RE GERONZI SALE SUL TRONO E RIMETTE PROFUMO NELLA BOCCETTA DELLE VELLEITA'
SHOW DEGNO DEL MARCHESE DEL GRILLO: "IO SO' IO, E VOI NON SIETE UN CAZZO!"
ALLE RISERVE DI DE BORTOLI, SOR CESARE REPLICA: "COERENZA È UNA PAROLA COMPLESSA"
SHOW DEGNO DEL MARCHESE DEL GRILLO: "IO SO' IO, E VOI NON SIETE UN CAZZO!"
ALLE RISERVE DI DE BORTOLI, SOR CESARE REPLICA: "COERENZA È UNA PAROLA COMPLESSA"
Con grande delusione delle signore milanesi e dei giornalisti, Cesarone Geronzi non andrà alla Scala il 7 dicembre, festa di Sant'Ambrogio.
La provincia lombarda lo aspettava al varco per capire se il banchiere romano trapiantato in piazzetta Cuccia, avrebbe esposto il petto agli occhi del piccolo mondo meneghino che stenta a digerire la sua presenza nel gotha della finanza. Geronzi non ha bisogno di assistere al "Tristano e Isotta" di Wagner e ha scelto di suonare la sua sinfonia in un'intervista a piena pagina che appare oggi sul "Sole 24 Ore". Per realizzarla si è scomodato da Milano il direttore Flebuccio De Bortoli e il colloquio è avvenuto due giorni fa nell'ufficio di Mediobanca a piazza di Spagna, un ambiente piccolo e modesto che è stato utilizzato fino a poche settimane fa dall'ex-dirigente (oggi consulente) Francesco Ripandelli.
E' un'intervista-fiume che vale la pena di leggere poichè, al di là degli aneddoti e degli inediti, rappresenta una specie di manifesto del Geronzi-pensiero. Nella testa del banchiere romano la vecchia Mediobanca che proteggeva "una gracile industria privata da una dominante presenza pubblica" è un archetipo che deve lasciare spazio a una struttura aperta ai mercati internazionali "capace di accompagnare la crescita dell'industria italiana, in particolare di quella media".
Mediobanca - dice Geronzi - ha le risorse professionali per questa sfida che vede impegnati "non solo Pagliaro e Nagel, ma anche la prima linea di Cereda, Di Carlo e Vinci". Questi ultimi godranno come marmotte in calore per la citazione del loro presidente; finora i loro nomi non erano mai stati portati alla luce del sole e il gioco di squadra diventa un altro dei tasselli del Geronzi-pensiero.
Godrà di meno invece Alessandro Profumo, l'uomo che pochi mesi fa si è sposato ufficialmente con Capitalia, e che nei giorni scorsi ha avuto l'ardire di smarcarsi sul metodo "politico" usato da Mediobanca per le nomine in Telecom. "Non capisco - esclama sorpreso Geronzi - tutti erano a conoscenza dei candidati", e con uno scatto improvviso il banchiere si alza e mostra a Flebuccio De Bortoli i due fascicoli dei cacciatori di teste che hanno messo il nome di Bernabè in cima alla lista. E' molto probabile che dentro di sè il mite direttore del giornale abbia sorriso perchè lo sanno anche i netturbini della Moratti che lo zampino della politica è entrato pesantemente nella scelta di Franchino Bernabè.
Dopo averlo messo dietro la lavagna con una bacchettata sulle dita, Geronzi si preoccupa comunque di non rompere con Profumo al quale lo legano "profondo affetto e stima".
Qui siamo all'alta diplomazia di scuola andreottiana che ha sempre ispirato le mosse di Geronzi, e andreottiano è il modo con cui liquida i pettegolezzi sui presunti veti di D'Alema e di altri politici alle nomine di Telecom. "Tutte banalità e falsità - sostiene Cesarone - che dimostrano l'immaturità del Paese" ed è ridicolo pensare che Angelone Rovati sia salito a Milano per portare l'ultimo diktat di Prodi sul vertice di Telecom.
