto - quelle di Washington non sono dichiarazioni ufficiali». «Se lo diventassero - è la tesi di Nucara - al governo italiano non resterebbe che ritirare immediatamente il contingente militare dall'Afghanistan, perché non si possono mettere a repentaglio le vite dei soldati e dei civili italiani impegnati lì».
È vero che le dichiarazioni americane sono state affidate a un portavoce anonimo, e sarà pur vero - come ha annotato D'Alema nel report per la Farnesina - che nel colloquio con la Rice «non c'è stato alcun contrasto di rilievo». Epperò la sequenza di dichiarazioni delle cancellerie, somiglia tanto alla lettera con cui gli ambasciatori alleati alcuni mesi fa cercarono di imprimere una svolta alla presenza dell'Italia in Afghanistan. Per il governo ora l'emergenza è sul fronte internazionale. Su quello interno - malgrado Berlusconi denunci la «perdita di credibilità del Paese» - Prodi non dovrebbe aver problemi in vista del voto al Senato sul decreto per le missioni militari. Ieri pomeriggio il premier fremeva in attesa di un segnale, che è puntualmente arrivato attraverso le agenzie di stampa: «L'Udc voterà a favore del provvedimento».
Dagospia 22 Marzo 2007