IL SOSPETTO CHE IL CAVALIERE BIANCO DI ALITALIA SARĂ€ AIR FRANCE (FILLON A ROMA)
PROFUMO SCHIACCIA I MANAGER EX CAPITALIA - IL TESORINO DEL PINGUINO DE LONGHI
TELECOM, SHOW VIETATO AI MINORI - FM: 'MORTO MARANGHI. PROVĂ’ A ESSERE CUCCIA'
PROFUMO SCHIACCIA I MANAGER EX CAPITALIA - IL TESORINO DEL PINGUINO DE LONGHI
TELECOM, SHOW VIETATO AI MINORI - FM: 'MORTO MARANGHI. PROVĂ’ A ESSERE CUCCIA'
1 - MONTA IL SOSPETTO CHE IL CAVALIERE BIANCO DI ALITALIA SARÀ AIR FRANCE (FILLON A ROMA)
Anche senza la palla di vetro non ci voleva molto per capire che la gara per la privatizzazione dell'Alitalia sarebbe finita così. E anche se il ministro Padoa-Scoppia ha confermato poche ore fa che formalmente la procedura per la privatizzazione si concluderà soltanto lunedì prossimo, l'avventura di Carlo Toto e del suo sponsor bancario, Banca Intesa, per adesso è conclusa.
Che non ci fossero le condizioni per affidare la Compagnia di bandiera al padrone di AirOne era chiaro anche ai bambini delle scuole elementari di Chieti, la città dove l'imprenditore 63enne ha costruito il suo piccolo impero. Un impero troppo piccolo per una partita più grande di lui che la logica del mercato avrebbe dovuto risolvere già da anni portando i libri in tribunale, una scelta che avrebbe evitato lo scempio dei quattrini e il saccheggio politico dell'Alitalia.
Sbaglia però chi pensa che questo esito possa dare fastidio a Romano Prodi e al giovane sottosegretario Tononi (piccolo campione di supponenza) che ha gestito il dossier in questi mesi. Se il Toto squattrinato avesse avuto via libera da un premier amico di Bazoli e disposto a svendere la Compagnia facendosi carico di 2.350 esuberi, il Governo si sarebbe portato dietro per sempre il marchio del sospetto. Nessuno avrebbe potuto dimenticare che già nell'epoca dell'Iri la vendita della Sme fu al centro di polemiche furibonde. Regalare l'Alitalia al costruttore abruzzese con i soldi di Abramo-Bazoli sarebbe stata un'operazione semplicemente scandalosa.
Per queste ragioni il clima a Palazzo Chigi non è disperato; anzi l'uscita di scena del boss di AirOne sembra quasi pilotata per salvare la faccia. Non a caso la ritirata di Toto avviene a pochi giorni di distanza dall'incontro tra Prodi e il nuovo primo ministro francese Francois Fillon. E anche se l'ufficio stampa del Governo si è affrettato a dire che il dossier Alitalia è rimasto fuori dal tavolo italo-francese, monta il sospetto che il cavaliere bianco di Alitalia sarà Air France.
L'ha scritto con la solita insipienza Dagospia ed è questa l'unica strada per uscire dal tunnel della privatizzazione in cui Prodi, Tononi e Padoa-Scoppia si sono infilati per sette mesi. Da Parigi smentiscono e ammiccano. Prima di spiccare il volo per Fiumicino aspettano che un commissario straordinario faccia da "pulitore" e tagli le ali al personale. Poi si siederanno al tavolo per dettare le loro condizioni. Rien ne va plus!
2 - IL BULLDOZER HERR PROFUMO SCHIACCIA I MANAGER EX CAPITALIA
Così è se vi pare. E se non vi piace potete pure andarvene. E' questo il messaggio brutale che Alessandro Profumo sta usando per spiegare come sarà la nuova Unicredit. Con notevole presunzione il banchiere ligure dichiara che la sua banca "è la sola banca veramente europea" e presenta il modello organizzativo con il quale intende marciare dopo l'aggregazione di Capitalia. E' un modello semplice che prevede un generale con poteri supremi (Profumo) e tre colonnelli con il ruolo di vice amministratore delegato.
Questa qualifica di "Vice Amministratore Delegato" fa un po' ridere ed è piuttosto inconsueta negli schemi di governance, ma i tre fortunati avranno il compito di guidare la banca che vale 90 miliardi in Borsa. I loro nomi non sono ancora noti al pubblico, e Profumo li ha presentati come i frutti di un orto coltivato con sapienza dentro la sua Unicredit "che è diventata sempre più anche una scuola di management".
