"IL RITIRO DI BERSANI PER LA LEADERSHIP DEL PIDI' SANCISCE LA FINE DEL GOVERNO PRODI" - MA IN OGNI REGIONE CI SARÀ UNA LISTA VICINA A BERSANI, CHE CONTA DI ARRIVARE ALLA METÀ DEI CONSENSI DESTINATA AD ESSERE LA MAGGIORANZA NELL'ASSEMBLEA DEL PIDI'...
Laura Cesaretti per Il Velino.it
"Il ritiro di Pierluigi Bersani dalle primarie per la leadership del Partito democratico sancisce la fine del governo Prodi". È una considerazione che veniva fatta ieri pomeriggio in ambienti Ds a pochi minuti dalla pubblicazione della lettera con la quale il ministro dello Sviluppo economico annunciava il suo abbandono alla competizione del prossimo 14 ottobre. Una scelta che Arturo Parisi mostrava subito di non gradire nella conferenza stampa convocata alla Camera insieme al ministro Santagata e a Franco Monaco, praticamente l'intero gruppo dirigente prodian-ulivista, per discutere di referendum.
Il ministro della Difesa ha detto di non condividere la freddezza di Walter verso il quesito che, dice, sosterrà ma non al punto di sottoscriverlo. Soprattutto però per Parisi la brutta notizia è quella comunicata da Bersani a tutti quelli che lo hanno sostenuto, il "non mi candido per non destabilizzare". Nella sua lettera lo stesso Bersani chiarisce che sosterrà Veltroni con le sue convinzioni. Un ritiro che suona per Prodi come la campana dell'ultimo giro. E i prodiani non nascondono il nervosismo. Sanno, per dirla con Parisi, che si prepara un plebiscito. Non molto diverso da quello che incoronò Romano Prodi leader nell'ottobre 2005, e che lo stesso Parisi accolse trionfante con tanto di sms che inneggiavano al trionfo degli oltre quattro milioni di partecipanti e che si concludevano con un "W Parisi inventore delle primarie".
Ora però l'aria è cambiata. Soprattutto, si teme in ambienti prodiani, il plebiscito del prossimo autunno potrebbe aiutare Veltroni a scalzare Romano Prodi da Palazzo Chigi non sull'onda di una congiura di Palazzo, come, sempre secondo la vulgata prodiana, fece nel 1998 D'Alema, ma attraverso le urne, seppure delle primarie. Un'operazione che risulterà credibile quanto più salirà il numero dei partecipanti in assoluto e dei votanti per Veltroni. Proprio per questo la candidatura di Pierluigi Bersani alle primarie sarebbe stata per il sindaco di Roma un ostacolo davvero difficile da superare.
In ambienti diessini ricordano come alle primarie che incoronarono Romano Prodi candidato premier l'apporto dell'Emilia Romagna in termini assoluti di partecipazione e di consensi per il professore fu davvero determinante. Se si pensa che proprio nella sua regione il ministro dello Sviluppo economico aveva già l'intera macchina della Quercia pronta a sostenere la sua candidatura alle prossime primarie che certamente il calo di consensi per l'Unione e per il governo renderà meno partecipate del 2005, si ha la misura dello scampato pericolo per Veltroni.
Bersani però, dicono dai Ds, non si è ritirato senza prima aver avuto almeno una rassicurazione. Che cioè potrà far valere tutto il su peso attraverso il meccanismo delle liste diverse a sostegno dello stesso candidato leader. In ogni regione ci sarà una lista vicina a Bersani, che conta così di arrivare al quaranta per cento, se non proprio alla metà dei consensi che raccoglierà Veltroni. In sostanza dando vita a una componente destinata a essere la maggioranza nell'assemblea costituente e congressuale del nascente Pd.
Una prospettiva che spaventa Parisi, destinato a contare meno di quanto non pesasse già nella Margherita. Ma che soprattutto consentirebbe a Veltroni di avere quel plebiscito che suonerebbe per il professore come un vero e proprio avviso di sfratto. Per il sindaco di Roma ora rimane da disinnescare la mina Di Pietro, che il 28 giugno scorso ha fatto sapere ai suoi gruppi parlamentari della sua intenzione di candidarsi alle primarie del Pd.
In quella sede gli è stato sennatamente obiettato che lui guida un altro partito, diverso dal Pd, ma il Tonino nazionale non sembra sentir ragione, convinto com'è che la campagna sui costi della politica finirebbe per consentirgli un buon risultato, importante in chiave di equilibri interni al nascente partito. Proprio per chiarire tutto ciò oggi pomeriggio il sindaco di Roma riceverà una delegazione dell'Italia dei valori guidata da Leoluca Orlando. L'altro candidato che sembra non voler mollare è Enrico Letta. "Punta ad arrivare secondo - spiegano dalla Margherita - così da fare lui, e non Franceschini, il numero due del governo, in ticket con Veltroni".
