AI FUNERALI DEL GRANDE GIORNALISTA, LETTERA DI BARBARA PALOMBELLI A DAGOSPIA
IL DOLORE DI CARLO DE BENEDETTI, MONTEZEMOLO, VELTRONI, FASSINO E RUTELLI
TRA MUGHINI CHE PIANGE E TRAVAGLIO CHE FA LA COMUNIONE, ANSELMI, EZIO MAURO
IL DOLORE DI CARLO DE BENEDETTI, MONTEZEMOLO, VELTRONI, FASSINO E RUTELLI
TRA MUGHINI CHE PIANGE E TRAVAGLIO CHE FA LA COMUNIONE, ANSELMI, EZIO MAURO
Foto di Umberto Pizzi da Zagarolo
LETTERA DI BARBARA PALOMBELLI A DAGOSPIA
Ciao, Claudio.
Detestavi i fatti personali e, dipendesse da te, forse non avresti dato neppure la notizia della tua morte. Il giornalismo dell'io non era nelle tue corde, quello dei sentimenti e delle smancerie era lontano mille miglia dal tuo modo di scrivere e di essere. Alla cerimonia funebre di oggi, Bruno Manfellotto l'ha detto a nome di tutti noi: eri così serio da non prenderti mai sul serio.
Pochi hanno amato questo mestiere come te: ti saresti divertito a scrivere fino a cent'anni, e oltre. Negli ultimi giorni, ti appassionava la scesa in campo di Veltroni, ti stuzzicavano le vicissitudini di Visco, D'Alema e c. Sembravi perfino stare meglio, davanti a tanta "carne fresca" da sbranare con il tuo consueto, inappuntabile, bisturi. E invece. Una volta, in un viaggio che facemmo insieme da Roma a Sabaudia, mi parlasti con distacco della morte cui spesso porta la tua malattia: farò la fine di un ragno, dicevi, e forse morirò soffocato.
Questo strazio ti è stato risparmiato, ed è l'unica consolazione che ci resta. Parlavi del tuo male raramente e sempre senza compiangerti: come se fosse un problema di cui si potesse discutere freddamente. Scoprimmo che eri malato quando una gamba, dopo una partita di calcetto, non si rimetteva a posto. Eravamo ragazzini, eravamo alla metà degli anni Ottanta: fu in quell'occasione che molti di noi diventammo quasi intimi - per necessità - di quell'amico che non ti ha lasciato mai un attimo, Carlo De Benedetti.
Allora, senza internet e senza telefonini, l'Ingegnere, come lo chiamavi tu, si fece in quattro per raccogliere in giro per il mondo informazioni, cure, tutto quello che poteva alleviare la tua sclerosi. Di poche parole, brusco e in fondo simile a te nell'essere diretto, Carlo entrò nelle nostre rubriche telefoniche sotto la voce "emergenza". Sapevamo che, in caso di necessità, lui ci sarebbe stato sempre.
E c'era oggi, con Silvia, e posso immaginare il suo rimpianto. Eri tu che dovevi andare - secondo lui - a dirigere, dopo Scalfari, la Repubblica. La leggenda vuole che fu Loredana a dirgli (di nascosto da te?) che l'onere di lavoro sarebbe stato per te troppo gravoso. Chi arrivò dopo il Fondatore non utilizzò la tua penna, non ti chiese i pezzi che tutti avremmo divorato e amato e molti di noi per anni non sono riusciti a darsene una ragione.
Forse, i quotidianisti non hanno tempo per coltivare amicizie, per rischiare, per dividere frammenti di vita e di passioni. Tu, settimanalista da record, riuscivi a confezionare giornali di successo senza perdere la dimensione umana. C'eravamo tutti, in chiesa, a salutarti. Tutti meno uno: Lamberto Sechi, il tuo e nostro papà. Disperato, non ce l'ha fatta a venire. ma ha telefonato a Chiara, Marialuisa, a me e a tutte noi ex-ragazze per piangerti senza pudore, per lasciarsi andare, per confessare che tu (anche se noi lo sapevamo già) sei sempre stato il figlio che la biologia non gli aveva dato.