Ma questo è soltanto un capitolo dell'intervista che si allarga ai temi caldi delle Generali e ai ricordi del passato. Sul primo tema il banchiere di Marino strizza ancora una volta l'occhio ai fondi hedge (come quello Algebris dell'irriverente Davide Serra) e auspica che anche il fondo del Dubai entri nell'azionariato di Mediobanca e Generali con un 2 o 3% ("una partecipazione così l'ha avuta persino Danilo Coppola, figuriamoci se dovremo dire di no a questi importanti investitori) e per quanto riguarda il vecchio Bernheim dice testualmente: "quando lascerà sarà un problema trovare un personaggio alla sua altezza, e con il suo indiscusso prestigio".
Alta diplomazia che ritorna per accontentare tutti: le locuste inquiete di Londra e l'ottuagenario francese che strilla perchè sospetta un attacco "italiano" (forse addirittura "romano") alla sua poltrona. Quanto a Rcs, dove si dà per scontato il rientro di Geronzi nel Patto di sindacato mentre Profumo non vede l'ora di uscirne, il presidente di piazzetta Cuccia fa la faccia sorpresa di fronte alle intenzioni del banchiere di Unicredit e dice: "da Rcs si dimise già una volta ma non aveva un'azione e il fatto di essere socio, adesso, non dovrebbe dispiacergli". Il povero De Bortoli stenta a capire e invoca la coerenza, ma Geronzi se la cava dicendo con aria olimpica: "coerenza è una parola complessa, caro direttore".
Poi è la volta della memorialistica e dei ricordi che affiorano dalla testa e da un diario segreto sul quale è probabile che Geronzi abbia appuntato i nomi e le date più importanti della sua vita. E qui salta fuori un episodio sconosciuto che riguarda l'incontro ad Arcore di Enrico Cuccia, Maranghi e Geronzi con Silvio Berlusconi. Non c'è la data, ma era il tempo in cui il Cavaliere pensava di quotare Fininvest e Geronzi racconta: "l'incontro fu di grande cordialità ma all'uscita Cuccia continuava a scuotere il capo non credendo al valore patrimoniale della televisione".
Se Benigni ieri sera avesse dovuto parlare di Geronzi l'avrebbe collocato nel primo Girone dell'Inferno, un girone nobile dove Dante ha sistemato gli uomini dicono mezze verità o le negano per intero. Anche i bambini delle scuole elementari di Arcore sanno benissimo che Cuccia scuoteva la testa non tanto per lo scarso valore patrimoniale della televisione, ma per il giudizio negativo che nutriva nei confronti del Cavaliere. Di questo folletto agitato che parlava di televisioni e di ballerine, Cuccia pensava peste e corna. Così ha scritto pochi giorni fa sul "Sole 24 Ore" lo storico Sandro Gerbi ricordando che il disprezzo di Cuccia verso Berlusconi si estendeva anche nei confronti di Romano Prodi.
Geronzi non la racconta giusta su questo punto, per lo meno non la racconta tutta, come non la racconta per intero sugli ultimi incontri che ha avuto con Vincenzo Maranghi, il braccio destro che raccolse l'eredità di Cuccia in Mediobanca.
Questo è un punto molto delicato che in ottobre ha suscitato una piccola bufera quando il "romano" Geronzi ha rivelato che sul letto di morte Vincenzo Maranghi gli chiese se voleva diventare presidente di piazzetta Cuccia. I familiari del defunto ex-amministratore delegato e braccio destro di Cuccia si sono ribellati a quella versione, e adesso Geronzi preferisce non farne alcun cenno e dice semplicemente: fu Maranghi a volermi vedere negli ultimi momenti della sua vita, mi chiamò sul telefonino la domenica prima di morire e mi disse: "venga a trovarmi". Io chiamai Pagliaro per sapere se era il caso e Pagliaro mi disse di sì. Poi da Milano arrivò una telefonata. Meglio di no, mi dissero. Dopo pochi giorni Maranghi morì.