Dagospia 10 Luglio 2007
"Il ritiro di Pierluigi Bersani dalle primarie per la leadership del Partito democratico sancisce la fine del governo Prodi". È una considerazione che veniva fatta ieri pomeriggio in ambienti Ds a pochi minuti dalla pubblicazione della lettera con la quale il ministro dello Sviluppo economico annunciava il suo abbandono alla competizione del prossimo 14 ottobre. Una scelta che Arturo Parisi mostrava subito di non gradire nella conferenza stampa convocata alla Camera insieme al ministro Santagata e a Franco Monaco, praticamente l'intero gruppo dirigente prodian-ulivista, per discutere di referendum.
Il ministro della Difesa ha detto di non condividere la freddezza di Walter verso il quesito che, dice, sosterrà ma non al punto di sottoscriverlo. Soprattutto però per Parisi la brutta notizia è quella comunicata da Bersani a tutti quelli che lo hanno sostenuto, il "non mi candido per non destabilizzare". Nella sua lettera lo stesso Bersani chiarisce che sosterrà Veltroni con le sue convinzioni. Un ritiro che suona per Prodi come la campana dell'ultimo giro. E i prodiani non nascondono il nervosismo. Sanno, per dirla con Parisi, che si prepara un plebiscito. Non molto diverso da quello che incoronò Romano Prodi leader nell'ottobre 2005, e che lo stesso Parisi accolse trionfante con tanto di sms che inneggiavano al trionfo degli oltre quattro milioni di partecipanti e che si concludevano con un "W Parisi inventore delle primarie".
Ora però l'aria è cambiata. Soprattutto, si teme in ambienti prodiani, il plebiscito del prossimo autunno potrebbe aiutare Veltroni a scalzare Romano Prodi da Palazzo Chigi non sull'onda di una congiura di Palazzo, come, sempre secondo la vulgata prodiana, fece nel 1998 D'Alema, ma attraverso le urne, seppure delle primarie. Un'operazione che risulterà credibile quanto più salirà il numero dei partecipanti in assoluto e dei votanti per Veltroni. Proprio per questo la candidatura di Pierluigi Bersani alle primarie sarebbe stata per il sindaco di Roma un ostacolo davvero difficile da superare.
In ambienti diessini ricordano come alle primarie che incoronarono Romano Prodi candidato premier l'apporto dell'Emilia Romagna in termini assoluti di partecipazione e di consensi per il professore fu davvero determinante. Se si pensa che proprio nella sua regione il ministro dello Sviluppo economico aveva già l'intera macchina della Quercia pronta a sostenere la sua candidatura alle prossime primarie che certamente il calo di consensi per l'Unione e per il governo renderà meno partecipate del 2005, si ha la misura dello scampato pericolo per Veltroni.
Bersani però, dicono dai Ds, non si è ritirato senza prima aver avuto almeno una rassicurazione. Che cioè potrà far valere tutto il su peso attraverso il meccanismo delle liste diverse a sostegno dello stesso candidato leader. In ogni regione ci sarà una lista vicina a Bersani, che conta così di arrivare al quaranta per cento, se non proprio alla metà dei consensi che raccoglierà Veltroni. In sostanza dando vita a una componente destinata a essere la maggioranza nell'assemblea costituente e congressuale del nascente Pd.
Una prospettiva che spaventa Parisi, destinato a contare meno di quanto non pesasse già nella Margherita. Ma che soprattutto consentirebbe a Veltroni di avere quel plebiscito che suonerebbe per il professore come un vero e proprio avviso di sfratto. Per il sindaco di Roma ora rimane da disinnescare la mina Di Pietro, che il 28 giugno scorso ha fatto sapere ai suoi gruppi parlamentari della sua intenzione di candidarsi alle primarie del Pd.
In quella sede gli è stato sennatamente obiettato che lui guida un altro partito, diverso dal Pd, ma il Tonino nazionale non sembra sentir ragione, convinto com'è che la campagna sui costi della politica finirebbe per consentirgli un buon risultato, importante in chiave di equilibri interni al nascente partito. Proprio per chiarire tutto ciò oggi pomeriggio il sindaco di Roma riceverà una delegazione dell'Italia dei valori guidata da Leoluca Orlando. L'altro candidato che sembra non voler mollare è Enrico Letta. "Punta ad arrivare secondo - spiegano dalla Margherita - così da fare lui, e non Franceschini, il numero due del governo, in ticket con Veltroni".
Dagospia 10 Luglio 2007