LADY D COME WOJTYLA - È LA PERSONA PUBBLICA CHE CON PIÙ ABILITÀ HA SAPUTO CAVALCARE, INSIEME A GIOVANNI PAOLO II, IL MONDO DEI MEDIA - PARLARE DELLA SPENCER VUOL DIRE PARLARE DELLA NOSTRA EPOCA, E DELLA TRASFORMAZIONE DELLA REALTÀ IN REALITY SHOW.

Beppe Sebaste per "l'Unità"

«The Queen» di Stephen Frears è uno dei pochi film di questi anni dedicato all'analisi del Potere (l'altro che mi viene in mente è «Il caimano» di Nanni Moretti). Alterna filmati di repertorio (documentari) a immagini di finzione, come a dire l'indiscernibilità tra realtà e iper-realtà (o reality). Dedicato alla ricezione inglese della morte di Lady Diana, mostra soprattutto l'origine di quella mentalità di governo indissociabile dalla pubblicità che abbiamo chiamato «berlusconismo», e che attraversa tanto la destra che la sinistra.

Fu l'abilità mediatica di Blair nell'assecondare i sondaggi e le aspettative della gente a fargli coniare per Diana la fortunata espressione «principessa del popolo». Fu il primo ministro inglese a convincere la casa regnante dei Windsor a organizzare un inedito funerale privato-nazionale: la gente, disse, non avrebbe accettato qualcosa di diverso.

Il film di Frears ci mostra poi il conservatorismo e l'algida rigidità della regina d'Inghilterra come una paradossale resistenza culturale al rampantismo e al populismo politico: un senso dei valori della Storia e della lentezza, delle «istituzioni», agli antipodi del dominio ondivago della moda.

Diana fu, di fatto, un'eroina dei media, e quindi della gente. Insieme al papa Wojtyla, è la persona pubblica che con più abilità ha saputo cavalcare - fino alla morte - il mondo dei media. Era così esperta nel manipolare il mondo veloce delle immagini e delle comunicazioni di massa da assemblare in sé le competenze di un semiologo, e in quanto tale ne analizzò la nemesi, all'indomani del crash nel tunnel dell'Alma, lo scrittore Salman Rushdie.

Su Diana la dissacrazione del concetto abusato di «icona» (la cui origine è sacra) suggella il paganesimo contemporaneo ed effimero di una religiosità senza religione, culto che si celebra solo nell'atto voyeuristico dell'essere «testimoni» (sfogliando la stampa scandalistica e pettegola, ma anche affollando un funerale, come accadde a Westminster).

Non aveva altri talenti oltre quello mediatico, eppure non conosco altre eroine del glamour capaci di mettere in moto le penne, oltre che del celebre scrittore indiano, di un antropologo del calibro di Lévi-Strauss, di un sociologo come Baudrillard, e di tanti altri serissimi scrittori.



Parlare di Diana vuol dire parlare di noi, e della nostra epoca all'alba della sua definitiva conversione in società dei simulacri, e della sostituzione della realtà in reality show. Tra tutte, le parole dello scrittore americano di noir, James Ellroy (anch'egli esperto di comunicazioni di massa), mi sembrano le più azzeccate, e le più attuali nel nostro Paese afflitto da un impasto tragico e triviale di star system e criminalità - da Vittorio Emanuele di Savoia al fotografo Corona (tanto per restare, linguisticamente, in ambito pseudoregale):

«Le persone provano per i personaggi un arrapamento ambivalente. Li adorano acriticamente. Li ammantano di adulazione adolescenziale e in cambio conseguono cazzi caustici. (...) È idolatria idiota. Laddove le fanzine alimentano la certezza che non ce la farai mai a fotterti i tuoi beceri beniamini, la stampa scandalistica rompe quel rinforzo e decostruisce e demitizza con delirante determinazione quegli indifferenti idoli che ti ignorano. È ripicca revisionista. (...) Rapina i ricchi e regali e li fionda al tuo fianco nella fogna, finalmente consentendoti di concupirli come tuoi corrispondenti».

Ma Diana era anche una persona «normale»: che cercava una nuova casa, sfogliava annunci immobiliari, sognava di assomigliare a qualcuno - oggetto e insieme soggetto delle riviste di moda e di glamour - e voleva fare una «carriera» politica e umanitaria. Che lottava contro le mine anti-uomo e stringeva senza guanti le mani dei malati di Aids, e si sentiva vicina ai reietti della Terra.

Valori inconciliabili con l'esistenza effimera e l'assenza di memoria del mondo del glamour e dei media, che vivono per l'istante presente. Anche Henri Paul, impropriamente chiamato dai giornali «l'autista di Diana», morto spappolato nella Mercedes del tunnel dell'Alma, era una persona normale. Non era un autista, ma dirigeva la sicurezza dell'Hotel Ritz, costante e disincantato spettatore dei «ricchi e regali».

Era appena tornato dalle vacanze, quel 30 agosto di dieci anni fa. Morì sul lavoro, incolpato della morte della «principessa del popolo». A casa aveva la baguette intatta del giorno, e un pieghevole sul tavolo: «Méfiez vous de la presse!» («Non fidatevi della stampa»).



Dagospia 29 Agosto 2007