ECCO IL CAPITOLO CHE MANCA NEL LIBRO DI RIZZO & STELLA SULLA CASTA
UN LIBRO DENUNCIA I FINANZIAMENTI SURRETTIZI DELLO STATO AI GRANDI GRUPPI
PERCHÉ LO STATO DEVE SOVVENZIONARE LE IDEE DI POLITO, E NON QUELLE DI TIZIO?
UN LIBRO DENUNCIA I FINANZIAMENTI SURRETTIZI DELLO STATO AI GRANDI GRUPPI
PERCHÉ LO STATO DEVE SOVVENZIONARE LE IDEE DI POLITO, E NON QUELLE DI TIZIO?
"Il capitolo che manca nel libro di Rizzo e Stella sulla casta". Così quel vecchio, innocente marpione dell'editoria che è Marcello Baraghini (guru di "Stampa alternativa" e inventore ieri dei libri a mille lire e oggi dei "bianciardini" a 1 centesimo) sta cercando di convincere i distributori e i librai a prenotare quanto più copie è possibile de "La casta dei giornali", il nuovo libro del giornalista e scrittore Beppe Lopez. Non a caso sottotitolato: "Così l'editoria italiana è stata sovvenzionata e assimilata alla casta dei politici".
Si tratta di una inchiesta sul "portentoso flusso di danaro pubblico, sino a 700-750 milioni di euro in un anno, che finisce per mille rivoli, sotto forma di contributi diretti o indiretti (rimborso carta, agevolazioni tariffarie, crediti d'imposta, ristrutturazioni aziendali, provvidenze per la teletrasmissione, ecc.), nelle casse di grandi gruppi editoriali, organi di partito, cooperative, giornali e giornaletti, ma anche di finti giornali di partito, di giornali di finti 'movimenti' e di cooperative fasulle. Alimentando sottogoverno e clientele. E consentendo illecite rendite (e in qualche caso un indebito peso mediatico) a un esercito fannulloni e autentici truffatori, potenti o 'amici degli amici'. Di destra, di sinistra e di centro".
Lopez ne ha per tutti. Anche per Rizzo e Stella, che nel loro celebrato libro parlano di questo scandalo nazionale solo per poche righe, e solo per le decine di milioni di euro presi dalla stampa politica, glissando elegantemente sulle centinaia di milioni di euro incassati dai grandi gruppi - a cominciare dalla Rcs - in rimborsi per la carta e agevolazioni postali.
"Nel libro vengono descritti minuziosamente contributi, trucchi, imbrogli, sotterfugi e irregolarità; si dà conto delle ragioni e delle ipocrisie che hanno animato il confronto (protagonisti i direttori dei giornali politici, le cooperative, Giuliano Ferrara, Vittorio Feltri, Ciarrapico, Polito, ecc.); si cerca di individuare le possibili vie d'uscita dal ginepraio in cui ci si è ficcati".
Lo scandalo è clamoroso - sottolinea Lopez - non solo per la straordinaria entità di questa voce dei "costi della casta", ma anche sul piano etico e morale perché esso è stato sostanzialmente nascosto alla pubblica opinione e "trascurato" dai giornali, direttamente percettori di rendite inconfessabili o comunque "politicamente scorrette". Siamo cioè di fronte a quello che è forse il più vergognoso fenomeno di collusione e di omertà di cui si sia macchiata l'informazione in Italia, perseguendo un consapevole e sistematico disegno di occultamento dei fatti, per interessi di settore e di casta.
I giornali, in questa vicenda, sono venuti meno non solo al sistema di principi deontologici che ne hanno conformato la funzione storica, sociale e morale, ma al principio più elementare che solo ne determina, giustifica e consente la sopravvivenza: dare le notizie.
Nel capitolo dedicato agli argomenti con i quali "difendono le posizioni acquisite - purtroppo più nella lista delle provvidenze del Dipartimento che nel mercato - i giornali di partito e di opinione", c'è un passaggio che riguarda indirettamente anche Dagospia, per merito, anzi per demerito di "Pupetto" Antonio Polito. Il disinvolto ex-direttore del Riformista (passato da Repubblica, a Velardi, a Rutelli e ora, pare, a qualcun altro) affermava che "se la pubblicità porno rende libero Dagospia, il finanziamento rende liberi noi. Prendendo i contributi non siamo obbligati a rispondere a nessun imprenditore e a nessun politico. Al Riformista seguiamo solamente le nostre idee... Sono finanziamenti a idee che, senza aiuti, non riuscirebbero ad avere un loro spazio".
