UN MISTERIOSO DETECTIVE HA SCOPERTO IL NOME DI "UN IMPORTANTE ESPONENTE DEL GOVERNO" DIETRO IL CONTO DELLA SCALATA TELECOM (UNA PATACCA O UNA BOMBA?) - I GIUDICI LO CERCANO. "PANORAMA" LO INCONTRA.
Giacomo Amadori per "Panorama"
ngredienti per una perfetta spy story sono quelli giusti: un detective inglese specializzato in paradisi fiscali, un potente politico italiano coinvolto in scalate finanziarie e un misterioso furto in Svizzera. A legare il tutto un fondo speculativo con base nelle esotiche Isole Cayman: l'Oak fund, il cosiddetto fondo Quercia di cui in passato si è parlato per presunti e mai dimostrati legami con la dirigenza diessina.
Una cosa è certa: quando sentono quel nome, i magistrati milanesi che indagano sui dossier illegali della vecchia Telecom cambiano espressione e tono di voce. Forse perché su quel tema negli ultimi mesi i pm Fabio Napoleone, Stefano Civardi e Nicola Piacente hanno scommesso molto, come confermano i verbali di interrogatorio.
Lo sa bene Giuliano Tavaroli, l'ex capo della security della multinazionale milanese, che nel 2001, quando era ancora in Pirelli, su quel fondo aveva ordinato un'indagine approfondita al più abile dei suoi collaboratori, l'investigatore fiorentino Emanuele Cipriani. E lui, con diligenza, compilò un dossier che nel settembre 2006 è finito negli scatoloni di materiale sequestrato dalla procura. In quel fascicolo, a quanto risulta a Panorama, c'è un documento destinato a far discutere e su cui gli inquirenti stanno puntando l'attenzione: una delega per accedere al fondo con in calce il nome di un importante esponente del governo.
Una patacca o una bomba? Una carta truccata per pokeristi del depistaggio o un prezioso passe-partout in grado di spalancare alla procura milanese le porte di una nuova clamorosa inchiesta sulle tangenti ai politici?
Per ora i magistrati sono senza risposta e vogliono capire chi si nascondesse davvero dietro quella scatola misteriosa che venne utilizzata per la scalata alla Telecom nel 1999; e che, dopo il successo dell'operazione, uscì di scena gonfia di soldi per l'incredibile speculazione. È questa l'unica strada per verificare se il possibile collegamento con politici italiani sia uno schizzo di veleno o una pista concreta. E, in quest'ultimo caso, se quel dossier avesse intenti ricattatori.
Panorama ha indagato e ha scoperto che l'unico uomo in grado di rispondere a queste domande è il detective che ha consegnato quel documento a Cipriani. E per questo siamo andati a incontrarlo.
«Mi chiami solo John, mister John». Nessun cognome. L'investigatore privato più ricercato del momento accoglie così il cronista che lo ha scovato nel cortile di una villetta a due passi da Lugano, dove si è trasferito da quando gli inquirenti italiani hanno iniziato a cercarlo e lui ha lasciato il suo recapito a Campione d'Italia, enclave tricolore in terra elvetica. Il suo nome completo è John Beare. Almeno ufficiosamente. Infatti, se preferite, potete chiamarlo anche John Johnson o John Robinson o John Poa. O magari John Robinson Poa, come era conosciuto in Italia. Mr John risponde a tutti questi nomi.
Un elenco in cui è stato difficile districarsi anche per le forze dell'ordine italiane che gli hanno dato la caccia per circa 6 mesi prima di rintracciarlo sul Lago di Lugano e di segnalarlo ai pm che sulla sua identità si sono scervellati come sul cubo di Rubik.
Ora lo sgusciante 007 vive sulla strada cantonale del Ticino, a un pugno di chilometri dalla dogana. Terra di passaggio, di fuoco e di sangue: qui un tempo bivaccavano i mercenari, più recentemente spalloni e contrabbandieri. Oggi si fermano i camionisti a fare rifornimento.
All'ufficio postale nessuno conosce il neoconcittadino inglese. Così al pub e in macelleria. Al posto di polizia non sono autorizzati a rispondere. Per trovare il suo indirizzo bisogna costeggiare il lago e superare un cippo in memoria dei morti di colera del 1867.
