PIPER REVOLUTION - I VANZINA CELEBRANO IL LOCALE MITO DEL BEAT CON UN FILM TV E PARTE L'AMARCORD: RENATO ZERO COMMESSO NEL NEGOZIO INTERNO. RITA PAVONE, DALLA, BAGLIONI E BATTISTI. E POI FERRARA, BAUDO E PATTY PRAVO REGINETTA DELLA PISTA.
Laura Delli Colli per "Panorama"
La prima minigonna arrivò con la fidanzatina francese del principe Dado Ruspoli, Caterina Caselli cantava suonando il basso, Gianni Boncompagni faceva il dj e fu uno scandalo quando il 21 dicembre 1966 un pretore decise che quel nuovo locale romano di via Tagliamento, il Piper, non era altro che un mezzo di intollerabile distrazione per i giovani di tutt'Italia. «Ah, il Piper...» sospira con un pizzico di nostalgia Enrico Vanzina, che insieme al fratello Carlo ne rilancia il mito, quarant'anni dopo, con il film tv in onda lunedì 7 maggio, su Canale 5 (con Massimo Ghini, Anna Falchi, Carol Alt, Matteo Branciamore e Martina Stella in perfetto look alla Patty Pravo).
«Più che una distrazione, una rivoluzione» racconta Vanzina, che per andarci, la sera dell'inaugurazione, il 17 febbraio 1965, prese di nascosto la Giulietta di papà Steno: «Non avevo la patente e andai a sbattere. Ma quel locale, che conquistò subito pure Elsa Martinelli, Nanni Loy, Marina Lante della Rovere, era la novità».
Lo sa bene Roberto D'Agostino, che sentenzia convinto: «È stato il primo vero oratorio laico per tutti noi, il luogo del '68 ante litteram prima che arrivasse quello vero, con tutta la noia della politica e della militanza». Altro che Giulietta di papà: «Per andarci da San Lorenzo prendevamo la circolare rossa. Tra gli amici Renzo Arbore, Renato Zero, Carlo Verdone, Giuliano Ferrara...».
Ferrara? «Sì, lo ammetto, al Piper sono andato anch'io», conferma l'editorialista di Panorama e direttore de Il Foglio, che ne custodisce la prova in un vecchio dépliant avuto da Barbara Palombelli: «C'è scritto il mio nome nel cast di Then an alley, la pop opera di Tito Schipa jr che aveva rubato il titolo a Bob Dylan. Anche se avevo appena 16 anni ero già piuttosto sveglio. E cantavo bene». Ma finì subito fuori dal coro: «Negli anni sono rimasto trombone e tenore, ma non in quel senso».
Cantavano, e ballavano, al Piper, soprattutto le bionde: «Caterina fu la prima» rievoca Arbore, che ricorda Caselli senza ancora il mitico casco d'oro. «Patty Pravo, invece, fu inventata da Alberico Crocetta, insieme all'industriale Giancarlo Bornigia, il proprietario e l'anima del Piper». «E Crocetta» racconta Arbore «era fissato con i nomi esterofili: Piper come lo champagne, Mia Martini per via del cocktail, Pravo perché al posto di Guy Magenta, il primo nome d'arte, di Nicoletta Strambelli, gli piaceva il "bravo" internazionale, alla francese... Con Boncompagni facevamo ogni sabato alla radio Bandiera gialla, lanciammo il beat al posto dell'impronunciabile moda yè-yè».
«E via Tagliamento divenne il tempio» racconta orgoglioso il proprietario, Bornigia. Che non può dimenticare le serate con Clint Eastwood e la troupe di Sergio Leone, i giovanissimi Lucio, Battisti e Dalla, Claudio Baglioni, Pippo Baudo che intratteneva il pubblico con un gioco di strani scherzi telefonici, e ancora Rita Pavone, Renato Zero che arrotondava come commesso al negozio di abbigliamento del Piper: Lord John e Lady Jane.
«Ero poco più che una bambina» racconta Mita Medici, leader delle collettine, insieme ai collettoni che scortavano anche in tv Rita Pavone. «E al Piper ho imparato a vivere: era un locale dove capitava sempre qualcosa di inatteso. Come quando vidi materializzarsi Isaac Hayes o Cher, mitica compagna di Sonny Bono».
«Io, invece, mi ricordo Ike e Tina Turner, o Brian Jones» racconta Carlo Verdone. «Già suonavo la batteria, volevo rubare qualche segreto ai grandi musicisti. E avevo un passe-partout perfetto: una ragazzina con la minigonna giusta».
«Anche quelle gambe improvvisamente nude furono la rivoluzione» sospira Boncompagni. Che ricorda anche la sera in cui al Piper, con Enrico Lucherini, apparvero Luchino Visconti, Franco Zeffirelli e Helmut Berger: «Visconti era incuriosito dal posto che aveva cancellato perfino via Veneto».
