L'ITALIOPOLI DI BEHA - IL CASO DI MARCELLO VENEZIANI, IL CELINE DI BISCEGLIE: CANNONATE SULLA RAI PRIMA DI ENTRARE NEL CDA IN QUOTA AN, UNA VOLTA IN SELLA AL CAVALLO DI VIALE MAZZINI HA SMESSO DI PARLARE - È L'IPOCRISIA DIFFUSA DEL SISTEMA.
È in uscita il nuovo libro di Oliviero Beha,"Come resistere alla palude di Italiopoli", impreziosito dalla prefazione di Beppe Grillo.
Descritto nelle note di presentazione come "Un grido di rabbia fuori dal Palazzo del potere. Contro ogni convenienza. Contro ogni opportuni¬smo. Contro i furbi e i famosi da reality. Contro un Paese che ha azzerato la memoria del passato e la questione del futuro. Un Paese che naviga a vista, verso la deriva."
Dagospia ne anticipa un capitolo.
Tratto da "Come resistere alla palude di Italiopoli", di Oliviero Beha (prefazione di Beppe Grillo), edizioni Chiarelettere
LE OMISSIONI BARBARICHE
Sui nostri computer, stanziali, portatili oppure riassunti nei microtelefoni mobili c'è quotidianamente qualcosa di nuovo. Spesso dagli Usa. Quel popolo di cittadini/consumatori senza storia, poca memoria ma tracce di democrazia evidenti nelle urine, cerca sempre di misurare centimetri di vita per pesarne il valore. O meglio il prezzo a esso collegato. È un metodo riduttivo e, a volte o di frequente, atroce. Ma è un metodo chiaro. Esattamente un metodo da consumatori, da cittadini sul mercato. Da noi a parole in molti lo esaltano ma in realtà, essendo truccato ogni tipo di mercato, ne risulta falsificato anche il metodo, il prezzo, il valore. Quanto costa veramente qualsiasi cosa è in Italia una domanda senza risposta.
Ma restiamo ancora ai barbari, e alla lingua che parlano, che parliamo, che pensiamo e che orienta i nostri comportamenti. Tornando alla rete, gran laboratorio davvero è internet, sito non archeologico ma avveniristico, casa e strada per la comunicazione di una Nuova Resistenza, come vedremo. Sul web gli americani vendono e comprano di tutto. Per esempio è recente una specie di concorso letterario in cui un sito collegato a una casa editrice prometteva di stampare l'opera di chiunque a condizione che i navigatori/ lettori della rete mostrassero quantitativamente di gradirlo. Lo so, l'obiezione è «ma allora Dante Alighieri poteva non piacere e sarebbe rimasto inedito», oppure «ma un libro è proprio come un'automobile, merce e basta? E l'opera dell'ingegno?» eccetera. Comunque sia, rientra nel cappello teorico che ci siamo appena calcato in testa. In questa logica, c'è qualche intellettuale italiano avviato sulla strada americana che è più avanti degli altri? Direi di sì. Ce n'è almeno uno famoso, e giustamente.
Dico di Alessandro Baricco, manager di se stesso dalla buona scrittura, scrittore, commediante, impresario, docente ecc. di stampo torinese. È uno sperimentatore nato, in tutti i campi che lo interessano. Per esempio alla Balzac, anche se nega che si tratti nel suo caso di feuilleton, di romanzo a rate sul giornale (e anche Balzac per il suo nega somiglianze stilistiche...), ha pubblicato in trenta puntate su «la Repubblica» nel 2006 il testo (poi riallegato tutto insieme al quotidiano) I Barbari, una specie di riflessione a cuore/cervello aperto continua ma suddivisa. In presa (grafica) diretta, insomma. Benone. È interessante l'idea che i barbari siano per la prima volta nella storia contemporaneamente gli altri ma anche noi stessi, siano fuori e dentro, mutino come noi mutiamo in un'epoca appunto di mutanti.
Un'epoca di «modernità liquida» per dirla con un sociologo assai penetrante come Bauman. In realtà cinematograficamente un Baricco dal grande successo di pubblico non accompagnato però dai favori e dall'attenzione della critica, se volete «all'americana» - caratteristiche di cui tra l'altro il giovane Holden sabaudo si duole pubblicamente - è un po' come quegli attori che sono più personaggi che interpreti, non solo parlano di sé (come quasi tutti) ma te lo sbattono anche bravamente davanti agli occhi. Se è un sé che funziona, che vende, un risultato è raggiunto anche se l'immortalità resta un'altra cosa. Ma almeno Baricco non ti frega, non smercia prodotti adulterati, né con quello che scrive, dice, recita, organizza, né appunto con la sua merce primaria, se stesso. È complessivamente fedele alla sua lingua.