A questo punto Flebuccio De Bortoli nel piccolo ufficio luminoso di piazza di Spagna avrebbe dovuto chiedere a Geronzi: ma è vero o non è vero che Maranghi le chiese di diventare il suo successore? La domanda non c'è stata perchè Flebuccio è uomo di mondo, di quel mondo milanese che preferisce Wagner alle sinfonie romane. (sa bene che con Geronzi non tutte le domande ottengono risposta.).
Dagospia 30 Novembre 2007
La provincia lombarda lo aspettava al varco per capire se il banchiere romano trapiantato in piazzetta Cuccia, avrebbe esposto il petto agli occhi del piccolo mondo meneghino che stenta a digerire la sua presenza nel gotha della finanza. Geronzi non ha bisogno di assistere al "Tristano e Isotta" di Wagner e ha scelto di suonare la sua sinfonia in un'intervista a piena pagina che appare oggi sul "Sole 24 Ore". Per realizzarla si è scomodato da Milano il direttore Flebuccio De Bortoli e il colloquio è avvenuto due giorni fa nell'ufficio di Mediobanca a piazza di Spagna, un ambiente piccolo e modesto che è stato utilizzato fino a poche settimane fa dall'ex-dirigente (oggi consulente) Francesco Ripandelli.
E' un'intervista-fiume che vale la pena di leggere poichè, al di là degli aneddoti e degli inediti, rappresenta una specie di manifesto del Geronzi-pensiero. Nella testa del banchiere romano la vecchia Mediobanca che proteggeva "una gracile industria privata da una dominante presenza pubblica" è un archetipo che deve lasciare spazio a una struttura aperta ai mercati internazionali "capace di accompagnare la crescita dell'industria italiana, in particolare di quella media".
Mediobanca - dice Geronzi - ha le risorse professionali per questa sfida che vede impegnati "non solo Pagliaro e Nagel, ma anche la prima linea di Cereda, Di Carlo e Vinci". Questi ultimi godranno come marmotte in calore per la citazione del loro presidente; finora i loro nomi non erano mai stati portati alla luce del sole e il gioco di squadra diventa un altro dei tasselli del Geronzi-pensiero.
Godrà di meno invece Alessandro Profumo, l'uomo che pochi mesi fa si è sposato ufficialmente con Capitalia, e che nei giorni scorsi ha avuto l'ardire di smarcarsi sul metodo "politico" usato da Mediobanca per le nomine in Telecom. "Non capisco - esclama sorpreso Geronzi - tutti erano a conoscenza dei candidati", e con uno scatto improvviso il banchiere si alza e mostra a Flebuccio De Bortoli i due fascicoli dei cacciatori di teste che hanno messo il nome di Bernabè in cima alla lista. E' molto probabile che dentro di sè il mite direttore del giornale abbia sorriso perchè lo sanno anche i netturbini della Moratti che lo zampino della politica è entrato pesantemente nella scelta di Franchino Bernabè.
Dopo averlo messo dietro la lavagna con una bacchettata sulle dita, Geronzi si preoccupa comunque di non rompere con Profumo al quale lo legano "profondo affetto e stima".
Qui siamo all'alta diplomazia di scuola andreottiana che ha sempre ispirato le mosse di Geronzi, e andreottiano è il modo con cui liquida i pettegolezzi sui presunti veti di D'Alema e di altri politici alle nomine di Telecom. "Tutte banalità e falsità - sostiene Cesarone - che dimostrano l'immaturità del Paese" ed è ridicolo pensare che Angelone Rovati sia salito a Milano per portare l'ultimo diktat di Prodi sul vertice di Telecom.
Ma questo è soltanto un capitolo dell'intervista che si allarga ai temi caldi delle Generali e ai ricordi del passato. Sul primo tema il banchiere di Marino strizza ancora una volta l'occhio ai fondi hedge (come quello Algebris dell'irriverente Davide Serra) e auspica che anche il fondo del Dubai entri nell'azionariato di Mediobanca e Generali con un 2 o 3% ("una partecipazione così l'ha avuta persino Danilo Coppola, figuriamoci se dovremo dire di no a questi importanti investitori) e per quanto riguarda il vecchio Bernheim dice testualmente: "quando lascerà sarà un problema trovare un personaggio alla sua altezza, e con il suo indiscusso prestigio".