Mister John è ospite in una casetta bianca monofamiliare di proprietà di J.S., classe 1927, e della figlia J., originari della Svizzera tedesca. La signora, caschetto castano e fisico asciutto, esce di prima mattina a bordo della sua utilitaria azzurra per andare al lavoro. John, un metro e 80 circa, capelli candidi e maglioncino di cashmere azzurro, martedì 13 novembre non attende visite, tanto che la cravatta alle 11 è ancora slacciata.
È nato negli anni Venti come il James Bond di Ian Fleming e come lui è inglese. Al posto della Aston Martin ha parcheggiato davanti a casa una Audi bianca con targa ticinese. Nei suoi verbali Cipriani ha dichiarato: «Ho conosciuto Robinson Poa già nel 1997 come alto dirigente di Scotland Yard, incaricato della raccolta d'informazioni internazionali», con una rete mondiale «particolarmente efficace e precisa». Neppure Cipriani, il suo datore di lavoro, conosce il vero nome di questo azzimato signore, come confessa ai magistrati che lo interrogano. L'unico dato sicuro è che Mr John è un esperto di paradisi fiscali, capace di rintracciare tesori nascosti dove le leggi hanno le maglie larghe e i controlli sono più distratti.
Vista la sua specializzazione, Cipriani, su mandato della Pirelli, lo incaricò di scoprire chi si nascondesse dietro l'Oak fund. Un segreto che Mr John, grazie ai suoi buoni contatti in quegli atolli dove crescono cocchi e società anonime, pensò di aver svelato. Quando comunicò la sua soluzione a Cipriani e Tavaroli, questi sbiancarono e il dossier con il nome del politico venne archiviato. Sino all'inizio dell'inchiesta. Da allora, negli interrogatori, i pm ricevono risposte sempre uguali: la verità la conosce solo Mr Robinson. Il quale, in attesa che si completi l'iter della rogatoria per la sua convocazione in procura, si è affidato a un avvocato italiano ed evita accuratamente i giornalisti.
Ma dietro il cancello di casa, con cordialità britannica, dispensa qualche battuta: «In questa inchiesta non sono un indagato, ma un testimone e lei, con le sue domande, sta interferendo nel lavoro della magistratura italiana» scandisce in italiano con accento inglese.
Ma chi è Mr Beare (il cognome che sembra preferire)? «Io ora sono solo un pensionato, anche se per anni ho lavorato alle Bahamas e alle Cayman. Non posso dire nient'altro su questo caso, né parlare con la stampa prima di averlo fatto con i magistrati».
Involontariamente conferma la notizia di un suo prossimo viaggio a Milano per chiarire uno dei punti più oscuri dell'inchiesta. Alla richiesta di delucidazioni sul documento che ha consegnato a Cipriani e che è all'esame dei magistrati, ribatte: «Non parlo di cose sub iudice». Ammette di aver lavorato per un'agenzia di sicurezza londinese di nome Worldwide due diligence («Ma non è la mia») e a proposito delle molteplici identità inizialmente glissa. Quindi precisa: «Robinson Poa era il nome di una società per cui lavoravo. Ma adesso mi lasci in pace». L'inglese ha perso la pazienza. Appena terminata la conversazione, sale in macchina e fila via.
A parlare di Mr John resta la signora J.S., da alcuni anni assai vicina all'uomo («sono amici» assicura il padre), con cui condivide la passione per il ballo. La signora l'ha conosciuto a Lugano una decina di anni fa. «Qui stanno scoppiando troppi casini» dice con un sorriso e un tono cordiale che contrastano con il linguaggio ruvido. Qual è l'attività di Beare? «Nessuna. Ha smesso di lavorare. Da noi non ha la licenza per fare il detective. Vive tra la Svizzera e Campione d'Italia dove ha una casa per le vacanze. Ogni tanto torna in Inghilterra».
E il documento che avrebbe dato a Cipriani? Qui i distinguo di J. sono in punto di diritto: «Il signor Beare non ha portato niente in Italia al signor Cipriani». Ma allora lo scambio dove è avvenuto, a Londra? «Esatto. Di sicuro non nel vostro paese. Lui non ha niente da nascondere, si è già offerto di collaborare con la procura a Milano. Ma non so quando John verrà sentito».