E' inquietante e forse illuminante - scrive Lopez - l'immagine pornografica che il direttore del Riformista confessava di avere a proposito dei contributi che gli consentivano di dare spazio alle proprie idee. E Rizzo e Stella rilevavano poi che il Riformista e Libero, ambedue facenti capo agli Angelucci, pur pretendendosi non obbligati a rispondere ad alcun imprenditore, "si unirono nello stesso coro: massima fiducia e solidarietà" quando Giampaolo Angelucci fu arrestato sotto l'accusa di corruzione e illecito finanziamento ai partiti.
Ma a parte ciò, Polito non spiegava perché lo Stato dovrebbe finanziare e fare spazio alle sue idee, e non a quelle di Pinco Pallo. Non sembra che Polito possa arrivare a teorizzare che vadano finanziati solo lui e altri quattro/cinque pensatori e agitatori politici come lui, e non Pinco Pallo o altri individui pur provvisti d'idee (e dotati, come lui, d'interessi da difendere), per il semplice fatto che questi possano essere privi di rapporti col Palazzo o con Angelucci o con Berlusconi.
Né sembra che Polito possa arrivare a pensare che le sue idee siano più meritevoli di altre e che per questo uno Stato Illuminato ed Etico debba finanziare le prime e penalizzare le seconde. Polito probabilmente è profondamente convinto che, nel libero mercato delle idee, le sue siano risultate particolarmente pregevoli e quindi degne di pubblico sostegno.
Peccato che, al contrario di Dagospia, che il suo spazio, il suo ruolo e il suo porno (vedi Dagosex) li conquista quotidianamente in un mercato altamente competitivo quale è quello di Internet, non risulta affatto che il Riformista e le idee di Polito abbiano agito in un libero mercato, vincendo la concorrenza in edicola (no, lì proprio non l'ha vinta), vincendo nel confronto politico-culturale (no, la visibilità assicuratagli dall'amico Mieli sul Corriere della Sera non significa questo) e vincendo infine il libero concorso per l'assegnazione degli incentivi pubblici (no, questo lo sa benissimo Polito, per accedere alle provvidenze dell'editoria non c'è stato alcun concorso né sono servite le sue pur pregevoli idee: è bastato l'accesso ai fondi del Dipartimento acquisito da Macaluso, quando berta filava, con la sua nobile ma marginale rivista)".
La pubblicazione de "La casta dei giornali" è stata annunciata, con un ampio servizio di Denise Pardo, sul Panorama in edicola. Edito da quella Mondadori che, come ricorda Lopez nelle prime pagine del libro, è riuscita da sola a prendere in un anno 19 milioni di euro in provvidenze per le spese postali, in aggiunta a 10 milioni di euro in provvidenze per la carta.
Dagospia 01 Ottobre 2007
Si tratta di una inchiesta sul "portentoso flusso di danaro pubblico, sino a 700-750 milioni di euro in un anno, che finisce per mille rivoli, sotto forma di contributi diretti o indiretti (rimborso carta, agevolazioni tariffarie, crediti d'imposta, ristrutturazioni aziendali, provvidenze per la teletrasmissione, ecc.), nelle casse di grandi gruppi editoriali, organi di partito, cooperative, giornali e giornaletti, ma anche di finti giornali di partito, di giornali di finti 'movimenti' e di cooperative fasulle. Alimentando sottogoverno e clientele. E consentendo illecite rendite (e in qualche caso un indebito peso mediatico) a un esercito fannulloni e autentici truffatori, potenti o 'amici degli amici'. Di destra, di sinistra e di centro".
Lopez ne ha per tutti. Anche per Rizzo e Stella, che nel loro celebrato libro parlano di questo scandalo nazionale solo per poche righe, e solo per le decine di milioni di euro presi dalla stampa politica, glissando elegantemente sulle centinaia di milioni di euro incassati dai grandi gruppi - a cominciare dalla Rcs - in rimborsi per la carta e agevolazioni postali.
"Nel libro vengono descritti minuziosamente contributi, trucchi, imbrogli, sotterfugi e irregolarità; si dà conto delle ragioni e delle ipocrisie che hanno animato il confronto (protagonisti i direttori dei giornali politici, le cooperative, Giuliano Ferrara, Vittorio Feltri, Ciarrapico, Polito, ecc.); si cerca di individuare le possibili vie d'uscita dal ginepraio in cui ci si è ficcati".