«E la dolce vita del Capriccio, dove» racconta «ero proprio io la novità accanto all'orchestra, udite udite, condotta dal maestro Pippo Caruso» aggiunge Caterina Caselli, la quale cantava Ray Charles, aveva i capelli lunghi e i pantaloni rigorosamente a zampa d'elefante... «Subito una griffe per il Piper». Ora anche in tv?
Dagospia 02 Maggio 2007
La prima minigonna arrivò con la fidanzatina francese del principe Dado Ruspoli, Caterina Caselli cantava suonando il basso, Gianni Boncompagni faceva il dj e fu uno scandalo quando il 21 dicembre 1966 un pretore decise che quel nuovo locale romano di via Tagliamento, il Piper, non era altro che un mezzo di intollerabile distrazione per i giovani di tutt'Italia. «Ah, il Piper...» sospira con un pizzico di nostalgia Enrico Vanzina, che insieme al fratello Carlo ne rilancia il mito, quarant'anni dopo, con il film tv in onda lunedì 7 maggio, su Canale 5 (con Massimo Ghini, Anna Falchi, Carol Alt, Matteo Branciamore e Martina Stella in perfetto look alla Patty Pravo).
«Più che una distrazione, una rivoluzione» racconta Vanzina, che per andarci, la sera dell'inaugurazione, il 17 febbraio 1965, prese di nascosto la Giulietta di papà Steno: «Non avevo la patente e andai a sbattere. Ma quel locale, che conquistò subito pure Elsa Martinelli, Nanni Loy, Marina Lante della Rovere, era la novità».
Lo sa bene Roberto D'Agostino, che sentenzia convinto: «È stato il primo vero oratorio laico per tutti noi, il luogo del '68 ante litteram prima che arrivasse quello vero, con tutta la noia della politica e della militanza». Altro che Giulietta di papà: «Per andarci da San Lorenzo prendevamo la circolare rossa. Tra gli amici Renzo Arbore, Renato Zero, Carlo Verdone, Giuliano Ferrara...».
Ferrara? «Sì, lo ammetto, al Piper sono andato anch'io», conferma l'editorialista di Panorama e direttore de Il Foglio, che ne custodisce la prova in un vecchio dépliant avuto da Barbara Palombelli: «C'è scritto il mio nome nel cast di Then an alley, la pop opera di Tito Schipa jr che aveva rubato il titolo a Bob Dylan. Anche se avevo appena 16 anni ero già piuttosto sveglio. E cantavo bene». Ma finì subito fuori dal coro: «Negli anni sono rimasto trombone e tenore, ma non in quel senso».
Cantavano, e ballavano, al Piper, soprattutto le bionde: «Caterina fu la prima» rievoca Arbore, che ricorda Caselli senza ancora il mitico casco d'oro. «Patty Pravo, invece, fu inventata da Alberico Crocetta, insieme all'industriale Giancarlo Bornigia, il proprietario e l'anima del Piper». «E Crocetta» racconta Arbore «era fissato con i nomi esterofili: Piper come lo champagne, Mia Martini per via del cocktail, Pravo perché al posto di Guy Magenta, il primo nome d'arte, di Nicoletta Strambelli, gli piaceva il "bravo" internazionale, alla francese... Con Boncompagni facevamo ogni sabato alla radio Bandiera gialla, lanciammo il beat al posto dell'impronunciabile moda yè-yè».
«E via Tagliamento divenne il tempio» racconta orgoglioso il proprietario, Bornigia. Che non può dimenticare le serate con Clint Eastwood e la troupe di Sergio Leone, i giovanissimi Lucio, Battisti e Dalla, Claudio Baglioni, Pippo Baudo che intratteneva il pubblico con un gioco di strani scherzi telefonici, e ancora Rita Pavone, Renato Zero che arrotondava come commesso al negozio di abbigliamento del Piper: Lord John e Lady Jane.
«Ero poco più che una bambina» racconta Mita Medici, leader delle collettine, insieme ai collettoni che scortavano anche in tv Rita Pavone. «E al Piper ho imparato a vivere: era un locale dove capitava sempre qualcosa di inatteso. Come quando vidi materializzarsi Isaac Hayes o Cher, mitica compagna di Sonny Bono».
«Io, invece, mi ricordo Ike e Tina Turner, o Brian Jones» racconta Carlo Verdone. «Già suonavo la batteria, volevo rubare qualche segreto ai grandi musicisti. E avevo un passe-partout perfetto: una ragazzina con la minigonna giusta».
«Anche quelle gambe improvvisamente nude furono la rivoluzione» sospira Boncompagni. Che ricorda anche la sera in cui al Piper, con Enrico Lucherini, apparvero Luchino Visconti, Franco Zeffirelli e Helmut Berger: «Visconti era incuriosito dal posto che aveva cancellato perfino via Veneto».
«E la dolce vita del Capriccio, dove» racconta «ero proprio io la novità accanto all'orchestra, udite udite, condotta dal maestro Pippo Caruso» aggiunge Caterina Caselli, la quale cantava Ray Charles, aveva i capelli lunghi e i pantaloni rigorosamente a zampa d'elefante... «Subito una griffe per il Piper». Ora anche in tv?
Dagospia 02 Maggio 2007