Il padre della donna, J. S., confuso dalle domande, involontariamente coinvolge la figlia nella spy story: «Lei e il signor Beare hanno lavorato per Cipriani. Che cosa c'è di male?». Quindi aggiunge che John «è un ottimo detective» e che da qualche tempo si è trasferito a casa loro.
Tutto tranquillo dunque? Non proprio. Esattamente di fronte alla villetta la rete del campo da golf è tagliata come se qualcuno avesse aperto un varco per scattare delle foto. E ad aprile, in quella casa, nel periodo in cui John Beare ha traslocato, sono passati i ladri. Un furto a caccia di gioielli e denaro o i malviventi cercavano altro, magari qualche documento top secret? Negli uffici della polizia scientifica di Bellinzona si limitano a osservare che i responsabili non sono mai stati individuati né la refurtiva è stata recuperata.
Verso le 14.30 Beare torna a casa e perde un po' del suo aplomb inglese. Schizza fuori dall'auto di J. che è andata a recuperarlo e aggredisce il fotografo che lo inquadra: «Voi non avete la licenza per pedinare e investigare qui. Tre avvocati arrivati dagli Usa sono finiti in carcere per questo. È meglio se tornate in Italia».
Così, per provare a svelare l'enigma di questo ottantenne in ottima forma conviene fare una visita alla dimora che ha occupato per una decina d'anni, a Campione.
Qui sorge una palazzina elegante con vista sul lago. L'amministratore Giuseppe Martino ricorda bene l'inquilino inglese, «puntuale nei pagamenti ed educato». Sul citofono due nomi: Beare J. Robinson J., le identità più utilizzate da Mr John. La stessa targhetta si trova sotto il campanello della porta di casa, al secondo piano. Sulla cassetta della posta l'elenco diventa lungo come quello di una comune: J. Beare, R. Sachs, B. Heimsch, J. Robinson, J. Johnson. Tutti nomi dello stesso personaggio.
In casa non c'è nessuno. Un vicino ricorda quel signore distinto: «Nell'appartamento viveva da solo, qualche volta lo raggiungeva una signora con un'auto celeste. Era sempre elegantissimo, anche se in questa zona siamo abituati a vestire casual».
L'uomo aveva orari inusuali: «Usciva quasi sempre di sera: avevo immaginato che facesse un lavoro particolare, magari nel campo della finanza». Poi la scorsa primavera è scomparso e dopo qualche giorno sono arrivati alcuni poliziotti italiani: «Hanno suonato a casa mia alle 7 del mattino, lo cercavano, ma lui era già andato via. Da allora non l'abbiamo più visto».
Adesso Mr John è atteso in procura per la sua missione più delicata. Dove verrà testata la sua credibilità e non potrà più giocare con i nomi. Ma lui non si scompone: «I magistrati conoscono la mia vera identità». Però non basta. Gli inquirenti sono ansiosi di ascoltare il resto della sua verità. Per capire se l'Oak fund fa capo al politico italiano o se si tratta di una trappola.
VIETATO SCRIVERE
John Beare (più molti altri alias) è l'investigatore privato inglese che ha indagato sull'Oak fund per conto della Pirelli. Dopo che «Panorama» lo ha incontrato in Svizzera, una società di sicurezza londinese, la Worldwide due diligence limited, per cui l'uomo ha ufficialmente lavorato in passato, ha inviato in redazione una lettera di diffida, classificata come «confidential». I toni sono accesi. Contesta il lavoro dei cronisti del settimanale: lo ritiene illegale e minaccia denunce. Quindi annuncia «in modo riservato» che «la nostra società sta cercando di aiutare le autorità milanesi con documenti e testimonianze in preparazione». Tutto rigorosamente «secret». La Wdd rinfaccia a «Panorama» di aver fatto domande su un «documento segretato» (quello sull'Oak fund) e di aver ottenuto «informazioni riservate» in procura. Per questo la Wdd, con la sua lettera, «vieta la pubblicazione di tutte le foto, le informazioni e i documenti ottenuti in modo illegale e attraverso fonti illecite».
