FENOMENOLOGIA DI GIOVANELLI CARLO, PRINCIPE DELL'URBE ONNIPRESENTE
L'UNICO CHE RICORDA SILVIA CORNACCHIA IL PIU' CELEBRE AMORE DELL'AVVOCATO
"LA FUTURA SPOSA DI DE BENEDETTI L'AVEVA FATTA VENIRE A ROMA, IN UN RESIDENCE"
L'UNICO CHE RICORDA SILVIA CORNACCHIA IL PIU' CELEBRE AMORE DELL'AVVOCATO
"LA FUTURA SPOSA DI DE BENEDETTI L'AVEVA FATTA VENIRE A ROMA, IN UN RESIDENCE"
Roberto Gervaso per "Il Messaggero"
Pochi hanno il dono, l'ineffabile, inestimabile dono dell'ubiquità che comporta continui e rapidi spostamenti, ma consente a chi lo possiede di essere ovunque, nei luoghi più impensabili e sognati. Questo dono lo avevano San Tommaso e, molti secoli dopo, Padre Pio e oggi, ma non da oggi, lo ha il principe Carlo Giovanelli. Non c'è party, non c'è cocktail, non c'è ballo, classico o mascherato, non c'è concerto, anteprima, vernissage, matrimonio, funerale, battesimo, che non lo veda in prima fila, ma anche dietro le quinte con il garbo del gran signore.
Che cosa ricorda della "Dolce vita"?
«Una società elegante, locali molto esclusivi, dove entravi solo se conosciuto. Nel Club '84, senza uno sponsor mondano, un padrino altolocato non eri ammesso».
Potevi sederti al bar?
«Sì, ma lì stavi. In attesa che qualcuno, che sapeva chi eri, t'invitasse al suo tavolo».
E chi era questo qualcuno?
«Dado Ruspoli, Rudy Crespi, una giovanissima Ira Fürstemberg. Una sorta di cooptazione».
Giacca e cravatta erano di rigore?
«Meglio se di colore scuro».
Eccezioni?
«Per pochi. Ad esempio, per il principe Vittorio Massimo di Roccasecca dei Volsci, discendente da illustre stirpe papalina e romana. Fra i suoi antenati, Quinto Fabio, detto il "Temporeggiatore". Si raccontava che uno dei Massimo andò da Napoleone, il quale gli chiese: "è vero che la vostra famiglia discende da Quinto Fabio Massimo?"».
E il principe?
«"Maestà, sono duemila anni che in casa nostra si racconta questa storia"».
Vittorio Massimo, chi sposò?
«Dawn Addams, attrice bellissima. Matrimonio che fece scalpore perché unì per la prima volta i membri della nobiltà a un personaggio del cinema. Il principe era un gran cuoco».
Le sue specialità?
«Piatti romaneschi: bucatini all'amatriciana, spaghetti alla carbonara, abbacchio, coda alla vaccinara».
Altri matrimoni clamorosi?
«Quello del conte Franco Mancinelli Scotti con la stupenda Elsa Martinelli, fotomodella e attrice. Ancora affascinante in topless».
Dove si sposarono?
«All'Ara Coeli».
Altri protagonisti di quegli anni?
«I conti Rudy e Consuelo Crespi, imparentati con i Matarazzo, re brasiliani del caffè. Consuelo era una bellissima modella; Rudy, un giovane aristocratico. Affittarono un appartamento a palazzo Colonna e divennero il fulcro della vita sociale romana. Furono loro ad aprire l'Open Gate. Un club privato, dietro via Veneto. Vi accedevi solo con una tessera. Un club per signore, che potevano portare i mariti».
Come ci si divertiva all'Open Gate?
«Si ballava il bal-en-tête. Le dame indossavano bizzarre acconciature a forma di farfalla, coccinella, vespa. E poi, c'era il "Tevere blu", spettacolo aristocratico per beneficenza, organizzato dagli stessi Rudy e Consuelo e da altri nobili. Signore e signori di magnanimi lombi, rigorosamente dilettanti, diretti da un vero regista, rifacevano a modo loro le commedie di maggior successo di Wanda Osiris, di Macario, di Dapporto».
I patrizi più mondani?
