IL SOGNO INFRANTO DEL "NUOVO AGNELLI" - SAPETE CHI AVEVA PREVISTO COME SAREBBE ANDATA A FINIRE? GNUTTI E RICUCCI: "C´HA 45 MILIARDI D´EURO DI DEBITI .IL SALOTTO SANO LUI C´HA!" - GNUTTI: "MA VIENE A MITI CONSIGLI ANCHE LUI, L´ANNO PROSSIMO".

Alberto Statera per "la Repubblica"


"Il mercato? Che si fotta: gli italiani li devono intercettare gli italiani". Sic transit gloria mundi, con una vignetta di Tullio Altan che in dodici parole, più efficaci di qualunque editoriale, seppellisce per sempre l´epopea dei capitani coraggiosi della razza padana, che nel 1999 imbastirono la madre di tutte le privatizzazioni, e, con loro, l´homo novus del capitalismo italiano che nel lustro successivo, dal 2001, tentò di riportare l´operazione Telecom nell´alveo dei poteri forti - soprattutto sé stesso - sognando di farsi il Gianni Agnelli del ventunesimo secolo. Per la verità fu il Financial Times nel 2001 ad attribuire a Marco Tronchetti Provera l´eredità morale dell´Avvocato.

E fu seguito con entusiasmo da buona parte della spesso compiacente pubblicistica nostrana, con qualche distaccato fastidio - si racconta - dello stesso Agnelli.
Del resto, le stimmate, almeno quelle estetiche, l´uomo le ha tutte: bello, corrucciato, brizzolato, elegante - anzi l´italiano più elegante del mondo, sentenziò il Washington Post -, classe 1948, tre buoni matrimoni: con Letizia Rittatore Wonwiller, autrice di Come sposare un miliardario, Cecilia Pirelli, figlia di Leopoldo, e Afef Jnifen, l´attuale, modella tunisina ed ex moglie dell´avvocato d´affari romano Marco Squatriti, soprannominato Squatriarcos per gli stili di vita sardanapaleschi.

Nell´iconizzazione indefessa del "nuovo Agnelli" abbiamo saputo in questi anni che egli ha trascorso al vertice del colosso delle telecomunicazioni, che scia da dio, veleggia come Paul Cayard, veste Caraceni, porta scarpe su misura, se non per il tempo libero quando usa Tod´s e Prada, indossa camicie Loro Piana, orologio Audemars Piguet Royal Oak, cravatte Marinella. Il barbiere Colla garantisce che il suo "brizzolio" non ingiallisca. Nessuno ha mai rivelato da quali letture sia stata completata la cultura conferitagli dalla laurea alla Bocconi, ma tutti si sono fidati del giudizio di quel grande gentiluomo dell´ex suocero, che lo investì in Pirelli in un momento di crisi, dopo lo sfortunato assalto alla Continental, con le parole: «Marco sarà più di un capo». Enrico Cuccia ci credette e i risultati in Pirelli si videro.

Nel 2001, dopo il fallimento del "nocciolino" di Carlo Azeglio Ciampi inventato per collocare il lascito più importante dello Stato imprenditore e la successiva scalata e fuga col malloppo della razza padana, il decollo del grande disegno tronchettiano di fare di Telecom privata il crocevia di potere del nuovo capitalismo, quello che per mezzo secolo era stata la Fiat prima di Vittorio Valletta, poi di Gianni Agnelli.

Passati sei anni, Altan nella sua vignetta riassume in dodici folgoranti parole la crisi d´immagine di Telecom in seguito allo scandalo delle intercettazioni telefoniche, la crisi endemica dell´intero capitalismo italiano e della spesso dissennata politica industriale, il tutto condito dalla retorica dell´italianità. Del resto, sapete chi aveva previsto come sarebbe andata a finire? Chicco Gnutti e Stefano Ricucci, i capifila dei furbetti del quartierino, che appena due anni fa erano tutti schierati a scalare il cielo di questo tisico capitalismo autoreferenziale, quando non delinquenziale, fatto di partecipazioni a cascata, di scatole cinesi, di improbabili matrioske che partoriscono creature tarate.

