LA CRITICA, ANCHE FEROCE, AD UN PERSONAGGIO PUBBLICO È IL SALE DEL GIORNALISMO. E UN ARTICOLO NON PUÒ ESSERE PESATO COL METRO DEL CODICE PENALE (ADDIO ALLA LIBERTÀ DI STAMPA) - ECCO PERCHÉ LA CASSAZIONE HA ASSOLTO 'IL GIORNALE' E LINO JANNUZZI.

Stefano Zurlo per "Il Giornale"


La critica, anche feroce, ad un personaggio pubblico è il sale del giornalismo. E dunque un articolo non può essere pesato col metro del codice penale: altrimenti la libertà di stampa va a farsi benedire. Ecco perché la Cassazione ha assolto il Giornale e ha azzerato una condanna a tre mesi inflitta dal tribunale di Monza a Lino Jannuzzi, editorialista e oggi senatore.

Jannuzzi, il 13 marzo 2000, aveva svolto una sorta di contro-requisitoria mettendo nel mirino un pm della Procura di Caltanissetta, Anna Maria Palma, definita senza tanti giri di parole «incauta» e «sprovveduta», insieme ad altri suoi colleghi. Jannuzzi era entrato nel cantiere delle inchieste sulle grandi stragi degli anni Novanta, aveva studiato tutti i «materiali» usati dai Pm e aveva esplicitato quel che nel cantiere s'intravedeva solo: che fossero Berlusconi e Dell'Utri, nientemeno, i mandanti dei massacri di via D'Amelio e Capaci.

La Palma aveva querelato ritenendosi diffamata e prima il Tribunale e poi la Corte d'appello le avevano dato ragione. Ora la Cassazione legge con occhiali diversi quella storia e dà ragione a Jannuzzi e al suo difensore Salvatore Lo Giudice; Jannuzzi, secondo la Suprema corte, è partito da un nocciolo di verità: in quel caso le dichiarazioni di Giovanni Brusca e Salvatore Cancemi sui mandanti esterni delle stragi. Il resto appartiene appunto al diritto di critica e non è un insulto, come sosteneva il magistrato. Non è un insulto mostrare le eventuali crepe dell'altrui ragionamento ed esplicitarne la portata portandolo fino alle estreme conseguenze: in questo caso appunto le responsabilità di Berlusconi e Dell'Utri. Jannuzzi ha semplicemente svolto un ragionamento, condivisibile o no, ma pur sempre argomentato.



Come? Punto primo: «La Palma ha ritenuto compatibili le dichiarazioni di Brusca e Cancemi»; punto due: per lui «dette dichiarazioni non erano compatibili» per il diverso spessore dei due personaggi; infine Jannuzzi ha fatto due più uno, svelando quel che si leggeva fra le righe della requisitoria svolta dalla Palma in aula per il Borsellino ter: «Gli accertamenti in corso sul conto di Berlusconi e Dell'Utri». Di qui la conclusione choc, attribuita alla Palma: «È ormai sufficientemente provato che i mandanti delle stragi sono Berlusconi e Dell'Utri». Falso? Può essere definito «incauto e sprovveduto» un giornalista perché mette in fila questi passaggi?

La domanda può essere ribaltata: può essere punito un corsivista perché mettendo nella pentola gli stessi ingredienti arriva a una conclusione diversa, o apparentemente diversa? Si può condannare un giornalista perché mette in fila come piloni gli elementi a disposizione e costruisce un ponte a regola d'arte? No, non si può, anche se l'articolo non è una successione di «complimenti ma di locuzioni atte a ledere la reputazione» del bersaglio. L'essenziale è partire da dati certi e sviluppare con coerenza il pensiero: «Ciò che distingue la critica dall'invettiva è il fatto che la prima è argomentata, la seconda è gratuita». «Io - ha spiegato in aula Lo Giudice - difendo Aristotele ancor prima di Jannuzzi».

Per carità, «il senso complessivo dell'articolo non è certo di encomio, ma anzi di feroce critica, tanto che la figura professionale del magistrato risulta alquanto sminuita».
Pazienza, il Pm in questione se ne farà una ragione, accettando le parole di chi lo bacchetta: «Il ruolo, la figura istituzionale del criticato (un magistrato delegato alla trattazione dibattimentale e al coordinamento di indagini di grande rilievo sociale e criminale) rendeva legittima la critica giornalistica». E questo, scolpisce la Cassazione, «in base al consolidato principio - base di ogni seria e severa concezione democratica - che a maggiori poteri corrispondono maggiori responsabilità». Insomma, chi sta sul piedistallo del potere «deve assoggettarsi alla penetrante attività di controllo da parte dei cittadini, controllo che si esercita anche attraverso il diritto di critica».


Dagospia 27 Aprile 2007