BENETTON FA INCAZZARE AMERICANI E ISLAMICI - DOPO LA FIAT, LA SEC METTE NEL MIRINO ANCHE PONZANO VENETO - DELUCIDAZIONI SULL'ESPANSIONE A TEHERAN, CUBA E IN SIRIA- LA REPLICA: "NON ABBIAMO A CHE FARE CON I GOVERNI LOCALI".

Morya Longo per "Il Sole 24 Ore"


Ha turbato sia la morale musulmana della teocrazia iraniana, sia la sensibilità della più grande democrazia al mondo, gli Stati Uniti. La politica di espansione in Iran del gruppo Benetton ha raggiunto l'incredibile risultato di "mettere d'accordo" Teheran e Washington: a inizio anno era stata la Sec (la Consob Usa) a preoccuparsi per le aperture di negozi nel Paese islamico, mentre pochi giorni fa sono stati alcuni esponenti politici iraniani a lamentarsi.

Ovviamente le motivazioni sono diverse: gli iraniani affermano che i negozi Benetton turbano la morale islamica, mentre l'Autorità di vigilanza americana era preoccupata perché l'Iran è considerato un Paese «sponsor» del terrorismo. Per questo la Sec, tra il dicembre 2006 e il marzo 2007, ha chiesto al gruppo Benetton delucidazioni sull'espansione iraniana: quanto ha investito, i nomi delle persone con cui ha fatto affari, le tasse pagate per ottenere le licenze. E Benetton ha risposto per filo e per segno. «Il Sole-24 Ore» è in grado di ricostruire questa vicenda, a metà strada tra il commercio, la moda, la religione e la diplomazia.

Tutto inizia nel 2005, quando il gruppo Benetton apre una filiale in Iran attraverso la sua controllata Bencom srl. Nel Paese arabo vanta già 5 negozi (4 a Teheran e uno a Mashad) che vendono i suoi capi d'abbigliamento. Si tratta di negozi gestiti da imprenditori locali, attraverso licenze. Con l'apertura nel 2005 della filiale, però, il gruppo intende dare uno slancio maggiore alla sua presenza. È così che, nel marzo 2006, incorpora una nuova società dell'isola Kish (la Benetton International Kish Co) e, attraverso questa società, avvia le trattative per comprare una grande area commerciale a Teheran.

La Sec vuole però vederci chiaro. L'Autorità di vigilanza chiede spiegazioni al gruppo Benetton in una lettera del 22 dicembre 2006, spedita nel periodo in cui visionava tutti i bilanci di oltre 100 società straniere quotate a New York. Il motivo della richiesta è chiaro: «Alla luce del fatto che Cuba, Iran e Siria sono stati identificati dal Dipartimento di Stato Usa come sponsor del terrorismo - scrive la Sec -, per favore descriveteci la natura dei vostri contatti passati, presenti e futuri con questi Paesi».



Il gruppo Benetton, il 31 gennaio scorso, risponde. Innanzitutto spiega che l'Iran ha generato nel 2005 ricavi netti per appena 500mila dollari, cioè meno dello 0,02% del fatturato totale del gruppo. Inoltre dettaglia per filo e per segno l'ultimo investimento: 25 milioni di dollari spesi per realizzare il nuovo negozio a Teheran sull'area commerciale comprata nel marzo 2006. «Il negozio - scrive il gruppo italiano alla Sec - sarà gestito da partner locali. Benetton non ritiene che siano persone controllate dal Governo iraniano».

Ma per la Sec non è sufficiente. Così, in una seconda lettera, dell'8 febbraio 2007, chiede altri chiarimenti: «Per favore spiegateci - scrive l'Autorità -se il negozio è stato acquistato dal governo iraniano o da soggetti controllati dal Governo. E diteci se una parte dei 25 milioni di dollari sono finiti al Governo». Benetton risponde pochi giorni dopo, il 20 febbraio. Spiega che ha comprato il palazzo da 17 persone fisiche (e le elenca, nome per nome) non legate al Governo.

Ma poi aggiunge: «Per avere il permesso di convertire il palazzo da "residenziale" a "uffici" e il piano terra da "parcheggio" a "negozio", i venditori hanno pagato la Municipalità di Teheran circa 9,9 milioni di dollari». Stesse delucidazioni la Sec le ha chieste per gli investimenti a Cuba e in Siria. E le risposte sono state analoghe: a Cuba il gruppo ha 4 negozi che producono un fatturato netto di 80mila dollari, mentre in Siria ne ha 11 che generano circa 2 milioni. E in nessun caso Benetton ha fatto affari con il Governo.

Così la Sec, il 20 marzo scorso, chiude la corrispondenza. «Abbiamo completato l'indagine e non abbiamo ulteriori commenti ». Risposte soddisfacenti, insomma. Nulla da eccepire. Ma non appena si chiude la partita in America, se ne apre una in Iran. A distanza di pochi mesi, infatti, un gruppetto di politici - forse per motivi interni - ha iniziato a contestare la presenza dei negozi di Benetton e di altre griffe occidentali. Motivo: la loro moda - sostengono - «ha una cattiva influenza sulle consumatrici».

Ma tra i dubbi americani e le battaglie politiche iraniane, il gruppo Benetton non ha rallentato la crescita in Iran. Anzi, secondo un portavoce, nel 2007 ha raddoppiato la presenza da 5 a 10 negozi. Per contro, però, a settembre il gruppo ha deciso di abbandonare Wall Street e di avviare le pratiche per uscire dalla Borsa americana. Non piaceva l'invadenza della Sec? «Niente affatto - assicurano da Ponzano Veneto -. Abbiamo deciso di chiedere il delisting perché gli scambi erano bassi e perché ormai gli investitori americani comprano direttamente in Europa».


Dagospia 04 Ottobre 2007