«Dado Ruspoli, esponente di una grande famiglia. Era affascinato dall'Oriente, dove andava spesso. Formidabile animatore della vita romana, la leggenda racconta che fumasse oppio e si presentasse nella piazzetta di Capri con un pappagallo sulla spalla. Si vestiva in modo eccentrico: camicie coloratissime, cravatte sgargianti, accessori curiosi. Era amico di artisti come Cocteau e Schifano e amava pazzamente la notte perché ipoteso. Era di casa in tutti i ristoranti alla moda: il Sans-Souci, George's, la Domus Aurea, la Casina delle rose».
E dopo cena?
«Il night: il Pipistrello o l'84, dove aveva un tavolo riservato. Sempre circondato da belle donne, da attrici, come la giovanissima Anita Eckberg, che Fellini volle nella "Dolce vita" perché incarnava la straniera innamorata di Roma. Era l'epoca in cui i principi s'imparentavano con le grandi famiglie straniere, americane. Prima, i matrimoni avvenivano solo nella ristretta cerchia aristocratica».
Dado Ruspoli frequentava anche il Rugantino?
«Era lì la sera del celebre spogliarello della giovane turca Aichè Nanà».
Anche Dado si tolse la giacca sulla quale Aichè, ballando, si denudò?
«Questo non lo ricordo».
I patrizi più trasgressivi?
«Diciamo i più curiosi: ancora Dado Ruspoli e Vittorio Massimo».
I nobili si mescolavano ai belli del cinema?
«Sì: ai Maurizio Arena, ai Renato Salvatori, assidui di certi salotti aristocratici».
Si allacciarono tresche?
«Tresche, non so. Ma nacquero molte amicizie».
Le donne più belle e più allegre?
«Olghina di Robilant, di antica famiglia piemontese, giornalista mondana dello "Specchio"».
Altre patrizie mondanamente impegnate?
«La principessa Giovannona Pignatelli Aragona Cortés».
Perché Giovannona?
«Perché alta, bella, prosperosa, brillante, gioviale, spensierata. Ballava divinamente».
Le più corteggiate?
«In assoluto, Myrta Barberini. Aveva tutto: magra, slanciata, si muoveva come una gazzella. Occhi splendidi, classe eccezionale, charme incredibile. Fu la prima a portare la pettinatura a coda di cavallo, che conquistò Fellini, il quale, nel ballo della "Dolce vita", la fece adottare a una signora».
Chi spasimava per lei?
«L'attuale re di Spagna, Juan Carlos, l'attuale re del Belgio, Alberto».
Cosa c'è di vero nella storia dello spadone che il duca Alberto Brivio Sforza, marito di Myrta, brandì al cospetto della moglie?
«Il duca era gelosissimo e, dopo un'accesa lite con Myrta, voleva entrare in camera della moglie, che si era barricata dentro e non apriva. Lui - scrissero i giornali - sfondò l'uscio con l'arma bianca e fece irruzione nella stanza».
Altri celebri amori di quegli anni?
«L'appassionato flirt fra il principe Filippo Orsini e l'attrice americana Belinda Lee».
Dove si conobbero?
«A Roma. Credo al Club '84. Filippo, bellissimo e pieno di charme, era assistente al Soglio pontificio, la più alta carica vaticana. Carica che divideva con Aspreno Colonna. Il papa, per mettere pace fra le due famiglie degli Orsini e dei Colonna - una guelfa, l'altra ghibellina - storicamente rivali, aveva, a suo tempo, voluto due loro rappresentanti in piedi davanti al trono pontificio».
Con chi era sposato Filippo Orsini?
«Con la contessa Franca Bonaccorsi, donna di superba eleganza e di cospicuo patrimonio. Una coppia contesa e invitatissima».
La liaison era nota?
«No. Lo diventò quando Belinda tentò il suicidio».
Perché?
«Donna Franca era venuta a conoscenza della tresca e il principe stava tornando in famiglia. L'attrice, innamoratissima di Filippo, o perché presa dalla disperazione o per spingere l'assistente al Soglio a rimettersi con lei, ingurgitò una dose eccessiva di barbiturici e finì all'ospedale. Non le dico i giornali e lo scandalo che ne seguì».
Filippo cosa fece?
«Si precipitò al capezzale di Belinda con una gran mazzo di fiori, ma l'infortunio gli costò la prestigiosa carica vaticana».
E il matrimonio con donna Franca?
«Finì. E il principe cominciò a fare vita da scapolo e a girare il mondo».
E la Lee?
«Si mise con il regista e documentarista Gualtiero Jacopetti. Belinda morirà in un incidente stradale».
