LA POTENTISSIMA BERTELSMANN PRONTA AL BALZO ANTI-CAVALIERE
L'EVENTUALE ACQUISIZIONE DE LA7 SPIEGA GRAN PARTE DELL'ACCANIMENTO DI RCS E GRUPPO REPUBBLICA-ESPRESSO SULLE SCALATE 2005 COME SUGLI SPIONI DI TELECOM

Oscar Giannino per "LiberoMercato"

E finirà così. Che dopo 25 anni di lotta a coltello contro le odiate tv del famigerato Berlusconi, reo mai amnistiato di aver dimostrato che con un quinto delle sue spese e dipendenti si può far di meglio e di più del pachiderma pubblico dell'emittenza partitocratica, per un pugno di euro entrerà nel mercato televisivo un colosso mediatico internazionale per un bel bis di quanto avvenuto nelle tlc. È questa, la prima lettura dell'opa su La7 che Bertelsmann avrebbe pronta con Goldman Sachs.

La notizia è stata anticipata ieri da Dagospia, e la Bertelsmann subito interpellata ha replicato con un commento che è tutt'altro che una smentita. Goldman Sachs ci ha riservato una risata a metà tra l'ironia e il sarcasmo. Ha seguito Mediaset per il caso Endemol, sarebbe assai strano trovarla avversa. Ma il rumor su Bertelsmann ha l'aria di essere verosimile. Per almeno quattro ordini di ragioni, una sola delle quali ha a che vedere con la forza del gruppo potenzialmente acquirente. Le altre sono miserie italiane.

Che Bertelsmann possa essere interessata a TiMedia per un miliardo di euro o poco più, ci sta tutto. La società nata quasi due secoli fa per diffondere libri del protestantesimo evangelico tedesco ha raggiunto l'anno scorso un fatturato di quasi 20 miliardi di euro, di cui meno del 30% sul mercato germanico. E' un colosso su sei divisioni, RTL Group per la radio-tv (con 38 canali tv e 29 radio in 10 Paesi Ue, proprie società di produzione tv e 5,1 miliardi di euro di fatturato), Grunen&Jahr il più grande editore di riviste europeo, BMG Music con intese con moscerini come Sony, Direct Group per i libri, Random House il maggior editore al mondo in lingua inglese, Arvato che di mestiere fa il provider.



Con profitti per 2 miliardi e mezzo, aveva già annunciato 6 miliardi di euro per acquisizioni di qui al 2010: che cosa volete che sia, La7? Per di più, il gruppo è non contendibile: il 76,9% del capitale fa capo alla Fondazione Bertelsmann, secondo il modello diffuso in Germania dopo l'occupazione alleata per evitare nuovi inginocchiamenti dell'editoria di fronte alla politica, come sotto il nazismo. A Bertelsmann non mancano né i contenuti, né le sinergie internazionali per dare a La7 quel potenziamento sempre mancato.

C'era da aspettarselo. Veniamo infatti alle tre miserie italiane. E' ovvio che il timing per un'offerta sia quello giusto: nel bel mezzo della travagliata cessione del gruppo Telecom Italia tra la gestione Tronchetti e la compagine di Telco, divisa al suo interno da contrasti bancari e incertezze strategiche internazionali verso Telefonica. Il difetto della proprietà uscente - per quanto riguarda T Media - è di non aver mai avuto le risorse adeguate da investirvi, e di aver usato La7 come biglietto di compiacenza per la politica italiana: dall'una e dall'altra parte, senza mettere in crisi gli ascolti di alcuno.

La seconda miseria è che l'ingresso di temibili concorrenti stranieri non è figlio di una logica di mercato - viva viva, da parte nostra, sempre - ma della lotta tenace al duopolista privato italiano, vedi ultima conferma con la tagliola unilaterale al fatturato commerciale pubblicitario del gruppo Mediaset previsto dalla legge Gentiloni. Politici seri avrebbero invogliato Mediaset alla sinergia con le tlc in Telecom, non l'avrebbero ostacolata.
Terza e conclusiva miseria: lo sappiamo tutti, che l'eventuale acquisizione de La7 spiega gran parte dell'accanimento mediatico sulle vicende delle scalate 2005 come sugli spioni di Telecom, da parte dei gruppi Rcs e Repubblica-Espresso. Chi voleva suonare, rischia di finire suonato.



Dagospia 17 Luglio 2007