NUOVO CINEMA PARLAMENTO - A GIUGNO IL PRIMO CIAK DEL FILM SUL "DIVO" GIULIO CHE RACCONTA I SUOI GIORNI NERI, QUELLI DEI PROCESSI E DEI SOSPETTI INFAMANTI - IL NUOVO PROGETTO DI GIUSEPPE FERRARA SULL'ATTENTATO A BERLINGUER DEL '73 IN BULGARIA.

Michele Anselmi per "Il Giornale"


1 - A METÀ GIUGNO IL PRIMO CIAK DE "IL DIVO".

Nell'incipit, ambientato negli anni di piombo, lo vedremo uscire di casa poco dopo l'alba, protetto dalla nutrita scorta, per la consueta messa. Niente sembra turbarlo, neanche la certezza di essere nel mirino delle Br. Solo una bella signora, mattiniera come lui, scuote il suo sguardo: la donna adulterina, sbandata, forse dissoluta, sta diventando una presenza amica, cerca aiuto nel suo opposto per risolvere il dilemma morale.

Sarà un Andreotti visto da vicino, anche nel privato familiare o nelle fragilità della salute, distante dall'imitazione che ne fa Oreste Lionello al Bagaglino o dalle antiche caricature di Gal su "l'Unità". Ma anche un "divo Giulio" osservato con un assoluto distacco morale risolto stilisticamente, come Paolo Sorrentino ama fare nei suoi film eleganti e ambigui, dove pure i più fetenti, siano essi riciclatori di denaro sporco o usurai lascivi, giganteggiano su una certa mediocrità piccolo borghese.

La notizia, anticipata dalla "Repubblica", è che il regista di "Le conseguenze dell'amore" sta per girare un film su Andreotti, con nomi e cognomi, calato nei giorni neri del senatore, quelli dei lunghi processi e dei sospetti infamanti. Tuttavia non sarà un film politico in senso classico, la denuncia di una certa pratica democristiana del potere, un'indagine sulle trame mafiose o presunte tali. Il trentaseienne regista partenopeo punta più in alto: vede Andreotti come incarnazione metafisica della politica, un enigma insinuante da opporre a convinzioni e pregiudizi ancora diffusi.

"Il divo" - così si chiamerà il film - è un titolo perfetto: sfuggente e preciso al contempo, ben si addice alla vicenda del parlamentare più longevo della Repubblica (e pensare che lui confessò di aver votato monarchia al referendum). Uomo colto, perfino erudito, dalla battuta sibilante, Andreotti ha conosciuto l'ebbrezza del governante e l'onta del processato. Al cinema l'abbiamo sempre visto, con l'eccezione del "Tassinaro", come emblema di un potere malefico e rassicurate, tra Belzebù e Madre Teresa di Calcutta. Sarà curioso, quindi, scoprirlo attraverso l'occhio di Sorrentino e il corpo, appena ritoccato nel trucco e nelle postura, di Toni Servillo.

Nel cast figurano Anna Bonaiuto (la moglie Livia), Piera Degli Esposti (la signora Enea, fedele segretaria), Giulio Bosetti (Cossiga), Michele Placido (Evangelisti), Paolo Graziosi (Moro) e molti altri. Costo: 4 milioni e 200 mila di euro; producono Indigo Film, Lucky Red, Parco Film più la francese Babe Films; primo ciak a metà giugno.

Ha anticipato il regista: "Il film sistemizza i fatti, muovendosi lungo canali di imparzialità oggettiva. Non mi interessa prendere posizione, tocca allo spettatore risolvere, se ci riesce, l'enigma andreottiano". La sceneggiatura, naturalmente top secret, ha messo d'accordo tutti. "È una delle cose più belle che abbia mai letto. Ai livelli dei migliori Rosi o Petri, ma con un'ironia feroce e sublime insieme", si sbilancia Placido.

Non una biografia, sarebbe impossibile, ma un racconto concentrato nel tempo, con un prologo negli anni terribili del sequestro Moro e il cuore sul processo di Palermo, dopo sconfitte, sospetti, malattie. Insomma, caduta e risalita di un "divo", non solo della politica, con l'idea di rovesciare qualche luogo comune sull'imperturbabilità andreottiana, su quel famoso mix di pudore e cinismo.

Ecco, allora, il rapporto franco e intenso, punteggiato dall'ironia, con la moglie Livia, appena scosso, nel momento più arduo, quando piovono le accuse di omicidio e associazione mafiosa, da un impercettibile disagio di donna.