Chi erano le intellettuali dell'aristocrazia romana?
«Mimì Pecci Blunt, con palazzo all'Ara Coeli, nipote di Vincenzo Gioacchino Pecci, il papa della "Rerum novarum". Aprì il teatro "La cometa". Amica di artisti, teneva anche un salotto».
Altre signore al centro delle cronache mondane dell'epoca?
«Marina Punturieri, bellissima ragazza della buona borghesia romana, figlia di un avvocato. Conobbe e sposò il duca Alessandro Lante della Rovere. Un gran nome, ma soldi pochi».
Un matrimonio felice?
«I primi anni, felicissimo. Marina frequentava il Vaticano, andava alle udienze papali con il velo nero. Finché non si stancò del marito. Lei era una donna curiosa, divertente, ironica, provocatrice. Lui, un uomo piuttosto inquadrato. E Marina cominciò a "pazziare"».
Ebbe gradi amori?
«Uno, grandissimo, con il pittore di piazza del Popolo Franco Angeli. Ne "I miei primi quarant'anni" Marina racconta con scanzonato humour le sue avventure».
Aveva molti corteggiatori?
«Uno stuolo. Anche sceicchi arabi. Finché non incontrò Carlo Ripa di Meana».
Soprannominato "Orgasmo da Rotterdam" per la prodigiosa esuberanza amatoria (così almeno si bucinava).
«Questo non lo so, ma so che quello con Marina sarà un matrimonio a prova di bomba. La Marina trasgressiva diventerà una donna tranquilla, posata, saggia. Ma non rinnegherà il passato».
Alla mondanità romana partecipavano anche rampolli o signori del Grande Capitale? Un Gianni Agnelli, ad esempio.
«Agnelli si ammantava di un'assoluta privacy. Le sue avventure erano sussurrate, i giornali le ignoravano. Fino ai quarant'anni fece molta vita sociale, ma non a Roma: sulla Costa Azzurra».
Cosa si raccontava di lui?
«Che aveva avuto una love story con Anita Eckberg. Si lasceranno, ma resteranno amici. Poco prima di morire, l'"Avvocato" le telefonò e le disse "addio". Anita lo corresse "Arrivederci". Lui ribadì "Addio"».
Il più celebre amore del futuro Presidente della Fiat?
«Quello con Silvia Cornacchia, in arte Silvia Monti. L'aveva fatta venire a Roma, in un lussuosissimo residence al Velabro. Quando la vidi la prima volta, rimasi folgorato dalla sua strepitosa bellezza».
Era già amica di Agnelli?
«Sì».
Lei, dove la conobbe?
«Sulla spiaggia di Ostia, al Gambrinus. Aveva occhi stupendi e una splendida pelle liscia e ambrata. Troppo bella per sfondare nel cinema. Un giorno mi chiese di accompagnarla in un locale notturno».
E lei?
«Felicissimo, presi la Cadillac di mio padre e, con un autista gallonato, andai al Velabro. Il portiere mi annunciò, Silvia gli disse di farmi salire. Salii, mi venne ad aprire una cameriera, che m'introdusse nel salotto. Dopo dieci minuti apparve Silvia elegantissima e profumatissima».
Com'era vestita?
«Indossava un abito di satin color argento tutto luccicante con la cerniera aperta fino al fondoschiena. Mi chiese di aiutarla a chiuderla».
E lei?
«Ubbidii. Per l'emozione, le mani mi tremavano».
Dove andaste?
«All'Ippopotamus, night allora di gran moda. C'erano altre bellissime donne ma, quando apparve Silvia, gli obiettivi di tutti i fotografi si concentrarono su di lei».
Gianni era già sposato?
«Sì».
Li hai mai visti insieme?
«Mai».
Come finì la love story?
«Con il matrimonio di Silvia con il conte Luigi Donà delle Rose».
Lei lasciò lui o lui lei?
«Lui lei. L'"Avvocato" aveva capito che una donna come Silvia o la sposavi o la lasciavi. Lui, già ammogliato, preferì lasciarla. Resteranno sempre grandissimi amici».
I salotti romani più esclusivi?
«Esclusivissimo, quello della principessa Colonna. Fastoso il ricevimento per i cardinali, accolti una volta l'anno, all'ingresso del palazzo, in piazza Santi Apostoli, da camerieri in livrea con in mano ceri accesi. I porporati con le vesti rosse, allora con un piccolo strascico, varcavano la soglia del salone più solenne, al suono dei violini. Qui li attendeva Isabel, che si genufletteva al loro cospetto».