Vorrebbe fare la stessa cosa, ovvero semplicemente stare alla ribalta, un pugliese della costa, uno in questi anni molto noto mediaticamente nella parte di «eccomi qua, sono l'intellettuale di destra, perché, non vi sta bene?», un settore di mercato come si sa frequentato assai poco. Quasi niente. Praticamente una categoria o meglio un'isola con un solo famoso.
Dico di Marcello Veneziani, dotato dalla sorte di un fisico e un espressionismo visivo tali da far esclamare a chi lo vede, come fosse un colpo di fulmine, «toh, un intellettuale!», anche se in quel momento lui tace. Anche lui nel 2006 è stato «barbarico», e non su internet, o sui giornali. Ha pubblicato direttamente un saggio, Contro i barbari, in cui batte, senza l'autenticità intermittente di Oriana Fallaci, gli stessi sentieri di contrapposizione psicologica e culturale e politica e militare all'Islam terrorifico all'orizzonte del Millennio. È vero, ce l'ha un pochino anche con l'Europa, l'Occidente, questo nostro povero paese dall'identità sbriciolata, la cultura tremebonda, la vitalità (immagino intenda anche di pensiero) assopita. Un J'accuse in piena regola, insomma, mentre Baricco sperimenta, si specchia, si vende.
L'astuto Veneziani, però, al contrario del collega almeno tematico di stagione, non ha occupato il suo tempo soltanto scrivendo, o facendo la parte dell'intellettuale di destra. No. È stato anche consigliere di Amministrazione della Rai, e non per un giorno ma per un paio d'anni buoni, tra il 2003 e il 2005, in quota ad Alleanza nazionale, esattamente in quell'ottica, quella logica, quell'economia politica così scivolose che hanno portato la Rai e il paese nelle condizioni quotidianamente verificabili. Eppure fino a un momento prima di incarico e prebende, l'Avversario dei Barbari aveva trattato la Rai per iscritto come un covo analogo, come una succursale islamizzata ante litteram di quegli stessi musulmani da combattere in tutte le maniere.
Pochi avevano cannoneggiato Viale Mazzini come il Céline di Bisceglie, a colpi di critiche chiarissime per quell'imbarbarimento etico e culturale che lui con energia e voluminoso coraggio intellettuale aveva rimarcato. Avreste pensato dunque che, pur all'insegna di un realismo consapevole senza indulgenza per gli ingenui e le «anime belle», l'intellettuale di destra per antonomasia, una volta travestito come a Carnevale da uomo di macchina per conto del partito, recasse con sé nel suo nuovo, prestigioso e responsabile ruolo almeno parte di quella voglia di cambiamento che tante volte e per anni aveva manifestato pubblicamente.
Sapeva benissimo in quale filiale di barbari andava a operare. Niente. Non si ricorda di lui nulla di menzionabile, o anche solo di differente dagli altri, quegli altri che aveva stigmatizzato con il fervore intellettuale di un maître à penser che avrebbe meritato di nascere - che so - in Francia per godere del rispetto di un nouveau philosophe: a parte - onestà vuole che lo si ricordi - una campagna intellettuale grazie alla quale intendeva italianizzare i nomi delle testate Rai, ritenendo che fosse probabilmente «barbarico» chiamare Rai International quella che lui, lo disse senza sorridere, avrebbe voluto si chiamasse patriotticamente Rai Internazionale.
Eccettuata questa scaramuccia vinta ridicolmente solo sulla carta intestata («Rai Internazionale, Rai Educazionale ecc.», con imbarazzo per chi deve nominare le testate così), Veneziani è andato alla grandissima a Viale Mazzini - ma soltanto per sé - recitando la stessa parte degli altri, di qualunque colore politico, nel sottobosco aziendale e paraaziendale come nella radura partitocratica in cui a ognuno è assegnata la sua incombenza. In confronto alla doppia Ferilli, considerato anche il differente livello di impegno culturale programmatico, nel caso di Veneziani non sarebbe improprio usare i parametri di Stevenson, del Dottor Jekyll e Mister Hyde.