E ancora, evocato dalla testimonianza del "pentito" Balduccio Di Maggio, il famigerato bacio col boss Riina a casa di Ignazio Salvo; la difesa in tribunale, quel suo argomentare tranquillo, dignitoso, sempre puntiglioso; le terribili emicranie che lo tormentano, un dolore penetrante, continuo, nel quale forse si riverbera il dolore per la fine di Moro, per ciò che non fu possibile o non si volle fare; gli incontri e gli scontri con i compagni di partito Evangelisti, Pomicino, Lima; la frugalità estrema dell'esistenza, l'invito costante a risparmiare nel timore di spendere troppo in bollette e avvocati; la dedizione a cause strane, secondarie, inattese; l'enorme lavoro della sua segreteria cartacea che macina contatti, raccomandazioni, favori, messaggi; soprattutto la scena in sottofinale nella quale Andreotti, a conclusione di un dialogo tutto storico/politico con Cossiga, muta espressione e confessa all'amico: "Te la ricordi la sorella di Vittorio Gassman? Io sono stato innamorato di lei".

C'è chi suggerisce una totale coincidenza tra narratore e narrato, come se Sorrentino, studiato "il divo" nel corso di due incontri domenicali, si fosse totalmente calato nel suo mondo, fatto di gentile indifferenza ma anche di coriacea resitenza, impossessandosi di frammenti privati che forse susciteranno qualche ansia nell'interessato.

Non per niente Andreotti dichiara di nulla sapere del progetto: "Non ho mai incontrato questa persona, altrimenti l'avrei aiutata con il soggetto. Ma spero che questo film non si faccia, perché sarebbe una commemorazione da vivo.". Replica Sorrentino: "Fanno fede le parole del senatore, che magari forse non ricorda bene". Che entrambi, andreottianamente, stiano sconfinando in Borges?

2 - IL NUOVO FILM DI FERRARA SU BERLINGUER.
"Sorrentino fa un film su Andreotti? Ottima notizia. Qualunque sia il punto di vista, l'ambiguità del personaggio verrà fuori alla grande". Giuseppe Ferrara, il più militante dei nostri cineasti, sul "divo Giulio" ha già dato: il senatore compare infatti, sotto una luce poco edificante, sia nel "Caso Moro" sia nei "Banchieri di Dio". "Mantengo un atteggiamento assolutamente negativo. L'uomo è dietro ogni mistero italiano, ha lasciato morire Moro, anzi forse l'ha aiutato a morire, ma riconosco che ha saputo affrontare con coraggio i due processi".

Impegnato nel preparare la tribolata uscita (il 23 maggio a Roma e Milano) del suo "Guido Rossa che sfidò le Brigate rosse", Ferrara sta già lavorando al nuovo film. Tema delicato: l'attentato - o presunto tale - al quale Berlinguer scampò miracolosamente il 3 ottobre 1973, in Bulgaria, proprio nei giorni in cui elaborava la strategia del compromesso storico. Titolo: "Il complotto (1973. Berlinguer deve morire)". "Ho presentato al ministero la sceneggiatura di Giovanni Fasanella, tratta dal suo libro-inchiesta, e incontrato gli esperti. Aspetto una risposta. Mi bastano 1 milione e 200 mila euro. Il resto lo trovo da solo", assicura.

Nei panni del segretario del Pci forse l'americano Chazz Palminteri, in quelli del giornalista che fa lo scoop Alessandro Gassman. Già perché ci vollero diciotto anni perché l'episodio, taciuto dallo stesso Berlinguer, fosse rivelato da Emanuele Macaluso a Fasanella. All'inizio fioccarono le smentite, poi il giornalista di "Panorama", volato in Bulgaria con Corrado Incerti, riuscì a raccogliere informazioni e prove robuste.

Racconta Ferrara: "Da sempre, nel mio personale Pantheon, c'è Berlinguer, insieme a Falcone, Dalla Chiesa, Panagulis e Guevara. 'Il complotto' sarà un film sullo stalinismo, sui suoi aspetti complottisti e criminali, ma partendo da un pezzo di storia che ci riguarda. Se Berlinguer fosse morto non ci sarebbe stato 'strappo' con l'Urss e tutto il resto".

Thriller, inchiesta e politica si intrecciano nella vicenda, ancora controversa, certo allarmante. Tutto accadde, appunto, il 3 ottobre 1973 a Sofia, lungo la strada per l'aeroporto, quando l'auto che ospitava Berlinguer, l'autista e due dirigenti bulgari osteggiati dal capo comunista Zhivkov venne speronata su un cavalcavia da un camion militare carico di pietre. Un provvidenziale palo della luce impedì che la vettura precipitasse di sotto. Il segretario del Pci, rimasto ferito, preferì non rendere pubblico "l'incidente", probabilmente per non peggiorare i rapporti già tesi con Mosca.


Dagospia 07 Maggio 2007