GRANDI VECCHI INCAZZOSI - QUERELATO MARIO MONICELLI - CE L'HA CON LA MEMORIA DI GRONCHI: "È STATO UNO DEI GRANDI CIALTRONI E CORROTTI DEL DOPOGUERRA. LA VENDITA DI QUEI CINEMA FU UNA COSA SCANDALOSA".

Michele Anselmi per il Riformista


Mario Monicelli lo ripeteva da tempo, dovunque, sui giornali, anche in televisione. "Negli anni del boom il potere andò a uomini corrotti, ottusi. Abbiamo avuto dal '55 al '62 un presidente della Repubblica come Gronchi che ha fatto i soldi con la vendita delle sale cinematografiche più belle. È sconvolgente"("Quotidiano nazionale", 26 agosto). "Un presidente della Repubblica che si chiama Gronchi, corrotto, se le è vendute tutte quante: ottanta sale che erano dello Stato, con le quali lo Stato difendeva anche il cinema italiano" ("W l'Italia" su Raitre, 4 settembre).

Un crescendo rossiniano, al quale il regista dei "Soliti ignoti", noto per il suo parlar spiccio, talvolta temerario e impreciso, aveva aggiunto pure la faccenda del "Gronchi Rosa", francobollo rarissimo a causa del disegno sbagliato (i confini del Perù) e per questo ritirato nel 1961 con gran piacere dei collezionisti filatelici. "Un'altra truffa", secondo Monicelli, escogitata dall'allora capo dello Stato "per arricchirsi".

Troppo per la signora Maria Cecilia Gronchi, figlia ed erede unica del politico democristiano scomparso nel 1978. Indignata per il ripetersi un po' gratuito degli attacchi, alla fine è ricorsa agli avvocati e alla carta bollata, come attesta la querela per diffamazione, in sede penale, depositata presso la Procura di Roma il 30 novembre scorso.
Sette pagine fitte di precisazioni e riscontri, il cui succo è: "Le affermazioni di Mario Monicelli, oltre ad essere gravemente diffamatorie e altamente lesive dell'onore dell'ex presidente della Repubblica e dei suoi familiari, sono altresì del tutto false e destituite di qualsiasi fondamento".



La signora Gronchi esige che il cineasta risponda in tribunale di quelle frasi giudicate offensive. Sostiene che le sale del circuito Enic (Ente nazionale industrie cinematografiche, fondato nel 1935) furono vendute ai privati, con decreto del 4 febbraio 1957, per iniziativa del governo italiano, una scelta "ovviamente non riconducibile a un atto d'imperio del presidente della Repubblica"; insomma, Gronchi non ebbe niente a che fare con la decisione, all'epoca contrastata, di dismettere il circuito pubblico di sale, tanto meno con la faccenda dei francobolli divenuti preziosissimi dopo il ritiro di quasi 71mila esemplari.

Interpellato dal "Riformista", Monicelli cade dalle nuvole. "La signora Gronchi mi querela? Non ne so niente. Ma confermo tutto, nessuno ha interpretato male le mie parole. Il presidente Gronchi è stato uno dei grandi cialtroni e corrotti del secondo dopoguerra. La vendita a prezzi risibili di quei cinema fu una cosa scandalosa, espressione di una classe dirigente stupida, miope. Che mi possono fare? Mai avuto questioni legali per i miei film. Ma c'è sempre una prima volta. Ho 93 anni, sono determinato, mi difenderò in tribunale, se e quando succederà".

Succederà. Il regista estrae dalla memoria il nome del ragioniere ed ex esercente Torello Ciucci, uomo a suo parere "molto vicino" al presidente Gronchi, al quale fu affidata l'operazione di liquidare il circuito di sale, alcune delle quali prestigiose (a Roma l'Archimede, il Supercinema, il Fiamma, il Metropolitan, il Barberini.). Un accordo con la banca privata milanese Rasini sancì la soluzione della faccenda. Soluzione discussa: la vicenda finì sulle prime pagine dei giornali, si parlò di "vendita clandestina, irregolare e senza gara, di beni dello Stato", l'opposizione di sinistra mitragliò negli anni a seguire, accusando Ciucci di aver praticamente svenduto quel mazzo di cinema al prezzo di 2 miliardi e 600 milioni di lire, stimato la metà del valore reale sul mercato immobiliare.
Ancora nella seduta alla Camera del 18 gennaio 1961, il ministro del Tesoro, Taviani, replicando alle dure interpellanze degli onorevoli Santi, Ariosto e De Grada, ricordò l'enorme deficit accumulato dalla società (7 miliardi e 508 milioni di lire nel 1957) e rettificò il numero delle sale in ballo (non 70, bensì 45 in gestione, 6 di proprietà, 1 in comproprietà).

Sarà un caso, ma qualcosa del genere rischia di accadere oggi con il circuito di multiplex detto Mediaport, 84 sale, in profondo rosso. Cinecittà Holding cerca disperatamente di liberarsene in blocco, nessuno vuole acquistare. Però questo è un altro discorso, che non riguarda né l'umore viperino di Monicelli né l'onore oltraggiato di Gronchi.


Dagospia 10 Dicembre 2007