Paolo Fiorentino (napoletano, 51 anni), Sergio Ermotti (svizzero, 47 anni) e Roberto Nicastro (trentino, 43 anni, ex-McKinsey) sono i tre pilastri che d'ora in avanti guideranno la macrostruttura di piazza Cordusio. Su questo modello "herr Alexander" non avrà ripensamenti e di fronte a chi gli chiede che fine faranno gli uomini di Capitalia, fa capire che l'organigramma resterà intatto anche quando la fusione sarà completata.
Si ripete in questo modo il modello dell'operazione Sant'Intesa dove, ad eccezione di Pietro Modiano, salvato in corner dagli amici Fassino e D'Alema, la banca milanese ha divorato i torinesi del SanPaolo senza andare troppo per il sottile.
Il bulldozer longobardo passa sulla testa di tutti; schiaccia i talenti e le creature allevati da Matteuccio Arpe, e mette in un angolo i fedelissimi che hanno seguito per anni le peripezie Cesarone Geronzi.
Così è se vi pare - dice Profumo - e se non vi piace potete andarvene.
3 - PANERAI: "MORTO MARANGHI. PROVÒ A ESSERE CUCCIA"
La morte improvvisa di Vincenzo Maranghi, l'ex-giornalista che era riuscito a diventare il delfino di Enrico Cuccia, occupa grande spazio sui giornali. Gli intimi lo chiamavano "Cincio" oppure Vincenzino, Dagospia lo aveva nomignolato "Cipresso" per la sua ria e statura, ma di amici ne aveva davvero pochi quest'uomo che dopo 40 anni passati nel tempio del capitalismo italiano se ne andò nel 2003 dopo uno scontro furibondo con il pio-Fazio, Geronzi e Profumo.
Il coro dei commenti sottolinea la sobrietà del suo stile asciutto e severo. Era un lavoratore infaticabile che si scaldava soltanto per la pesca e per le automobili sportive. Custodiva il tempio di via Filodrammatici con quel disprezzo per le stock options e quel silenzio che non appartiene più al mondo della finanza dove si parla e si guadagna oltre il limite della decenza.
I principali quotidiani si soffermano su questi tratti umani e inconfondibili, ma nessuno ha il coraggio di dire che per una parte rilevante della finanza italiana, "Cincio" non è mai stato considerato un grande banchiere. Così la pensavano quelli che lo misero alla porta nel 2003 e che oggi hanno "occupato" piazzetta Cuccia con un'operazione talmente vistosa da far scattare i riflettori dell'Antitrust.
Dal coro degli elogi e dei commenti si stacca, non a caso, il quotidiano "MF" di proprietà del giornalista-editore Paolo Panerai. Mentre il "Corriere della Sera", il "Sole 24 Ore" e le testate più importanti abbondano in ritratti postumi, il giornale di Panerai dedica una ventina di righe con un titolo lapidario e malevolo: "Morto Maranghi. Provò a essere Cuccia".
4 - IL TESORETTO DEL PINGUINO DE LONGHI
Non è vero che in Italia non c'è il tesoretto, come invece ha affermato l'altro ieri Draghi al Senato. I tesoretti ci sono e hanno dimensioni grandiose, ma prendono le strade più impreviste.
E' il caso ad esempio della fortuna miliardaria di Giuseppe De Longhi, l'imprenditore di Treviso che ha legato il suo nome all'azienda dei pinguini che rinfrescano l'aria. Pochi giorni fa l'uomo dei pinguini ha sorpreso gli americani con l'acquisto di un appartamento nel Plaza di New York che da hotel è diventato condominio di lusso. Per la modica cifra di 11,2 milioni di dollari De Longhi ha comprato un appartamento di tre camere al 15esimo piano del palazzo con una vista meravigliosa su Central Park.
Il "New York Times" ha dedicato all'evento una citazione di rilievo presentando l'uomo dei Pinguini come l'inventore delle macchine da caffè. In realtà Giuseppe De Longhi ha venduto nel 2000 alla De Longhi spa (cioè a se stesso) un gruppo di società controllate per un valore di 538 miliardi di lire. L'operazione è avvenuta giocando tra le scatole cinesi che compongono la catena di controllo dell'azienda e hanno origine nella "De LongETrust" (una società delle isole del Canale) dalla quale dipendono altre holding lussemburghesi e la stessa De Longhi spa di cui il figlio Fabio è vicepresidente.
