BELGIO NELLA BOLGIA - LA DERIVA SEPARATISTA STA PER FARE UN'ALTRA VITTIMA: UNO DEGLI STATI PIÙ PICCOLI D'EUROPA POTREBBE SMEMBRARSI - I RICCHI FIAMMINGHI NON NE VOGLIONO PIÙ SAPERE DEI VALLONI - "L'ECONOMIST": MEGLIO CHIUDERE I BATTENTI.

1 - FIAMMINGHI CONTRO VALLONI, IL BELGIO RISCHIA LA FINE.
Sergio Sergi per "l'Unità"

Un Paese, tre regioni, tre lingue. Addio per sempre? Nel cuore dell'Europa, anzi proprio il cuore dell'Europa. Ecco il Belgio, la Belgique o België, che vive i giorni più drammatici della sua storia. Si spacca il Regno di re Alberto II e di Paola? Monta il vento del separatismo, cresce prepotente la spinta alla divisione.

Con le Fiandre ricche che sognano la rivincita e che non vogliono più sostenere il peso finanziario degli aiuti alla Vallonia più povera. Insomma: è la «guerra dei belgi» nel XXI secolo. La guerra tra belgi: i 6 milioni di fiamminghi al nord più ricco, i tre milioni e mezzo di valloni francofoni nel sud delle ex miniere e in decennale declino.

Dopo il 10 giugno, il giorno delle ultime elezioni politiche, il Belgio non è riuscito a darsi un nuovo governo. Tre mesi di negoziati tra partiti fiamminghi e partiti valloni, nello scenario complicatissimo del particolare federalismo belga. Che non consente il voto per i partiti nazionali. I fiamminghi votano per i loro ma non possono votare per i partiti valloni, e viceversa. È il sistema che ha consentito, sinora, la convivenza.

Con tensioni, strappi, derive estremiste e xenofobe nelle Fiandre. Ma sempre ricondotte, più o meno, alla ragione. Perché, guarda un po', c'è il Regno che unifica. La corona, prima di Baldovino, e adesso di Alberto II, che fa da garante. E poi perché qui c'è l'Europa, con le sue istituzioni, i suoi palazzi. La Commissione, il Consiglio dei ministri, il Parlamento: stanno in un quadrilatero e attirano in Belgio uomini, politiche e affari.

Monarchia ed Europa, il collante. Ma adesso? Adesso, dopo il voto, un fiammingo coriaceo che ha preso la guida del partito cristiano-democratico, Yves Leterme, aveva pensato di fare il grande salto. Torcendo, in favore del nord più ricco, il sistema federale. Ha vinto le elezioni (30 seggi su 150) e Alberto II lo aveva incaricato di provare a fare il governo. Ma in Belgio, per fare un esecutivo, bisogna conciliare gli interessi delle due grandi regioni e, dunque, trattare con i partiti dell'una e dell'altra.

Un rompicapo che, nella storia ha sempre preso dei mesi. Ma questa volta è ancora in alto mare. Alla deriva fortemente secessionista, ha risposto di no la Vallonia. E il dibattito si è infiammato. Non solo tra partiti e dirigenti politici. Ma tra intellettuali, università, nel mondo imprenditoriale.



Tredici anni fa un titolo del Financial Times recitava in prima pagina: «Welcome to Soviet Belgium». Benvenuti nel Belgio Sovietico. Era un'accusa bruciante al burocratismo del Paese. Ora il Belgio, azzarda qualcuno, se le cose dovessero precipitare, potrebbe essere paragonato alla Cecoslovacchia. Spezzata in due dopo la rivoluzione. Senza eccessivi traumi. Sarà lo stesso? Si fanno i conti.

Quanto costerebbe la separazione o, meglio, la trasformazione dello Stato federale in una Confederazione? I sondaggi rivelano che i fiamminghi per il 45% sono favorevoli all'indipendenza: «Le Fiandre possono prosperare senza di voi francofoni e non il contrario.», ha ammonito Luc Van der Kelen, il direttore di Het Laatste Nieuws, il quotidiano più letto e di lingua nederlandese. Il settimanale Le Vif, francofono, riassume le conseguenze di una vittoria fiamminga: 600 mila poveri in Vallonia, il reddito pro capite tagliato del 4% e le pensioni alleggerite del 20%.

Un disastro economico e uno sconvolgimento sociale rilevantissimi. Il professor Michel Mignolet, dell'università Notre-Dame de la Paix di Namur, calcola che la Vallonia avrebbe bisogno di 2,5 miliardi di euro per tappare il «buco» della sicurezza sociale. E la regione di Bruxelles avrebbe anche i suoi grandi problemi da affrontare cercando di mantenere lo status di capitale europea. E, poi, si dibatte sul destino delle ferrovie, sulla differenza salariale tra nord e sud, sulla fuga delle imprese verso sistemi fiscali più vantaggiosi.

In tv, sui giornali e sui settimanali si sfogliano le pagine di storia. C'è chi, da un lato, ricorda i soldati fiamminghi morti nella prima guerra mondiale con un pellegrinaggio alla torre dell'Yser: periti perché non comprendevano gli ordini impartiti dai loro ufficiali in lingua francese; c'è chi evoca lo schiaffo di Lovanio, nel 1968, quando i fiamminghi dissero: «Valloni, fuori!».

Infatti, adesso c'è Louvain ma anche Louvain la Neuve. Intervistata, Antoniette Spaak, la figlia dello statista Paul-Henri, l'uomo della resistenza e il ricostruttore del Paese, ricorda i giudizi del padre: «Lui credeva nei compromessi ma ammoniva egualmente: vedrai non si fermeranno». E Antoniette, detta la «sorella d'Europa», commenta: «Mio padre aveva ragione». Il governo, intanto, non c'è. Continua, per l'ordinaria amministrazione, quello uscente del liberale europeista Guy Verhofstadt, appena premiato con il Premio Capalbio. Ne uscirà anche stavolta il Belgio? Il ricordo va allo scherzosa fiction andata in onda lo scorso dicembre sulla tv nazionale Rtbf e che annunciava il colpo di Stato dei fiamminghi. I passeggeri di un autobus venivano fatti scendere perché erano arrivati al confine con le Fiandre.

2 - «È ORA CHE IL BELGIO CHIUDA I BATTENTI».
Da "l'Unità" - Il Paese è da sempre spaccato in due, tanto da non essere in grado di formare un governo da circa tre mesi. E quel che è peggio è che i belgi, siano essi fiamminghi o valloni, non sembrano preoccuparsi. Secondo "The Economist" in edicola oggi in un articolo intitolato «Tempo di finirla», si impone una valida soluzione: è tempo che il Belgio, dopo neanche due secoli di vita, chiuda i battenti.


Dagospia 07 Settembre 2007