Ho raccontato l'evoluzione/involuzione fittizia di un Veneziani (evidentemente fittizia perché, come l'antibarbarico di maniera sa bene con Nietzsche «si diventa solo ciò che si è», e lui ha semplicemente gettato una mascherina), che altrimenti sarebbe di interesse assai relativo, solo per documentare come anche chi è o sembra dotato di un innaffiato retroterra etico-culturale poi sbrachi clamorosamente, azzerando le differenze e caso mai accrescendo le proprie responsabilità se non addirittura colpe: se chi ha fatto della propria effettiva o sedicente statura intellettuale una piattaforma, ne scende al volo appena c'è da sporcarsi le mani come del resto fan tutti, vuol dire che davvero il problema non è la sinistra (cfr. Celli) né la destra, e neppure il differente livello culturale degli agenti di partito, bensì il sistema. E l'ipocrisia diffusa. E l'autocensura, giacché appunto uno come Veneziani una volta in sella al cavallo ha smesso di parlare. È esattamente quello che sta accadendo da un pezzo al paese.
Ai Veneziani come categoria, e non dello spirito e neppure dell'intelletto schierato per il centrodestra, ma come figure di qualche riferimento che tradiscono, si abbassano quando invece vengono innalzati, perdono il rispetto di sé, tacciono. Nei salotti e nelle cene, negli ambulacri del potere e nelle stanze per la giostra (della Rai), nei centri direzionali di qualunque settore del paese, negli uffici letterali o metaforici di chi governa l'informazione su tutto ciò.
Eccoci alle prese con un uomo dotato dalla natura di un sembiante drammaturgico alla Groucho Marx, sia pure in sedicesimo che, dopo aver recitato per una generazione abbondante la parte dell'anima critica, spaparanza il corpo del suo passato, del suo presente e temo del suo futuro sulla poltrona raggiunta, dimentico dei suoi impegni perfino nel linguaggio, che lo aveva visto protagonista mediatico fino a un attimo prima. Un attimo prima di essere ammesso nella Club House del Residence Italia, con tutti gli onori e senza oneri stando a quel che sembra.
Le battute, i Witzen come direbbe lui, i motti di spirito (semi)corrosivo nei confronti di un sistema perverso, ignorante, in definitiva barbaro? Via. L'indipendenza di giudizio, un minimo di meritocrazia applicata, trasparenza nelle scelte, tutto ciò che rientrava dichiaratamente nel bagaglio di un «riformatore» intellettuale? Via. Il gusto di lasciare un segno, indicare un percorso, dire delle cose «se non di sinistra almeno di civiltà», come il D'Alema di Nanni Moretti in Aprile, che non fossero solo funzionali e fruibili dal basso impero televisivo, specchio di quello più generale della palude Italia? Via. Uno di loro. Un barbaro accerchiato dalle clientele in un ambiente di barbari che comunica sempre meno e sempre peggio, in una lingua smozzicata, stentata, autocensoria, dai microfoni come nei corridoi o nella stanza regale di un direttore generale. Peccato: parlava e scriveva così bene...
Dagospia 10 Maggio 2007
Descritto nelle note di presentazione come "Un grido di rabbia fuori dal Palazzo del potere. Contro ogni convenienza. Contro ogni opportuni¬smo. Contro i furbi e i famosi da reality. Contro un Paese che ha azzerato la memoria del passato e la questione del futuro. Un Paese che naviga a vista, verso la deriva."
Dagospia ne anticipa un capitolo.
Tratto da "Come resistere alla palude di Italiopoli", di Oliviero Beha (prefazione di Beppe Grillo), edizioni Chiarelettere
LE OMISSIONI BARBARICHE
Sui nostri computer, stanziali, portatili oppure riassunti nei microtelefoni mobili c'è quotidianamente qualcosa di nuovo. Spesso dagli Usa. Quel popolo di cittadini/consumatori senza storia, poca memoria ma tracce di democrazia evidenti nelle urine, cerca sempre di misurare centimetri di vita per pesarne il valore. O meglio il prezzo a esso collegato. È un metodo riduttivo e, a volte o di frequente, atroce. Ma è un metodo chiaro. Esattamente un metodo da consumatori, da cittadini sul mercato. Da noi a parole in molti lo esaltano ma in realtà, essendo truccato ogni tipo di mercato, ne risulta falsificato anche il metodo, il prezzo, il valore. Quanto costa veramente qualsiasi cosa è in Italia una domanda senza risposta.
Ma restiamo ancora ai barbari, e alla lingua che parlano, che parliamo, che pensiamo e che orienta i nostri comportamenti. Tornando alla rete, gran laboratorio davvero è internet, sito non archeologico ma avveniristico, casa e strada per la comunicazione di una Nuova Resistenza, come vedremo. Sul web gli americani vendono e comprano di tutto. Per esempio è recente una specie di concorso letterario in cui un sito collegato a una casa editrice prometteva di stampare l'opera di chiunque a condizione che i navigatori/ lettori della rete mostrassero quantitativamente di gradirlo. Lo so, l'obiezione è «ma allora Dante Alighieri poteva non piacere e sarebbe rimasto inedito», oppure «ma un libro è proprio come un'automobile, merce e basta? E l'opera dell'ingegno?» eccetera. Comunque sia, rientra nel cappello teorico che ci siamo appena calcato in testa. In questa logica, c'è qualche intellettuale italiano avviato sulla strada americana che è più avanti degli altri? Direi di sì. Ce n'è almeno uno famoso, e giustamente.