Chi ha sepolto questo mondo?
«I nuovi arrivati. Borghesi ricchi e ricchi industriali senza una tradizione, senza un passato, senza stile, senza classe, senza niente».
Sic transit dulcis vita.
«Si».
Dagospia 24 Luglio 2007
Pochi hanno il dono, l'ineffabile, inestimabile dono dell'ubiquità che comporta continui e rapidi spostamenti, ma consente a chi lo possiede di essere ovunque, nei luoghi più impensabili e sognati. Questo dono lo avevano San Tommaso e, molti secoli dopo, Padre Pio e oggi, ma non da oggi, lo ha il principe Carlo Giovanelli. Non c'è party, non c'è cocktail, non c'è ballo, classico o mascherato, non c'è concerto, anteprima, vernissage, matrimonio, funerale, battesimo, che non lo veda in prima fila, ma anche dietro le quinte con il garbo del gran signore.
Che cosa ricorda della "Dolce vita"?
«Una società elegante, locali molto esclusivi, dove entravi solo se conosciuto. Nel Club '84, senza uno sponsor mondano, un padrino altolocato non eri ammesso».
Potevi sederti al bar?
«Sì, ma lì stavi. In attesa che qualcuno, che sapeva chi eri, t'invitasse al suo tavolo».
E chi era questo qualcuno?
«Dado Ruspoli, Rudy Crespi, una giovanissima Ira Fürstemberg. Una sorta di cooptazione».
Giacca e cravatta erano di rigore?
«Meglio se di colore scuro».
Eccezioni?
«Per pochi. Ad esempio, per il principe Vittorio Massimo di Roccasecca dei Volsci, discendente da illustre stirpe papalina e romana. Fra i suoi antenati, Quinto Fabio, detto il "Temporeggiatore". Si raccontava che uno dei Massimo andò da Napoleone, il quale gli chiese: "è vero che la vostra famiglia discende da Quinto Fabio Massimo?"».
E il principe?
«"Maestà, sono duemila anni che in casa nostra si racconta questa storia"».
Vittorio Massimo, chi sposò?
«Dawn Addams, attrice bellissima. Matrimonio che fece scalpore perché unì per la prima volta i membri della nobiltà a un personaggio del cinema. Il principe era un gran cuoco».
Le sue specialità?
«Piatti romaneschi: bucatini all'amatriciana, spaghetti alla carbonara, abbacchio, coda alla vaccinara».
Altri matrimoni clamorosi?
«Quello del conte Franco Mancinelli Scotti con la stupenda Elsa Martinelli, fotomodella e attrice. Ancora affascinante in topless».
Dove si sposarono?
«All'Ara Coeli».
Altri protagonisti di quegli anni?
«I conti Rudy e Consuelo Crespi, imparentati con i Matarazzo, re brasiliani del caffè. Consuelo era una bellissima modella; Rudy, un giovane aristocratico. Affittarono un appartamento a palazzo Colonna e divennero il fulcro della vita sociale romana. Furono loro ad aprire l'Open Gate. Un club privato, dietro via Veneto. Vi accedevi solo con una tessera. Un club per signore, che potevano portare i mariti».
Come ci si divertiva all'Open Gate?
«Si ballava il bal-en-tête. Le dame indossavano bizzarre acconciature a forma di farfalla, coccinella, vespa. E poi, c'era il "Tevere blu", spettacolo aristocratico per beneficenza, organizzato dagli stessi Rudy e Consuelo e da altri nobili. Signore e signori di magnanimi lombi, rigorosamente dilettanti, diretti da un vero regista, rifacevano a modo loro le commedie di maggior successo di Wanda Osiris, di Macario, di Dapporto».
I patrizi più mondani?
«Dado Ruspoli, esponente di una grande famiglia. Era affascinato dall'Oriente, dove andava spesso. Formidabile animatore della vita romana, la leggenda racconta che fumasse oppio e si presentasse nella piazzetta di Capri con un pappagallo sulla spalla. Si vestiva in modo eccentrico: camicie coloratissime, cravatte sgargianti, accessori curiosi. Era amico di artisti come Cocteau e Schifano e amava pazzamente la notte perché ipoteso. Era di casa in tutti i ristoranti alla moda: il Sans-Souci, George's, la Domus Aurea, la Casina delle rose».
E dopo cena?