CHE COSA È L'OAK FUND
L'inchiesta milanese sui presunti dossier illegali della Telecom vecchia gestione prosegue con qualche sorpresa. Tra le pratiche contestate all'investigatore fiorentino Emanuele Cipriani ce n'è una che non è ancora stata depositata dal gip milanese Giuseppe Gennari, quella denominata «Oak fund», il fondo Quercia. È un'indagine che Giuliano Tavaroli, l'ex capo della sicurezza di Pirelli e Telecom, commissionò nel 2001 e che ora è al centro dell'attenzione degli inquirenti.
L'obiettivo era raccogliere informazioni sul fondo con base alle Isole Cayman che fu tra gli azionisti della Bell, la società lussemburghese protagonista nel '99 della scalata degli imprenditori Roberto Colaninno ed Emilio Gnutti alla Telecom. Tra gli azionisti della Bell (che deteneva il 23 per cento della Olivetti, che controllava la Telecom) l'Oak fund era quello dall'assetto meno chiaro e identificabile. L'unica certezza era che partner e advisor di Colaninno erano i fratelli Giorgio e Ruggero Magnoni.
All'arrivo di Marco Tronchetti Provera alla guida della multinazionale milanese, il fondo Quercia ottenne una ricca plusvalenza grazie al controllo del 5,9 per cento della Bell. Durante la scalata di Colaninno non mancarono le polemiche sulla presunta sponsorizzazione dell'operazione da parte del presidente del Consiglio Massimo D'Alema e fioccarono le insinuazioni sul nome del fondo: Oak-Quercia, il simbolo dei Ds. L'anno scorso Il Sole 24 ore scrisse: «I critici del governo D'Alema, allora in carica, indicano in quei passaggi finanziari una delle fonti opache di denaro destinato alla sinistra».
Di sicuro c'è solo che Gnutti è accusato di aver pagato in nero 50 milioni di euro per alcune consulenze finanziarie a Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti, dirigenti della Unipol, la compagnia assicurativa vicina ai vecchi Ds. Una delle consulenze riguardava la vendita nel 2001 a Pirelli-Benetton del 23 per cento della Olivetti, scalata nel '99 da Colaninno, Gnutti e alleati (tra cui l'Unipol), per la conquista della Telecom. Il resto, per ora, sono chiacchiere.
Dagospia 16 Novembre 2007
ngredienti per una perfetta spy story sono quelli giusti: un detective inglese specializzato in paradisi fiscali, un potente politico italiano coinvolto in scalate finanziarie e un misterioso furto in Svizzera. A legare il tutto un fondo speculativo con base nelle esotiche Isole Cayman: l'Oak fund, il cosiddetto fondo Quercia di cui in passato si è parlato per presunti e mai dimostrati legami con la dirigenza diessina.
Una cosa è certa: quando sentono quel nome, i magistrati milanesi che indagano sui dossier illegali della vecchia Telecom cambiano espressione e tono di voce. Forse perché su quel tema negli ultimi mesi i pm Fabio Napoleone, Stefano Civardi e Nicola Piacente hanno scommesso molto, come confermano i verbali di interrogatorio.
Lo sa bene Giuliano Tavaroli, l'ex capo della security della multinazionale milanese, che nel 2001, quando era ancora in Pirelli, su quel fondo aveva ordinato un'indagine approfondita al più abile dei suoi collaboratori, l'investigatore fiorentino Emanuele Cipriani. E lui, con diligenza, compilò un dossier che nel settembre 2006 è finito negli scatoloni di materiale sequestrato dalla procura. In quel fascicolo, a quanto risulta a Panorama, c'è un documento destinato a far discutere e su cui gli inquirenti stanno puntando l'attenzione: una delega per accedere al fondo con in calce il nome di un importante esponente del governo.
Una patacca o una bomba? Una carta truccata per pokeristi del depistaggio o un prezioso passe-partout in grado di spalancare alla procura milanese le porte di una nuova clamorosa inchiesta sulle tangenti ai politici?
Per ora i magistrati sono senza risposta e vogliono capire chi si nascondesse davvero dietro quella scatola misteriosa che venne utilizzata per la scalata alla Telecom nel 1999; e che, dopo il successo dell'operazione, uscì di scena gonfia di soldi per l'incredibile speculazione. È questa l'unica strada per verificare se il possibile collegamento con politici italiani sia uno schizzo di veleno o una pista concreta. E, in quest'ultimo caso, se quel dossier avesse intenti ricattatori.