C'erano i tuoi affetti reali: le donne della tua vita. Esili, meravigliose, eleganti come tu avresti adorato: Loredana, Giulia (quando è nata dicevi: ha gli occhi chiari, come mia madre, e ti si lucidava lo sguardo), la piccola Claudia che ti aveva reso strafelice e ha dato a tutti noi un filo di speranza. La prima ad arrivare, dalle vacanze, quasi un'ora prima dell'inizio della cerimonia, indovina? Non poteva che essere Terry, la mitica capo-segreteria di Panorama, un pezzo di storia della nostra vita migliore.
C'era la tua professoressa del liceo, quella che nominavi sempre con riguardo, con affetto, con stima: il suo, è stato il ricordo più bello e andrebbe pubblicato per intero. C'erano, nelle sue parole e nelle tue - che lei ha conservato per quarant'anni e più, forse proprio per leggerle a noi oggi - tutti i tratti della tua personalità che ci ha tanto affascinato, intrigato, sorpreso. Nel suo giudizio di presentazione all'esame di maturità, un ritratto di te che nessuno di noi avrebbe potuto confezionare meglio.
Scrivo queste righe su Dagospia, su quello che è oggi - nel panorama della stampa italiana - un vascello pirata (ti ricordi questa espressione? Era il tuo modo di definire il nostro Europeo, era il tuo gioco per dire che i giornali un po' in crisi possono osare di più, e quanto abbiamo osato.), chissà quanti errori troveresti nella mia prosa "sgangherata" (l'avrai detto cento volte).
Scrivo per raccontare a chi non c'era che per un'ora e mezza nella chiesa di san Carlo ai Catinari ci hai unito perché - pur essendo il più orso di tutti noi - tenevi al rapporto umano più che a tutto il resto. Scrivo anche perché mi sento abbandonata. Tu hai creduto in me tanti anni fa, mi hai dato forza e fiducia, hai continuato a darmi preziosi consigli per tutta la mia vita professionale.
Con tanti di noi hai fatto così, eri il nostro capo, il nostro leader. Che si parlasse di automobili o di gossip, di politica o di economia (la tua vera specializzazione iniziale), della Roma o del tuo amato viterbese, trovavi sempre il modo di offrire un punto di vista originale. Seguivi minuto per minuto tutti noi che eravamo lì, a piangerti. E ciascuno di noi pensava di essere unico per te. Davamo un valore immenso ai tuoi sms, alle tue telefonate, alla tua amicizia. Senza di te, ci sentiremo soli.
Dagospia 06 Luglio 2007
LETTERA DI BARBARA PALOMBELLI A DAGOSPIA
Ciao, Claudio.
Detestavi i fatti personali e, dipendesse da te, forse non avresti dato neppure la notizia della tua morte. Il giornalismo dell'io non era nelle tue corde, quello dei sentimenti e delle smancerie era lontano mille miglia dal tuo modo di scrivere e di essere. Alla cerimonia funebre di oggi, Bruno Manfellotto l'ha detto a nome di tutti noi: eri così serio da non prenderti mai sul serio.
Pochi hanno amato questo mestiere come te: ti saresti divertito a scrivere fino a cent'anni, e oltre. Negli ultimi giorni, ti appassionava la scesa in campo di Veltroni, ti stuzzicavano le vicissitudini di Visco, D'Alema e c. Sembravi perfino stare meglio, davanti a tanta "carne fresca" da sbranare con il tuo consueto, inappuntabile, bisturi. E invece. Una volta, in un viaggio che facemmo insieme da Roma a Sabaudia, mi parlasti con distacco della morte cui spesso porta la tua malattia: farò la fine di un ragno, dicevi, e forse morirò soffocato.
Questo strazio ti è stato risparmiato, ed è l'unica consolazione che ci resta. Parlavi del tuo male raramente e sempre senza compiangerti: come se fosse un problema di cui si potesse discutere freddamente. Scoprimmo che eri malato quando una gamba, dopo una partita di calcetto, non si rimetteva a posto. Eravamo ragazzini, eravamo alla metà degli anni Ottanta: fu in quell'occasione che molti di noi diventammo quasi intimi - per necessità - di quell'amico che non ti ha lasciato mai un attimo, Carlo De Benedetti.