Era l´estate del 2005, quando in un´intervista a questo giornale, Tronchetti, sempre misurato, quasi una sfinge - definizione che fece dire alla moglie «se lui è una sfinge io sono la sua piramide» - ci dichiarò che lui preferiva i «salotti sani» ai «salotti buoni». Il giorno dopo Ricucci, intercettato, parla al telefono con Chicco Gnutti: «.ma tu l´hai letta l´intervista di quel deficiente di Tronchetti Provera su La Repubblica di stamattina?» Gnutti: «No». Ricucci: «E leggitela va! Che parla de me e de te.. C´è tutta l´intervista del dottor Tronchetti Provera, che loro sono il salotto sano.». Gnutti: «Ah, ah». Ricucci: «.c´ha quarantacinque miliardi d´euro di debiti .il salotto sano lui c´ha!». «E sì, ma viene, viene.a miti consigli anche lui eh?» Ricucci: «E quando però?» Gnutti: «Eh, l´anno prossimo».



Come si fa a fare il crocevia del nuovo capitalismo con 45 miliardi di debiti e una partecipazione troppo fragile? Archimede diceva: datemi un punto d´appoggio e vi solleverò il mondo. Tronchetti- Archimede, caso forse unico al mondo, ci è quasi riuscito, perché con 340 milioni di euro ha ottenuto il controllo di Telecom, di conseguenza le mani in Capitalia, Mediobanca e Corriere della Sera, con un capitale investito di una settantina di miliardi, mentre gli azionisti di minoranza hanno sborsato 21 miliardi e le banche hanno concesso crediti per 45 miliardi.

Una leva finanziaria straordinaria resa possibile dalle partecipazioni a cascata e riversando il costo della scalata stessa sulla società acquisita, con l´esplosione dell´indebitamento. Se un imprenditore controlla la società con una quota piccola di capitale non c´è il rischio - come sostiene Lucian A. Bebchuk, professore della Harvard Law School - che trovi vantaggioso farsi gli affari propri, spolpare l´azienda avendone il profitto e scaricare gli oneri sugli altri soci? Per carità, non si può maramaldeggiare su Tronchetti e sul suo sogno infranto.

E´ il sistema italiano delle piramidi societarie - non la piramide incarnata dalla signora Afef - che consente il controllo da parte di un imprenditore che comanda tanto rischiando poco. Un sistema che ha favorito il formarsi di una classe dirigente mediocre, inadeguata a gestire le sfide del mercato e molto portata a favorire più gli interessi personali che quelli generali, come dimostra una ricerca del sociologo Carlo Carboni (Elite e classi dirigenti in Italia) in uscita per Laterza. Anche Tronchetti è stato sospettato e censurato duramente dall´economista Alessandro Penati per la famosa stock option formato gigante su Otusa, che portò nella sue tasche in un colpo solo 219 milioni di dollari, 146 in quelle di Giuseppe Morchio e 91,2 in quelle di Carlo Buora.

E anche per il suo "terzismo". Nel 2001 Berlusconi è approdato a Palazzo Chigi e Tronchetti, appena entrato alla Telecom, dimostra la sua volontà di collaborazione: compra le disastrose Pagine Bianche e, con la Pirelli Real Estate, la berlusconiana Edilnord per 211 milioni di euro, un prezzo giudicato troppo alto. E subito dopo evira "La 7" disinnescando la mina del Terzo Polo, progettato da Lorenzo Pellicioli e da Roberto Colaninno, che teneva alquanto in ansia Fedele Confalonieri.

L´aspirante homo novus del capitalismo italiano, il Gianni Agnelli del terzo millennio non è un furbo luciferino, lui si descrive come un tranquillo uomo di minoranza, ma non certo "il genero", come lo chiamavano quando era coniugato Pirelli. In questi anni, nonostante gli errori commessi, al fianco della "piramide" Afef è diventato quasi un´icona nazionalpopolare, ma non riuscendo mai a colmare neanche lontanamente il vallo che lo separa dalla naturale autorevolezza che ammantava l´Avvocato.

Non un Lucifero, né uno stupido, nonostante la teoria di Robert Musil che divide in due la stupidità: una onesta e schietta, dovuta all´intelletto debole, l´altra, paradossalmente segno d´intelligenza, somigliante al «progresso, al talento, alla speranza e al miglioramento». Tanti anni dopo la testa pensante di Vito Gamberale, che inventò il business dei telefonini, oggi sapete che occorre? Non geni. Non stupidi. Serve un Marchionne dei telefoni.


Dagospia 30 Aprile 2007