Panorama ha indagato e ha scoperto che l'unico uomo in grado di rispondere a queste domande è il detective che ha consegnato quel documento a Cipriani. E per questo siamo andati a incontrarlo.
«Mi chiami solo John, mister John». Nessun cognome. L'investigatore privato più ricercato del momento accoglie così il cronista che lo ha scovato nel cortile di una villetta a due passi da Lugano, dove si è trasferito da quando gli inquirenti italiani hanno iniziato a cercarlo e lui ha lasciato il suo recapito a Campione d'Italia, enclave tricolore in terra elvetica. Il suo nome completo è John Beare. Almeno ufficiosamente. Infatti, se preferite, potete chiamarlo anche John Johnson o John Robinson o John Poa. O magari John Robinson Poa, come era conosciuto in Italia. Mr John risponde a tutti questi nomi.
Un elenco in cui è stato difficile districarsi anche per le forze dell'ordine italiane che gli hanno dato la caccia per circa 6 mesi prima di rintracciarlo sul Lago di Lugano e di segnalarlo ai pm che sulla sua identità si sono scervellati come sul cubo di Rubik.
Ora lo sgusciante 007 vive sulla strada cantonale del Ticino, a un pugno di chilometri dalla dogana. Terra di passaggio, di fuoco e di sangue: qui un tempo bivaccavano i mercenari, più recentemente spalloni e contrabbandieri. Oggi si fermano i camionisti a fare rifornimento.
All'ufficio postale nessuno conosce il neoconcittadino inglese. Così al pub e in macelleria. Al posto di polizia non sono autorizzati a rispondere. Per trovare il suo indirizzo bisogna costeggiare il lago e superare un cippo in memoria dei morti di colera del 1867.
Mister John è ospite in una casetta bianca monofamiliare di proprietà di J.S., classe 1927, e della figlia J., originari della Svizzera tedesca. La signora, caschetto castano e fisico asciutto, esce di prima mattina a bordo della sua utilitaria azzurra per andare al lavoro. John, un metro e 80 circa, capelli candidi e maglioncino di cashmere azzurro, martedì 13 novembre non attende visite, tanto che la cravatta alle 11 è ancora slacciata.
È nato negli anni Venti come il James Bond di Ian Fleming e come lui è inglese. Al posto della Aston Martin ha parcheggiato davanti a casa una Audi bianca con targa ticinese. Nei suoi verbali Cipriani ha dichiarato: «Ho conosciuto Robinson Poa già nel 1997 come alto dirigente di Scotland Yard, incaricato della raccolta d'informazioni internazionali», con una rete mondiale «particolarmente efficace e precisa». Neppure Cipriani, il suo datore di lavoro, conosce il vero nome di questo azzimato signore, come confessa ai magistrati che lo interrogano. L'unico dato sicuro è che Mr John è un esperto di paradisi fiscali, capace di rintracciare tesori nascosti dove le leggi hanno le maglie larghe e i controlli sono più distratti.
Vista la sua specializzazione, Cipriani, su mandato della Pirelli, lo incaricò di scoprire chi si nascondesse dietro l'Oak fund. Un segreto che Mr John, grazie ai suoi buoni contatti in quegli atolli dove crescono cocchi e società anonime, pensò di aver svelato. Quando comunicò la sua soluzione a Cipriani e Tavaroli, questi sbiancarono e il dossier con il nome del politico venne archiviato. Sino all'inizio dell'inchiesta. Da allora, negli interrogatori, i pm ricevono risposte sempre uguali: la verità la conosce solo Mr Robinson. Il quale, in attesa che si completi l'iter della rogatoria per la sua convocazione in procura, si è affidato a un avvocato italiano ed evita accuratamente i giornalisti.
Ma dietro il cancello di casa, con cordialità britannica, dispensa qualche battuta: «In questa inchiesta non sono un indagato, ma un testimone e lei, con le sue domande, sta interferendo nel lavoro della magistratura italiana» scandisce in italiano con accento inglese.