«Il night: il Pipistrello o l'84, dove aveva un tavolo riservato. Sempre circondato da belle donne, da attrici, come la giovanissima Anita Eckberg, che Fellini volle nella "Dolce vita" perché incarnava la straniera innamorata di Roma. Era l'epoca in cui i principi s'imparentavano con le grandi famiglie straniere, americane. Prima, i matrimoni avvenivano solo nella ristretta cerchia aristocratica».
Dado Ruspoli frequentava anche il Rugantino?
«Era lì la sera del celebre spogliarello della giovane turca Aichè Nanà».
Anche Dado si tolse la giacca sulla quale Aichè, ballando, si denudò?
«Questo non lo ricordo».
I patrizi più trasgressivi?
«Diciamo i più curiosi: ancora Dado Ruspoli e Vittorio Massimo».
I nobili si mescolavano ai belli del cinema?
«Sì: ai Maurizio Arena, ai Renato Salvatori, assidui di certi salotti aristocratici».
Si allacciarono tresche?
«Tresche, non so. Ma nacquero molte amicizie».
Le donne più belle e più allegre?
«Olghina di Robilant, di antica famiglia piemontese, giornalista mondana dello "Specchio"».
Altre patrizie mondanamente impegnate?
«La principessa Giovannona Pignatelli Aragona Cortés».
Perché Giovannona?
«Perché alta, bella, prosperosa, brillante, gioviale, spensierata. Ballava divinamente».
Le più corteggiate?
«In assoluto, Myrta Barberini. Aveva tutto: magra, slanciata, si muoveva come una gazzella. Occhi splendidi, classe eccezionale, charme incredibile. Fu la prima a portare la pettinatura a coda di cavallo, che conquistò Fellini, il quale, nel ballo della "Dolce vita", la fece adottare a una signora».
Chi spasimava per lei?
«L'attuale re di Spagna, Juan Carlos, l'attuale re del Belgio, Alberto».
Cosa c'è di vero nella storia dello spadone che il duca Alberto Brivio Sforza, marito di Myrta, brandì al cospetto della moglie?
«Il duca era gelosissimo e, dopo un'accesa lite con Myrta, voleva entrare in camera della moglie, che si era barricata dentro e non apriva. Lui - scrissero i giornali - sfondò l'uscio con l'arma bianca e fece irruzione nella stanza».
Altri celebri amori di quegli anni?
«L'appassionato flirt fra il principe Filippo Orsini e l'attrice americana Belinda Lee».
Dove si conobbero?
«A Roma. Credo al Club '84. Filippo, bellissimo e pieno di charme, era assistente al Soglio pontificio, la più alta carica vaticana. Carica che divideva con Aspreno Colonna. Il papa, per mettere pace fra le due famiglie degli Orsini e dei Colonna - una guelfa, l'altra ghibellina - storicamente rivali, aveva, a suo tempo, voluto due loro rappresentanti in piedi davanti al trono pontificio».
Con chi era sposato Filippo Orsini?
«Con la contessa Franca Bonaccorsi, donna di superba eleganza e di cospicuo patrimonio. Una coppia contesa e invitatissima».
La liaison era nota?
«No. Lo diventò quando Belinda tentò il suicidio».
Perché?
«Donna Franca era venuta a conoscenza della tresca e il principe stava tornando in famiglia. L'attrice, innamoratissima di Filippo, o perché presa dalla disperazione o per spingere l'assistente al Soglio a rimettersi con lei, ingurgitò una dose eccessiva di barbiturici e finì all'ospedale. Non le dico i giornali e lo scandalo che ne seguì».
Filippo cosa fece?
«Si precipitò al capezzale di Belinda con una gran mazzo di fiori, ma l'infortunio gli costò la prestigiosa carica vaticana».
E il matrimonio con donna Franca?
«Finì. E il principe cominciò a fare vita da scapolo e a girare il mondo».
E la Lee?
«Si mise con il regista e documentarista Gualtiero Jacopetti. Belinda morirà in un incidente stradale».
Chi erano le intellettuali dell'aristocrazia romana?
«Mimì Pecci Blunt, con palazzo all'Ara Coeli, nipote di Vincenzo Gioacchino Pecci, il papa della "Rerum novarum". Aprì il teatro "La cometa". Amica di artisti, teneva anche un salotto».
Altre signore al centro delle cronache mondane dell'epoca?
