IL BERLUSCONI INSACCATO IMBARAZZA VELTRONI (MA NON SPEZZA L'INCIUCIO)
NÉ VESPA NÉ DI BELLA FANNO UNA DOMANDINA A WALTER-EGO SUL SILVIO-GATE
OMISSIONI CASUALI O CONCORDATE? - UNA PROCURA SOTTO ACCUSA DA BERTY

Fabio Martini per "La Stampa"
Foto di Umberto Pizzi da Zagarolo


Al primo piano del neoclassico palazzo Wedekind - l'edificio nel quale hanno regnato direttori del «Tempo» come Renato Angiolillo e Gianni Letta - da un'ora si stanno punzecchiando Gianfranco Fini e Walter Veltroni. I due stanno dando vita ad un battibecco fitto, molto televisivo, al punto che Bruno Vespa, chiamato ad arbitrare il match, è «costretto» per quasi tutto il tempo al silenzio. Sarà per i tempi ristretti, ma il moderatore omette di fare domande sulla questione del giorno, l'indagine napoletana sulla «campagna acquisti» di Silvio Berlusconi. Forse i duellanti, forse il solo Veltroni, hanno gentilmente chiesto di evitare un argomento così scivoloso? A fine match, a chi glielo chiede, Vespa cade dalle nuvole: «Nessunissima richiesta e in ogni caso il dibattito era sulle riforme».

Tre ore più tardi, Veltroni compare al Tg3, intervistato dal direttore Antonio Di Bella. Nel faccia a faccia si parla di diverse questioni, ma di Berlusconi no. Omissioni casuali o concordate? Una cosa è certa: Veltroni, che non esita ad esternare sull'universo mondo, sull'inchiesta napoletana ha deciso di tacere. Un silenzio che forse tradisce un certo imbarazzo: colto dalla nuova indagine nel pieno di un dialogo con Berlusconi, il segretario del Pd non può non vedere addensarsi attorno a sé il fantasma dell'inciucio col Cavaliere, e cioè con l'uomo che, secondo i pm napoletani, cercava di corrompere i parlamentari per abbattere Romano Prodi. L'ossessione del «patto col diavolo», la stessa che per anni ha inseguito Massimo D'Alema, l'eterno rivale di Veltroni.

Nelle chiacchierate informali col suo staff e con gli esponenti a lui più vicini, il leader del Pd ci ha tenuto che fosse diffuso essenzialmente il messaggio che lui stesso ha confidato: «Sarà la magistratura ad accertare l'eventuale rilevanza penale della vicenda, ma il Partito democratico nasce contro questa cattiva politica». Ed è significativo che la stessa radice lessicale si ritrovi nelle dichiarazioni del responsabile Comunicazione del Pd, Ermete Realacci, del vicepresidente dei deputati del Pd, Marina Sereni, del vicepresidente dei senatori Pd, Luigi Zanda: tutti uniti nel riprovare la «cattiva politica» del mercante Berlusconi. Ma, appunto, politica. Nel complesso reazioni prudenti da parte del quartier generale del Pd, calibrate in modo tale da non compromettere il dialogo con Berlusconi sulla riforma elettorale, una prudenza che ovviamente non è condivisa nell'entourage del Cavaliere.

Dove torna la tesi del complotto, questa volta ordito in combutta tra la procura di Napoli e il quotidiano «la Repubblica». Ad esporre esplicitamente la tesi è Sandro Bondi: «Questo quotidiano è diventato la «gazzetta ufficiale» specializzata nella pubblicazione, secondo una tempistica mirata e una selezione di obiettivi prescelti politicamente, di verbali di intercettazioni telefoniche che dovrebbero essere coperti da segreto istruttorio».



La «tempistica mirata» denunciata da Bondi allude alla pubblicazione da parte del quotidiano romano di due anticipazioni ritenute non casuali: il 21 novembre, proprio all'indomani dell'annuncio di Berlusconi ("Sì al dialogo con Veltroni") pubblicò i verbali delle telefonate di tre anni prima tra i vertici Rai e Mediaset per favorire l'allora premier Berlusconi; ora la notizia dell'inchiesta napoletana proprio nel pieno di un positivo confronto tra Forza Italia e Pd.

Nell'entourage di Veltroni una dietrologia di questo tipo non trova riscontri. Certo, in Campidoglio è noto il forte scetticismo col quale l'ingegner Carlo De Benedetti, editore del quotidiano romano, segue il dialogo Veltroni-Berlusconi, ma nessuno mette in discussione l'autonomia della testata, in particolare su un'inchiesta confermata dalla Procura napoletana. Una procura messa sotto accusa, seppur con grande cautela e garbo, da Palazzo Chigi e da Fausto Bertinotti per la dubbia attenzione alle prerogative parlamentari. E allo spirare dell'ennesima giornata difficile, il dialogo tra il sindaco e il Cavaliere non si era interrotto.



Dagospia 13 Dicembre 2007