Ma chi è Mr Beare (il cognome che sembra preferire)? «Io ora sono solo un pensionato, anche se per anni ho lavorato alle Bahamas e alle Cayman. Non posso dire nient'altro su questo caso, né parlare con la stampa prima di averlo fatto con i magistrati».
Involontariamente conferma la notizia di un suo prossimo viaggio a Milano per chiarire uno dei punti più oscuri dell'inchiesta. Alla richiesta di delucidazioni sul documento che ha consegnato a Cipriani e che è all'esame dei magistrati, ribatte: «Non parlo di cose sub iudice». Ammette di aver lavorato per un'agenzia di sicurezza londinese di nome Worldwide due diligence («Ma non è la mia») e a proposito delle molteplici identità inizialmente glissa. Quindi precisa: «Robinson Poa era il nome di una società per cui lavoravo. Ma adesso mi lasci in pace». L'inglese ha perso la pazienza. Appena terminata la conversazione, sale in macchina e fila via.
A parlare di Mr John resta la signora J.S., da alcuni anni assai vicina all'uomo («sono amici» assicura il padre), con cui condivide la passione per il ballo. La signora l'ha conosciuto a Lugano una decina di anni fa. «Qui stanno scoppiando troppi casini» dice con un sorriso e un tono cordiale che contrastano con il linguaggio ruvido. Qual è l'attività di Beare? «Nessuna. Ha smesso di lavorare. Da noi non ha la licenza per fare il detective. Vive tra la Svizzera e Campione d'Italia dove ha una casa per le vacanze. Ogni tanto torna in Inghilterra».
E il documento che avrebbe dato a Cipriani? Qui i distinguo di J. sono in punto di diritto: «Il signor Beare non ha portato niente in Italia al signor Cipriani». Ma allora lo scambio dove è avvenuto, a Londra? «Esatto. Di sicuro non nel vostro paese. Lui non ha niente da nascondere, si è già offerto di collaborare con la procura a Milano. Ma non so quando John verrà sentito».
Il padre della donna, J. S., confuso dalle domande, involontariamente coinvolge la figlia nella spy story: «Lei e il signor Beare hanno lavorato per Cipriani. Che cosa c'è di male?». Quindi aggiunge che John «è un ottimo detective» e che da qualche tempo si è trasferito a casa loro.
Tutto tranquillo dunque? Non proprio. Esattamente di fronte alla villetta la rete del campo da golf è tagliata come se qualcuno avesse aperto un varco per scattare delle foto. E ad aprile, in quella casa, nel periodo in cui John Beare ha traslocato, sono passati i ladri. Un furto a caccia di gioielli e denaro o i malviventi cercavano altro, magari qualche documento top secret? Negli uffici della polizia scientifica di Bellinzona si limitano a osservare che i responsabili non sono mai stati individuati né la refurtiva è stata recuperata.
Verso le 14.30 Beare torna a casa e perde un po' del suo aplomb inglese. Schizza fuori dall'auto di J. che è andata a recuperarlo e aggredisce il fotografo che lo inquadra: «Voi non avete la licenza per pedinare e investigare qui. Tre avvocati arrivati dagli Usa sono finiti in carcere per questo. È meglio se tornate in Italia».
Così, per provare a svelare l'enigma di questo ottantenne in ottima forma conviene fare una visita alla dimora che ha occupato per una decina d'anni, a Campione.
Qui sorge una palazzina elegante con vista sul lago. L'amministratore Giuseppe Martino ricorda bene l'inquilino inglese, «puntuale nei pagamenti ed educato». Sul citofono due nomi: Beare J. Robinson J., le identità più utilizzate da Mr John. La stessa targhetta si trova sotto il campanello della porta di casa, al secondo piano. Sulla cassetta della posta l'elenco diventa lungo come quello di una comune: J. Beare, R. Sachs, B. Heimsch, J. Robinson, J. Johnson. Tutti nomi dello stesso personaggio.
In casa non c'è nessuno. Un vicino ricorda quel signore distinto: «Nell'appartamento viveva da solo, qualche volta lo raggiungeva una signora con un'auto celeste. Era sempre elegantissimo, anche se in questa zona siamo abituati a vestire casual».