«Marina Punturieri, bellissima ragazza della buona borghesia romana, figlia di un avvocato. Conobbe e sposò il duca Alessandro Lante della Rovere. Un gran nome, ma soldi pochi».
Un matrimonio felice?
«I primi anni, felicissimo. Marina frequentava il Vaticano, andava alle udienze papali con il velo nero. Finché non si stancò del marito. Lei era una donna curiosa, divertente, ironica, provocatrice. Lui, un uomo piuttosto inquadrato. E Marina cominciò a "pazziare"».
Ebbe gradi amori?
«Uno, grandissimo, con il pittore di piazza del Popolo Franco Angeli. Ne "I miei primi quarant'anni" Marina racconta con scanzonato humour le sue avventure».
Aveva molti corteggiatori?
«Uno stuolo. Anche sceicchi arabi. Finché non incontrò Carlo Ripa di Meana».
Soprannominato "Orgasmo da Rotterdam" per la prodigiosa esuberanza amatoria (così almeno si bucinava).
«Questo non lo so, ma so che quello con Marina sarà un matrimonio a prova di bomba. La Marina trasgressiva diventerà una donna tranquilla, posata, saggia. Ma non rinnegherà il passato».
Alla mondanità romana partecipavano anche rampolli o signori del Grande Capitale? Un Gianni Agnelli, ad esempio.
«Agnelli si ammantava di un'assoluta privacy. Le sue avventure erano sussurrate, i giornali le ignoravano. Fino ai quarant'anni fece molta vita sociale, ma non a Roma: sulla Costa Azzurra».
Cosa si raccontava di lui?
«Che aveva avuto una love story con Anita Eckberg. Si lasceranno, ma resteranno amici. Poco prima di morire, l'"Avvocato" le telefonò e le disse "addio". Anita lo corresse "Arrivederci". Lui ribadì "Addio"».
Il più celebre amore del futuro Presidente della Fiat?
«Quello con Silvia Cornacchia, in arte Silvia Monti. L'aveva fatta venire a Roma, in un lussuosissimo residence al Velabro. Quando la vidi la prima volta, rimasi folgorato dalla sua strepitosa bellezza».
Era già amica di Agnelli?
«Sì».
Lei, dove la conobbe?
«Sulla spiaggia di Ostia, al Gambrinus. Aveva occhi stupendi e una splendida pelle liscia e ambrata. Troppo bella per sfondare nel cinema. Un giorno mi chiese di accompagnarla in un locale notturno».
E lei?
«Felicissimo, presi la Cadillac di mio padre e, con un autista gallonato, andai al Velabro. Il portiere mi annunciò, Silvia gli disse di farmi salire. Salii, mi venne ad aprire una cameriera, che m'introdusse nel salotto. Dopo dieci minuti apparve Silvia elegantissima e profumatissima».
Com'era vestita?
«Indossava un abito di satin color argento tutto luccicante con la cerniera aperta fino al fondoschiena. Mi chiese di aiutarla a chiuderla».
E lei?
«Ubbidii. Per l'emozione, le mani mi tremavano».
Dove andaste?
«All'Ippopotamus, night allora di gran moda. C'erano altre bellissime donne ma, quando apparve Silvia, gli obiettivi di tutti i fotografi si concentrarono su di lei».
Gianni era già sposato?
«Sì».
Li hai mai visti insieme?
«Mai».
Come finì la love story?
«Con il matrimonio di Silvia con il conte Luigi Donà delle Rose».
Lei lasciò lui o lui lei?
«Lui lei. L'"Avvocato" aveva capito che una donna come Silvia o la sposavi o la lasciavi. Lui, già ammogliato, preferì lasciarla. Resteranno sempre grandissimi amici».
I salotti romani più esclusivi?
«Esclusivissimo, quello della principessa Colonna. Fastoso il ricevimento per i cardinali, accolti una volta l'anno, all'ingresso del palazzo, in piazza Santi Apostoli, da camerieri in livrea con in mano ceri accesi. I porporati con le vesti rosse, allora con un piccolo strascico, varcavano la soglia del salone più solenne, al suono dei violini. Qui li attendeva Isabel, che si genufletteva al loro cospetto».
Chi ha sepolto questo mondo?
«I nuovi arrivati. Borghesi ricchi e ricchi industriali senza una tradizione, senza un passato, senza stile, senza classe, senza niente».
Sic transit dulcis vita.
«Si».
Dagospia 24 Luglio 2007