SANTADECHÉ, L'EVITA PERON DELLA COSA NERA HA UNO STUDIO DORATO- "FINI ATTENTO, 5 MESI E POI FONDO IL MIO PARTITO - C'È POCA DESTRA IN AN - IO E LA BRAMBILLA ABBIAMO CAPITO UNA COSA FONDAMENTALE: BERLUSCONI NON SI DISCUTE. SI AMA E BASTA".

Angela Frenda per il "Corriere della Sera Magazine"


Prima di tutto, la poltrona girevole ricoperta di paillettes argentate. Di quelle - per le esperte del genere - che potevi usare per la tua «Barbie principessa». E poi, disseminate sulle pareti altissime del loft al primo piano di un palazzo d'epoca di via de Togni, nel centro di Milano, foto di lei, Daniela Santanché. Tutte rigorosamente incorniciate con legno dorato. Dopo aver salutato la parrucchiera personale, responsabile dei suoi boccoli, la deputata di An accoglie nel suo nuovo studio con un sorriso cordiale. E mentre nel salone le tre segretarie organizzano convegni, fissano appuntamenti e rispondono ai suoi tanti cellulari, si siede tranquilla nella sala riunioni pronta a raccontare quello che tutti, da qualche mese, si domandano: cosa vuole fare davvero.

«Volete saperlo?», ride, «E pensare che quando ho cominciato nessuno mi avrebbe dato due lire. Che vuole quella lì?, dicevano. È solo un'amica personale di Ignazio La Russa. È solo una bella donna. E meno male che sono stata accolta così. È stata una gran fortuna essere sottovalutata: ho potuto occupare tutti gli spazi liberi». Rivendica i suoi meriti e accavalla le lunghe gambe abbronzate, avvolte in una gonna a palloncino di taffettà nero. Poi riflette compiaciuta: «Non mi conoscevano. Io sono una di provincia, una abituata a lottare. E così la prima estate me ne sono andata in vacanza con due professori: sei ore al giorno di ripetizioni di filosofia, economia e diritto. Risultato? Al quinto anno da parlamentare sono stata la prima donna relatrice alla Finanziaria. Niente male».

Il segreto della sua carriera politica? «Credo in quel che faccio. In questo sono simile alla mia amica Michela Vittoria Brambilla. Siamo due vulcani, e sono pronta a darle una mano. È in gamba, Michela, ve ne accorgerete presto. E poi io e lei abbiamo capito una cosa fondamentale: Berlusconi non si discute. Si ama e basta». Di Gianfranco Fini, del suo segretario di partito, vorrebbe dire meno cattiverie possibili. Però è stato proprio lui a defenestrarla da responsabile delle donne di An. «E per sostituire me ne ha dovute mettere venticinque. ».

Lei, anche ai tempi, gridò alla dittatura della parola: «Fini vuole il pensiero unico». E oggi ribadisce: «Io sono una persona libera, una anticonformista di natura. E non ho neppure rivendicazioni verso i maschi. Ma nel mio partito, An, è evidente che c'è qualcosa che non va. Troppi tentennamenti da parte di Fini, troppe scelte sbagliate: il referendum sulla fecondazione, tanto per fare un esempio. C'è poca destra, in An. Gianfranco si è isolato. Molti lo assecondano davanti, ma in privato nessuno lo difende più. E i più maligni lo attaccano con pettegolezzi squallidi, come quello su una sua presunta storia con la Prestigiacomo.».



Va bene, ma allora lei che fa? «Intanto Fini deve capire che da solo non vince. Io ho avuto fede in lui. Lui non in me. Io vorrei rimanere in An, ma se mi rendo conto che no way, che non c'è soluzione, deciderò. I tempi? Diciamo che a Gianfranco do cinque mesi. Nel frattempo studio da capopopolo, da Evita Peron. E avviso tutti: sono pronta a rischiare, e prendere i voti. So di avere il consenso. Lo vedo quando giro per comizi. I miei circoli "D donna", dove "D" sta per Daniela, vanno fortissimo. Abbiamo raggiunto quota 513, e gli iscritti sono di entrambi i sessi. Per ora sono a disposizione di An, tra cinque mesi chissà. Io faccio la mia battaglia, però se non aumentano democrazia e confronto è chiaro che devo pensare a far qualcosa di mio».

E Daniela Santanché specifica che non sarà sola, in questa impresa: «A parte Storace, la pensano come me in tanti. Mantovano e Alemanno, ad esempio. Anche Selva, La Russa, Gasparri, Bocchino, Castellani, Tatarella, Rositani. O donne come Paola De Benedetti, Lucrezia Iannuzzelli, Melania Rizzoli». Arriva il caffè, servito in tazzine color oro zecchino.

Sulla parete, un quadro stile Andy Warhol. Soggetto: Daniela Santanché. Che confessa: «Sto lavorando per crescere politicamente, è vero. Ora ho pronto un libro sull'Islam che uscirà a settembre. Il mio impegno in questo senso è forte. E la passione per quel che faccio mi fa superare il fatto di vivere sotto scorta. Vede queste peonie bellissime? Non sono libera di andare dal fioraio qui sotto e comprarle. Nonostante ciò alcuni pensano che io sia una stronza.

E invece il problema è che nella vita privata il successo lo paghi. Io ho ammiratori pazzeschi, però non ho gli amanti che mi attribuiscono. Perché gli uomini sanno bene che con me non ce n'è. E poi oramai punto alle "conversioni" maschili. Insomma, il simbolo della mia rivoluzione in rosa è Francesco Storace. Lui che invoca me, una donna, come segretario del partito che vuole fondare. Il maschilista Storace. che invoca una donna. È il miglior inizio per il partito con più destra che sogno. Sempre che Gianfranco, in questi cinque mesi, non decida di parlare con me. Ma finora non l'ha fatto».


Dagospia 08 Giugno 2007