Le ambizioni dell'imprenditore di Treviso non si fermano all'appartamento di Manhattan. La sua intenzione è di espandersi in Cina e a questo proposito vorrebbe piazzare sulla Muraglia un'infinità di pinguini scolpiti da Pascal Knap, l'artista svizzero che ha riempito Milano con le mucche in vetroresina a grandezza naturale.
5 - TELECOM, UNO SPETTACOLO VIETATO AI MINORI
I piccoli azionisti di Telecom soffrono e aspettano. La loro pazienza è al limite e anche se gli analisti più acuti sono convinti che nella seconda metà dell'anno e nel 2008 avverranno cose mirabolanti nel settore delle telecomunicazioni, cominciano a disperarsi.
Il titolo in Borsa ha perso dall'inizio dell'anno poco meno del 10% e la telenovela della nuova Telecom sembra spostarsi all'infinito. La data di fine luglio per chiudere l'accordo con gli spagnoli di Telefonica e i partner italiani di Telco, è slittata a dopo l'estate e qualcuno arriva a scrivere oggi ciò che Dagospia aveva detto qualche giorno fa a proposito del probabile slittamento in autunno.
Le nubi nere riguardano le decisioni dell'Antitrust brasiliano che dovrà pronunciarsi sulla posizione egemone di Telefonica dopo l'eventuale acquisto di Tim. Ma il nodo principale continua ad essere l'assetto di vertice della società, sul quale la girandola dei nomi ruota alla velocità della luce.
E' davvero triste pensare che per trovare il sostituto di Riccardo Ruggiero si debba ricorrere ai cacciatori di teste e a Egon Zehnder, capofila degli headhunter. Ogni giorno che passa il balletto aggiunge nomi nuovi in alternativa a quelli del povero Ruggiero (al quale si tributano onori pieni di ipocrisia) e a quelli di Pasquale Pistorio e di Carlo Buora. Secondo le ultime voci raccolte dal quotidiano "MF" tra i candidati ci sarebbero l'amministratore delegato di Seat Pagine Gialle Luca Majocchi, Andrea Ragnetti (Philips, ex-Tim) e Stefano Parisi di Fastweb. I piccoli azionisti assistono smarriti al gioco dell'oca che vede Paolo Dal Pino scendere e salire di qualche casella, e Galateri di Genola nel cuore degli spagnoli di Telefonica.
Uno spettacolo vietato ai minorenni.
Dagospia 18 Luglio 2007
Anche senza la palla di vetro non ci voleva molto per capire che la gara per la privatizzazione dell'Alitalia sarebbe finita così. E anche se il ministro Padoa-Scoppia ha confermato poche ore fa che formalmente la procedura per la privatizzazione si concluderà soltanto lunedì prossimo, l'avventura di Carlo Toto e del suo sponsor bancario, Banca Intesa, per adesso è conclusa.
Che non ci fossero le condizioni per affidare la Compagnia di bandiera al padrone di AirOne era chiaro anche ai bambini delle scuole elementari di Chieti, la città dove l'imprenditore 63enne ha costruito il suo piccolo impero. Un impero troppo piccolo per una partita più grande di lui che la logica del mercato avrebbe dovuto risolvere già da anni portando i libri in tribunale, una scelta che avrebbe evitato lo scempio dei quattrini e il saccheggio politico dell'Alitalia.
Sbaglia però chi pensa che questo esito possa dare fastidio a Romano Prodi e al giovane sottosegretario Tononi (piccolo campione di supponenza) che ha gestito il dossier in questi mesi. Se il Toto squattrinato avesse avuto via libera da un premier amico di Bazoli e disposto a svendere la Compagnia facendosi carico di 2.350 esuberi, il Governo si sarebbe portato dietro per sempre il marchio del sospetto. Nessuno avrebbe potuto dimenticare che già nell'epoca dell'Iri la vendita della Sme fu al centro di polemiche furibonde. Regalare l'Alitalia al costruttore abruzzese con i soldi di Abramo-Bazoli sarebbe stata un'operazione semplicemente scandalosa.