Lo scandalo è clamoroso - sottolinea Lopez - non solo per la straordinaria entità di questa voce dei "costi della casta", ma anche sul piano etico e morale perché esso è stato sostanzialmente nascosto alla pubblica opinione e "trascurato" dai giornali, direttamente percettori di rendite inconfessabili o comunque "politicamente scorrette". Siamo cioè di fronte a quello che è forse il più vergognoso fenomeno di collusione e di omertà di cui si sia macchiata l'informazione in Italia, perseguendo un consapevole e sistematico disegno di occultamento dei fatti, per interessi di settore e di casta.
I giornali, in questa vicenda, sono venuti meno non solo al sistema di principi deontologici che ne hanno conformato la funzione storica, sociale e morale, ma al principio più elementare che solo ne determina, giustifica e consente la sopravvivenza: dare le notizie.
Nel capitolo dedicato agli argomenti con i quali "difendono le posizioni acquisite - purtroppo più nella lista delle provvidenze del Dipartimento che nel mercato - i giornali di partito e di opinione", c'è un passaggio che riguarda indirettamente anche Dagospia, per merito, anzi per demerito di "Pupetto" Antonio Polito. Il disinvolto ex-direttore del Riformista (passato da Repubblica, a Velardi, a Rutelli e ora, pare, a qualcun altro) affermava che "se la pubblicità porno rende libero Dagospia, il finanziamento rende liberi noi. Prendendo i contributi non siamo obbligati a rispondere a nessun imprenditore e a nessun politico. Al Riformista seguiamo solamente le nostre idee... Sono finanziamenti a idee che, senza aiuti, non riuscirebbero ad avere un loro spazio".
E' inquietante e forse illuminante - scrive Lopez - l'immagine pornografica che il direttore del Riformista confessava di avere a proposito dei contributi che gli consentivano di dare spazio alle proprie idee. E Rizzo e Stella rilevavano poi che il Riformista e Libero, ambedue facenti capo agli Angelucci, pur pretendendosi non obbligati a rispondere ad alcun imprenditore, "si unirono nello stesso coro: massima fiducia e solidarietà" quando Giampaolo Angelucci fu arrestato sotto l'accusa di corruzione e illecito finanziamento ai partiti.
Ma a parte ciò, Polito non spiegava perché lo Stato dovrebbe finanziare e fare spazio alle sue idee, e non a quelle di Pinco Pallo. Non sembra che Polito possa arrivare a teorizzare che vadano finanziati solo lui e altri quattro/cinque pensatori e agitatori politici come lui, e non Pinco Pallo o altri individui pur provvisti d'idee (e dotati, come lui, d'interessi da difendere), per il semplice fatto che questi possano essere privi di rapporti col Palazzo o con Angelucci o con Berlusconi.
Né sembra che Polito possa arrivare a pensare che le sue idee siano più meritevoli di altre e che per questo uno Stato Illuminato ed Etico debba finanziare le prime e penalizzare le seconde. Polito probabilmente è profondamente convinto che, nel libero mercato delle idee, le sue siano risultate particolarmente pregevoli e quindi degne di pubblico sostegno.
Peccato che, al contrario di Dagospia, che il suo spazio, il suo ruolo e il suo porno (vedi Dagosex) li conquista quotidianamente in un mercato altamente competitivo quale è quello di Internet, non risulta affatto che il Riformista e le idee di Polito abbiano agito in un libero mercato, vincendo la concorrenza in edicola (no, lì proprio non l'ha vinta), vincendo nel confronto politico-culturale (no, la visibilità assicuratagli dall'amico Mieli sul Corriere della Sera non significa questo) e vincendo infine il libero concorso per l'assegnazione degli incentivi pubblici (no, questo lo sa benissimo Polito, per accedere alle provvidenze dell'editoria non c'è stato alcun concorso né sono servite le sue pur pregevoli idee: è bastato l'accesso ai fondi del Dipartimento acquisito da Macaluso, quando berta filava, con la sua nobile ma marginale rivista)".
La pubblicazione de "La casta dei giornali" è stata annunciata, con un ampio servizio di Denise Pardo, sul Panorama in edicola. Edito da quella Mondadori che, come ricorda Lopez nelle prime pagine del libro, è riuscita da sola a prendere in un anno 19 milioni di euro in provvidenze per le spese postali, in aggiunta a 10 milioni di euro in provvidenze per la carta.
Dagospia 01 Ottobre 2007