Dico di Alessandro Baricco, manager di se stesso dalla buona scrittura, scrittore, commediante, impresario, docente ecc. di stampo torinese. È uno sperimentatore nato, in tutti i campi che lo interessano. Per esempio alla Balzac, anche se nega che si tratti nel suo caso di feuilleton, di romanzo a rate sul giornale (e anche Balzac per il suo nega somiglianze stilistiche...), ha pubblicato in trenta puntate su «la Repubblica» nel 2006 il testo (poi riallegato tutto insieme al quotidiano) I Barbari, una specie di riflessione a cuore/cervello aperto continua ma suddivisa. In presa (grafica) diretta, insomma. Benone. È interessante l'idea che i barbari siano per la prima volta nella storia contemporaneamente gli altri ma anche noi stessi, siano fuori e dentro, mutino come noi mutiamo in un'epoca appunto di mutanti.
Un'epoca di «modernità liquida» per dirla con un sociologo assai penetrante come Bauman. In realtà cinematograficamente un Baricco dal grande successo di pubblico non accompagnato però dai favori e dall'attenzione della critica, se volete «all'americana» - caratteristiche di cui tra l'altro il giovane Holden sabaudo si duole pubblicamente - è un po' come quegli attori che sono più personaggi che interpreti, non solo parlano di sé (come quasi tutti) ma te lo sbattono anche bravamente davanti agli occhi. Se è un sé che funziona, che vende, un risultato è raggiunto anche se l'immortalità resta un'altra cosa. Ma almeno Baricco non ti frega, non smercia prodotti adulterati, né con quello che scrive, dice, recita, organizza, né appunto con la sua merce primaria, se stesso. È complessivamente fedele alla sua lingua.
Vorrebbe fare la stessa cosa, ovvero semplicemente stare alla ribalta, un pugliese della costa, uno in questi anni molto noto mediaticamente nella parte di «eccomi qua, sono l'intellettuale di destra, perché, non vi sta bene?», un settore di mercato come si sa frequentato assai poco. Quasi niente. Praticamente una categoria o meglio un'isola con un solo famoso.
Dico di Marcello Veneziani, dotato dalla sorte di un fisico e un espressionismo visivo tali da far esclamare a chi lo vede, come fosse un colpo di fulmine, «toh, un intellettuale!», anche se in quel momento lui tace. Anche lui nel 2006 è stato «barbarico», e non su internet, o sui giornali. Ha pubblicato direttamente un saggio, Contro i barbari, in cui batte, senza l'autenticità intermittente di Oriana Fallaci, gli stessi sentieri di contrapposizione psicologica e culturale e politica e militare all'Islam terrorifico all'orizzonte del Millennio. È vero, ce l'ha un pochino anche con l'Europa, l'Occidente, questo nostro povero paese dall'identità sbriciolata, la cultura tremebonda, la vitalità (immagino intenda anche di pensiero) assopita. Un J'accuse in piena regola, insomma, mentre Baricco sperimenta, si specchia, si vende.
L'astuto Veneziani, però, al contrario del collega almeno tematico di stagione, non ha occupato il suo tempo soltanto scrivendo, o facendo la parte dell'intellettuale di destra. No. È stato anche consigliere di Amministrazione della Rai, e non per un giorno ma per un paio d'anni buoni, tra il 2003 e il 2005, in quota ad Alleanza nazionale, esattamente in quell'ottica, quella logica, quell'economia politica così scivolose che hanno portato la Rai e il paese nelle condizioni quotidianamente verificabili. Eppure fino a un momento prima di incarico e prebende, l'Avversario dei Barbari aveva trattato la Rai per iscritto come un covo analogo, come una succursale islamizzata ante litteram di quegli stessi musulmani da combattere in tutte le maniere.
Pochi avevano cannoneggiato Viale Mazzini come il Céline di Bisceglie, a colpi di critiche chiarissime per quell'imbarbarimento etico e culturale che lui con energia e voluminoso coraggio intellettuale aveva rimarcato. Avreste pensato dunque che, pur all'insegna di un realismo consapevole senza indulgenza per gli ingenui e le «anime belle», l'intellettuale di destra per antonomasia, una volta travestito come a Carnevale da uomo di macchina per conto del partito, recasse con sé nel suo nuovo, prestigioso e responsabile ruolo almeno parte di quella voglia di cambiamento che tante volte e per anni aveva manifestato pubblicamente.