Alta diplomazia che ritorna per accontentare tutti: le locuste inquiete di Londra e l'ottuagenario francese che strilla perchè sospetta un attacco "italiano" (forse addirittura "romano") alla sua poltrona. Quanto a Rcs, dove si dà per scontato il rientro di Geronzi nel Patto di sindacato mentre Profumo non vede l'ora di uscirne, il presidente di piazzetta Cuccia fa la faccia sorpresa di fronte alle intenzioni del banchiere di Unicredit e dice: "da Rcs si dimise già una volta ma non aveva un'azione e il fatto di essere socio, adesso, non dovrebbe dispiacergli". Il povero De Bortoli stenta a capire e invoca la coerenza, ma Geronzi se la cava dicendo con aria olimpica: "coerenza è una parola complessa, caro direttore".
Poi è la volta della memorialistica e dei ricordi che affiorano dalla testa e da un diario segreto sul quale è probabile che Geronzi abbia appuntato i nomi e le date più importanti della sua vita. E qui salta fuori un episodio sconosciuto che riguarda l'incontro ad Arcore di Enrico Cuccia, Maranghi e Geronzi con Silvio Berlusconi. Non c'è la data, ma era il tempo in cui il Cavaliere pensava di quotare Fininvest e Geronzi racconta: "l'incontro fu di grande cordialità ma all'uscita Cuccia continuava a scuotere il capo non credendo al valore patrimoniale della televisione".
Se Benigni ieri sera avesse dovuto parlare di Geronzi l'avrebbe collocato nel primo Girone dell'Inferno, un girone nobile dove Dante ha sistemato gli uomini dicono mezze verità o le negano per intero. Anche i bambini delle scuole elementari di Arcore sanno benissimo che Cuccia scuoteva la testa non tanto per lo scarso valore patrimoniale della televisione, ma per il giudizio negativo che nutriva nei confronti del Cavaliere. Di questo folletto agitato che parlava di televisioni e di ballerine, Cuccia pensava peste e corna. Così ha scritto pochi giorni fa sul "Sole 24 Ore" lo storico Sandro Gerbi ricordando che il disprezzo di Cuccia verso Berlusconi si estendeva anche nei confronti di Romano Prodi.
Geronzi non la racconta giusta su questo punto, per lo meno non la racconta tutta, come non la racconta per intero sugli ultimi incontri che ha avuto con Vincenzo Maranghi, il braccio destro che raccolse l'eredità di Cuccia in Mediobanca.
Questo è un punto molto delicato che in ottobre ha suscitato una piccola bufera quando il "romano" Geronzi ha rivelato che sul letto di morte Vincenzo Maranghi gli chiese se voleva diventare presidente di piazzetta Cuccia. I familiari del defunto ex-amministratore delegato e braccio destro di Cuccia si sono ribellati a quella versione, e adesso Geronzi preferisce non farne alcun cenno e dice semplicemente: fu Maranghi a volermi vedere negli ultimi momenti della sua vita, mi chiamò sul telefonino la domenica prima di morire e mi disse: "venga a trovarmi". Io chiamai Pagliaro per sapere se era il caso e Pagliaro mi disse di sì. Poi da Milano arrivò una telefonata. Meglio di no, mi dissero. Dopo pochi giorni Maranghi morì.
A questo punto Flebuccio De Bortoli nel piccolo ufficio luminoso di piazza di Spagna avrebbe dovuto chiedere a Geronzi: ma è vero o non è vero che Maranghi le chiese di diventare il suo successore? La domanda non c'è stata perchè Flebuccio è uomo di mondo, di quel mondo milanese che preferisce Wagner alle sinfonie romane. (sa bene che con Geronzi non tutte le domande ottengono risposta.).
Dagospia 30 Novembre 2007