Allora, senza internet e senza telefonini, l'Ingegnere, come lo chiamavi tu, si fece in quattro per raccogliere in giro per il mondo informazioni, cure, tutto quello che poteva alleviare la tua sclerosi. Di poche parole, brusco e in fondo simile a te nell'essere diretto, Carlo entrò nelle nostre rubriche telefoniche sotto la voce "emergenza". Sapevamo che, in caso di necessità, lui ci sarebbe stato sempre.
E c'era oggi, con Silvia, e posso immaginare il suo rimpianto. Eri tu che dovevi andare - secondo lui - a dirigere, dopo Scalfari, la Repubblica. La leggenda vuole che fu Loredana a dirgli (di nascosto da te?) che l'onere di lavoro sarebbe stato per te troppo gravoso. Chi arrivò dopo il Fondatore non utilizzò la tua penna, non ti chiese i pezzi che tutti avremmo divorato e amato e molti di noi per anni non sono riusciti a darsene una ragione.
Forse, i quotidianisti non hanno tempo per coltivare amicizie, per rischiare, per dividere frammenti di vita e di passioni. Tu, settimanalista da record, riuscivi a confezionare giornali di successo senza perdere la dimensione umana. C'eravamo tutti, in chiesa, a salutarti. Tutti meno uno: Lamberto Sechi, il tuo e nostro papà. Disperato, non ce l'ha fatta a venire. ma ha telefonato a Chiara, Marialuisa, a me e a tutte noi ex-ragazze per piangerti senza pudore, per lasciarsi andare, per confessare che tu (anche se noi lo sapevamo già) sei sempre stato il figlio che la biologia non gli aveva dato.
C'erano i tuoi affetti reali: le donne della tua vita. Esili, meravigliose, eleganti come tu avresti adorato: Loredana, Giulia (quando è nata dicevi: ha gli occhi chiari, come mia madre, e ti si lucidava lo sguardo), la piccola Claudia che ti aveva reso strafelice e ha dato a tutti noi un filo di speranza. La prima ad arrivare, dalle vacanze, quasi un'ora prima dell'inizio della cerimonia, indovina? Non poteva che essere Terry, la mitica capo-segreteria di Panorama, un pezzo di storia della nostra vita migliore.
C'era la tua professoressa del liceo, quella che nominavi sempre con riguardo, con affetto, con stima: il suo, è stato il ricordo più bello e andrebbe pubblicato per intero. C'erano, nelle sue parole e nelle tue - che lei ha conservato per quarant'anni e più, forse proprio per leggerle a noi oggi - tutti i tratti della tua personalità che ci ha tanto affascinato, intrigato, sorpreso. Nel suo giudizio di presentazione all'esame di maturità, un ritratto di te che nessuno di noi avrebbe potuto confezionare meglio.
Scrivo queste righe su Dagospia, su quello che è oggi - nel panorama della stampa italiana - un vascello pirata (ti ricordi questa espressione? Era il tuo modo di definire il nostro Europeo, era il tuo gioco per dire che i giornali un po' in crisi possono osare di più, e quanto abbiamo osato.), chissà quanti errori troveresti nella mia prosa "sgangherata" (l'avrai detto cento volte).
Scrivo per raccontare a chi non c'era che per un'ora e mezza nella chiesa di san Carlo ai Catinari ci hai unito perché - pur essendo il più orso di tutti noi - tenevi al rapporto umano più che a tutto il resto. Scrivo anche perché mi sento abbandonata. Tu hai creduto in me tanti anni fa, mi hai dato forza e fiducia, hai continuato a darmi preziosi consigli per tutta la mia vita professionale.
Con tanti di noi hai fatto così, eri il nostro capo, il nostro leader. Che si parlasse di automobili o di gossip, di politica o di economia (la tua vera specializzazione iniziale), della Roma o del tuo amato viterbese, trovavi sempre il modo di offrire un punto di vista originale. Seguivi minuto per minuto tutti noi che eravamo lì, a piangerti. E ciascuno di noi pensava di essere unico per te. Davamo un valore immenso ai tuoi sms, alle tue telefonate, alla tua amicizia. Senza di te, ci sentiremo soli.
Dagospia 06 Luglio 2007