Per queste ragioni il clima a Palazzo Chigi non è disperato; anzi l'uscita di scena del boss di AirOne sembra quasi pilotata per salvare la faccia. Non a caso la ritirata di Toto avviene a pochi giorni di distanza dall'incontro tra Prodi e il nuovo primo ministro francese Francois Fillon. E anche se l'ufficio stampa del Governo si è affrettato a dire che il dossier Alitalia è rimasto fuori dal tavolo italo-francese, monta il sospetto che il cavaliere bianco di Alitalia sarà Air France.
L'ha scritto con la solita insipienza Dagospia ed è questa l'unica strada per uscire dal tunnel della privatizzazione in cui Prodi, Tononi e Padoa-Scoppia si sono infilati per sette mesi. Da Parigi smentiscono e ammiccano. Prima di spiccare il volo per Fiumicino aspettano che un commissario straordinario faccia da "pulitore" e tagli le ali al personale. Poi si siederanno al tavolo per dettare le loro condizioni. Rien ne va plus!
2 - IL BULLDOZER HERR PROFUMO SCHIACCIA I MANAGER EX CAPITALIA
Così è se vi pare. E se non vi piace potete pure andarvene. E' questo il messaggio brutale che Alessandro Profumo sta usando per spiegare come sarà la nuova Unicredit. Con notevole presunzione il banchiere ligure dichiara che la sua banca "è la sola banca veramente europea" e presenta il modello organizzativo con il quale intende marciare dopo l'aggregazione di Capitalia. E' un modello semplice che prevede un generale con poteri supremi (Profumo) e tre colonnelli con il ruolo di vice amministratore delegato.
Questa qualifica di "Vice Amministratore Delegato" fa un po' ridere ed è piuttosto inconsueta negli schemi di governance, ma i tre fortunati avranno il compito di guidare la banca che vale 90 miliardi in Borsa. I loro nomi non sono ancora noti al pubblico, e Profumo li ha presentati come i frutti di un orto coltivato con sapienza dentro la sua Unicredit "che è diventata sempre più anche una scuola di management".
Paolo Fiorentino (napoletano, 51 anni), Sergio Ermotti (svizzero, 47 anni) e Roberto Nicastro (trentino, 43 anni, ex-McKinsey) sono i tre pilastri che d'ora in avanti guideranno la macrostruttura di piazza Cordusio. Su questo modello "herr Alexander" non avrà ripensamenti e di fronte a chi gli chiede che fine faranno gli uomini di Capitalia, fa capire che l'organigramma resterà intatto anche quando la fusione sarà completata.
Si ripete in questo modo il modello dell'operazione Sant'Intesa dove, ad eccezione di Pietro Modiano, salvato in corner dagli amici Fassino e D'Alema, la banca milanese ha divorato i torinesi del SanPaolo senza andare troppo per il sottile.
Il bulldozer longobardo passa sulla testa di tutti; schiaccia i talenti e le creature allevati da Matteuccio Arpe, e mette in un angolo i fedelissimi che hanno seguito per anni le peripezie Cesarone Geronzi.
Così è se vi pare - dice Profumo - e se non vi piace potete andarvene.
3 - PANERAI: "MORTO MARANGHI. PROVÒ A ESSERE CUCCIA"
La morte improvvisa di Vincenzo Maranghi, l'ex-giornalista che era riuscito a diventare il delfino di Enrico Cuccia, occupa grande spazio sui giornali. Gli intimi lo chiamavano "Cincio" oppure Vincenzino, Dagospia lo aveva nomignolato "Cipresso" per la sua ria e statura, ma di amici ne aveva davvero pochi quest'uomo che dopo 40 anni passati nel tempio del capitalismo italiano se ne andò nel 2003 dopo uno scontro furibondo con il pio-Fazio, Geronzi e Profumo.
Il coro dei commenti sottolinea la sobrietà del suo stile asciutto e severo. Era un lavoratore infaticabile che si scaldava soltanto per la pesca e per le automobili sportive. Custodiva il tempio di via Filodrammatici con quel disprezzo per le stock options e quel silenzio che non appartiene più al mondo della finanza dove si parla e si guadagna oltre il limite della decenza.
I principali quotidiani si soffermano su questi tratti umani e inconfondibili, ma nessuno ha il coraggio di dire che per una parte rilevante della finanza italiana, "Cincio" non è mai stato considerato un grande banchiere. Così la pensavano quelli che lo misero alla porta nel 2003 e che oggi hanno "occupato" piazzetta Cuccia con un'operazione talmente vistosa da far scattare i riflettori dell'Antitrust.