L'uomo aveva orari inusuali: «Usciva quasi sempre di sera: avevo immaginato che facesse un lavoro particolare, magari nel campo della finanza». Poi la scorsa primavera è scomparso e dopo qualche giorno sono arrivati alcuni poliziotti italiani: «Hanno suonato a casa mia alle 7 del mattino, lo cercavano, ma lui era già andato via. Da allora non l'abbiamo più visto».
Adesso Mr John è atteso in procura per la sua missione più delicata. Dove verrà testata la sua credibilità e non potrà più giocare con i nomi. Ma lui non si scompone: «I magistrati conoscono la mia vera identità». Però non basta. Gli inquirenti sono ansiosi di ascoltare il resto della sua verità. Per capire se l'Oak fund fa capo al politico italiano o se si tratta di una trappola.
VIETATO SCRIVERE
John Beare (più molti altri alias) è l'investigatore privato inglese che ha indagato sull'Oak fund per conto della Pirelli. Dopo che «Panorama» lo ha incontrato in Svizzera, una società di sicurezza londinese, la Worldwide due diligence limited, per cui l'uomo ha ufficialmente lavorato in passato, ha inviato in redazione una lettera di diffida, classificata come «confidential». I toni sono accesi. Contesta il lavoro dei cronisti del settimanale: lo ritiene illegale e minaccia denunce. Quindi annuncia «in modo riservato» che «la nostra società sta cercando di aiutare le autorità milanesi con documenti e testimonianze in preparazione». Tutto rigorosamente «secret». La Wdd rinfaccia a «Panorama» di aver fatto domande su un «documento segretato» (quello sull'Oak fund) e di aver ottenuto «informazioni riservate» in procura. Per questo la Wdd, con la sua lettera, «vieta la pubblicazione di tutte le foto, le informazioni e i documenti ottenuti in modo illegale e attraverso fonti illecite».
CHE COSA È L'OAK FUND
L'inchiesta milanese sui presunti dossier illegali della Telecom vecchia gestione prosegue con qualche sorpresa. Tra le pratiche contestate all'investigatore fiorentino Emanuele Cipriani ce n'è una che non è ancora stata depositata dal gip milanese Giuseppe Gennari, quella denominata «Oak fund», il fondo Quercia. È un'indagine che Giuliano Tavaroli, l'ex capo della sicurezza di Pirelli e Telecom, commissionò nel 2001 e che ora è al centro dell'attenzione degli inquirenti.
L'obiettivo era raccogliere informazioni sul fondo con base alle Isole Cayman che fu tra gli azionisti della Bell, la società lussemburghese protagonista nel '99 della scalata degli imprenditori Roberto Colaninno ed Emilio Gnutti alla Telecom. Tra gli azionisti della Bell (che deteneva il 23 per cento della Olivetti, che controllava la Telecom) l'Oak fund era quello dall'assetto meno chiaro e identificabile. L'unica certezza era che partner e advisor di Colaninno erano i fratelli Giorgio e Ruggero Magnoni.
All'arrivo di Marco Tronchetti Provera alla guida della multinazionale milanese, il fondo Quercia ottenne una ricca plusvalenza grazie al controllo del 5,9 per cento della Bell. Durante la scalata di Colaninno non mancarono le polemiche sulla presunta sponsorizzazione dell'operazione da parte del presidente del Consiglio Massimo D'Alema e fioccarono le insinuazioni sul nome del fondo: Oak-Quercia, il simbolo dei Ds. L'anno scorso Il Sole 24 ore scrisse: «I critici del governo D'Alema, allora in carica, indicano in quei passaggi finanziari una delle fonti opache di denaro destinato alla sinistra».
Di sicuro c'è solo che Gnutti è accusato di aver pagato in nero 50 milioni di euro per alcune consulenze finanziarie a Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti, dirigenti della Unipol, la compagnia assicurativa vicina ai vecchi Ds. Una delle consulenze riguardava la vendita nel 2001 a Pirelli-Benetton del 23 per cento della Olivetti, scalata nel '99 da Colaninno, Gnutti e alleati (tra cui l'Unipol), per la conquista della Telecom. Il resto, per ora, sono chiacchiere.
Dagospia 16 Novembre 2007