Sapeva benissimo in quale filiale di barbari andava a operare. Niente. Non si ricorda di lui nulla di menzionabile, o anche solo di differente dagli altri, quegli altri che aveva stigmatizzato con il fervore intellettuale di un maître à penser che avrebbe meritato di nascere - che so - in Francia per godere del rispetto di un nouveau philosophe: a parte - onestà vuole che lo si ricordi - una campagna intellettuale grazie alla quale intendeva italianizzare i nomi delle testate Rai, ritenendo che fosse probabilmente «barbarico» chiamare Rai International quella che lui, lo disse senza sorridere, avrebbe voluto si chiamasse patriotticamente Rai Internazionale.
Eccettuata questa scaramuccia vinta ridicolmente solo sulla carta intestata («Rai Internazionale, Rai Educazionale ecc.», con imbarazzo per chi deve nominare le testate così), Veneziani è andato alla grandissima a Viale Mazzini - ma soltanto per sé - recitando la stessa parte degli altri, di qualunque colore politico, nel sottobosco aziendale e paraaziendale come nella radura partitocratica in cui a ognuno è assegnata la sua incombenza. In confronto alla doppia Ferilli, considerato anche il differente livello di impegno culturale programmatico, nel caso di Veneziani non sarebbe improprio usare i parametri di Stevenson, del Dottor Jekyll e Mister Hyde.
Ho raccontato l'evoluzione/involuzione fittizia di un Veneziani (evidentemente fittizia perché, come l'antibarbarico di maniera sa bene con Nietzsche «si diventa solo ciò che si è», e lui ha semplicemente gettato una mascherina), che altrimenti sarebbe di interesse assai relativo, solo per documentare come anche chi è o sembra dotato di un innaffiato retroterra etico-culturale poi sbrachi clamorosamente, azzerando le differenze e caso mai accrescendo le proprie responsabilità se non addirittura colpe: se chi ha fatto della propria effettiva o sedicente statura intellettuale una piattaforma, ne scende al volo appena c'è da sporcarsi le mani come del resto fan tutti, vuol dire che davvero il problema non è la sinistra (cfr. Celli) né la destra, e neppure il differente livello culturale degli agenti di partito, bensì il sistema. E l'ipocrisia diffusa. E l'autocensura, giacché appunto uno come Veneziani una volta in sella al cavallo ha smesso di parlare. È esattamente quello che sta accadendo da un pezzo al paese.
Ai Veneziani come categoria, e non dello spirito e neppure dell'intelletto schierato per il centrodestra, ma come figure di qualche riferimento che tradiscono, si abbassano quando invece vengono innalzati, perdono il rispetto di sé, tacciono. Nei salotti e nelle cene, negli ambulacri del potere e nelle stanze per la giostra (della Rai), nei centri direzionali di qualunque settore del paese, negli uffici letterali o metaforici di chi governa l'informazione su tutto ciò.
Eccoci alle prese con un uomo dotato dalla natura di un sembiante drammaturgico alla Groucho Marx, sia pure in sedicesimo che, dopo aver recitato per una generazione abbondante la parte dell'anima critica, spaparanza il corpo del suo passato, del suo presente e temo del suo futuro sulla poltrona raggiunta, dimentico dei suoi impegni perfino nel linguaggio, che lo aveva visto protagonista mediatico fino a un attimo prima. Un attimo prima di essere ammesso nella Club House del Residence Italia, con tutti gli onori e senza oneri stando a quel che sembra.
Le battute, i Witzen come direbbe lui, i motti di spirito (semi)corrosivo nei confronti di un sistema perverso, ignorante, in definitiva barbaro? Via. L'indipendenza di giudizio, un minimo di meritocrazia applicata, trasparenza nelle scelte, tutto ciò che rientrava dichiaratamente nel bagaglio di un «riformatore» intellettuale? Via. Il gusto di lasciare un segno, indicare un percorso, dire delle cose «se non di sinistra almeno di civiltà», come il D'Alema di Nanni Moretti in Aprile, che non fossero solo funzionali e fruibili dal basso impero televisivo, specchio di quello più generale della palude Italia? Via. Uno di loro. Un barbaro accerchiato dalle clientele in un ambiente di barbari che comunica sempre meno e sempre peggio, in una lingua smozzicata, stentata, autocensoria, dai microfoni come nei corridoi o nella stanza regale di un direttore generale. Peccato: parlava e scriveva così bene...
Dagospia 10 Maggio 2007