Dal coro degli elogi e dei commenti si stacca, non a caso, il quotidiano "MF" di proprietà del giornalista-editore Paolo Panerai. Mentre il "Corriere della Sera", il "Sole 24 Ore" e le testate più importanti abbondano in ritratti postumi, il giornale di Panerai dedica una ventina di righe con un titolo lapidario e malevolo: "Morto Maranghi. Provò a essere Cuccia".
4 - IL TESORETTO DEL PINGUINO DE LONGHI
Non è vero che in Italia non c'è il tesoretto, come invece ha affermato l'altro ieri Draghi al Senato. I tesoretti ci sono e hanno dimensioni grandiose, ma prendono le strade più impreviste.
E' il caso ad esempio della fortuna miliardaria di Giuseppe De Longhi, l'imprenditore di Treviso che ha legato il suo nome all'azienda dei pinguini che rinfrescano l'aria. Pochi giorni fa l'uomo dei pinguini ha sorpreso gli americani con l'acquisto di un appartamento nel Plaza di New York che da hotel è diventato condominio di lusso. Per la modica cifra di 11,2 milioni di dollari De Longhi ha comprato un appartamento di tre camere al 15esimo piano del palazzo con una vista meravigliosa su Central Park.
Il "New York Times" ha dedicato all'evento una citazione di rilievo presentando l'uomo dei Pinguini come l'inventore delle macchine da caffè. In realtà Giuseppe De Longhi ha venduto nel 2000 alla De Longhi spa (cioè a se stesso) un gruppo di società controllate per un valore di 538 miliardi di lire. L'operazione è avvenuta giocando tra le scatole cinesi che compongono la catena di controllo dell'azienda e hanno origine nella "De LongETrust" (una società delle isole del Canale) dalla quale dipendono altre holding lussemburghesi e la stessa De Longhi spa di cui il figlio Fabio è vicepresidente.
Le ambizioni dell'imprenditore di Treviso non si fermano all'appartamento di Manhattan. La sua intenzione è di espandersi in Cina e a questo proposito vorrebbe piazzare sulla Muraglia un'infinità di pinguini scolpiti da Pascal Knap, l'artista svizzero che ha riempito Milano con le mucche in vetroresina a grandezza naturale.
5 - TELECOM, UNO SPETTACOLO VIETATO AI MINORI
I piccoli azionisti di Telecom soffrono e aspettano. La loro pazienza è al limite e anche se gli analisti più acuti sono convinti che nella seconda metà dell'anno e nel 2008 avverranno cose mirabolanti nel settore delle telecomunicazioni, cominciano a disperarsi.
Il titolo in Borsa ha perso dall'inizio dell'anno poco meno del 10% e la telenovela della nuova Telecom sembra spostarsi all'infinito. La data di fine luglio per chiudere l'accordo con gli spagnoli di Telefonica e i partner italiani di Telco, è slittata a dopo l'estate e qualcuno arriva a scrivere oggi ciò che Dagospia aveva detto qualche giorno fa a proposito del probabile slittamento in autunno.
Le nubi nere riguardano le decisioni dell'Antitrust brasiliano che dovrà pronunciarsi sulla posizione egemone di Telefonica dopo l'eventuale acquisto di Tim. Ma il nodo principale continua ad essere l'assetto di vertice della società, sul quale la girandola dei nomi ruota alla velocità della luce.
E' davvero triste pensare che per trovare il sostituto di Riccardo Ruggiero si debba ricorrere ai cacciatori di teste e a Egon Zehnder, capofila degli headhunter. Ogni giorno che passa il balletto aggiunge nomi nuovi in alternativa a quelli del povero Ruggiero (al quale si tributano onori pieni di ipocrisia) e a quelli di Pasquale Pistorio e di Carlo Buora. Secondo le ultime voci raccolte dal quotidiano "MF" tra i candidati ci sarebbero l'amministratore delegato di Seat Pagine Gialle Luca Majocchi, Andrea Ragnetti (Philips, ex-Tim) e Stefano Parisi di Fastweb. I piccoli azionisti assistono smarriti al gioco dell'oca che vede Paolo Dal Pino scendere e salire di qualche casella, e Galateri di Genola nel cuore degli spagnoli di Telefonica.
Uno spettacolo vietato ai minorenni.
Dagospia 18 Luglio 2007