LA CRISI DEL GOVERNO CHE NON C'ERA - NONOSTANTE LE FAIDE INTERNE, GLI USA, LA CONFINDUSTRIA, LA CHIESA, PERFINO VELTRONI, PRODI HA RESISTITO EROICAMENTE PER 20 MESI - SENZA AVER MAI GOVERNATO.
Filippo Ceccarelli per "la Repubblica"
Ma in fondo era già caduto. «Così colui, del colpo non accorto,/ andava combattendo ed era morto». S´intende: politicamente morto, come nel grazioso frasario della signora Lonardo in Mastella. Le rime giocose di Francesco Berni si adattano abbastanza bene alla sorte del governo Prodi. E non si starà qui a sottilizzare sul fatto che il poeta s´era ispirato a un´opera del Boiardo, a sua volta nativo di Scandiano, che guarda caso è proprio la città del Professore.
Il punto vero è che un governo dovrebbe governare, mentre questo secondo esecutivo prodiano appariva, in realtà, eroicamente destinato - ma alla lunga anche condannato - a durare, a resistere, a tirare a campare, secondo l´imperituro lessico del potere democristiano, ondeggiando nel mare magnum della crisi italiana. Il presidente e i suoi ministri s´erano convinti di aver vinto le elezioni, e questo gli assicurava un sovrappiù d´indispensabile baldanza.
Ma l´agenda, beh, quella l´avevano smarrita fin dall´inizio. Ognuno andava per conto suo. A un certo punto Prodi emanò pure un decalogo, che riletto oggi fa un effetto non sai bene se ridicolo o patetico. Un´altra volta, in tv, dopo l´ennesimo incidente, con la faccia seria pronunciò: «Esigo». Tutti lì per lì gli davano retta, ministri, alleati, firmavano impegni, si battevano il pezzo, ma passati due giorni ricominciavano. Dopo tutto, sul piano tecnico della pura sopravvivenza, e del brivido numerico in Parlamento, e perfino dei provvedimenti approvati, il dicastero resta già agli atti della storia repubblicana come una specie di miracolo.
Nel giorno del colpo di Mastella, che fin dai primissimi giorni aveva cominciato a fare i capricci, si va a riguardare il libro del passato, le cronache, le interviste, le foto, anche, e subito si resta stupefatti, perfino ammirati dalle volte in cui Prodi è stato costretto a negare questa realtà. Glielo chiedevano di continuo, evidentemente, e sempre rispondeva lui: «Durerò fino al 2011».
Un giorno disse anche: «Durerò 60 mesi», sottinteso: fatevi i conti (questo è il ventesimo). Lo diceva, lo scandiva, lo gridava, lo borbottava, lo premetteva e al tempo stesso lo prometteva, come se nulla potesse distrarlo da quel compito, certo poco invidiabile, ma che a tratti sembrava vivere come una specie di personalissima soddisfazione.
Eppure tutto nel frattempo andava scaricandosi sul dicastero: la Telecom, le primarie, l´Afganistan, le convulsioni ds, il raddoppio delle basi americane, le faide nella Margherita, gli omicidi nelle villette, la foto di Sircana con la trans, le nomine Rai, la bozza Chiti e l´ultimo ciclo d´intercettazioni disponibili.
Tanto più plausibile il logoramento, quanto più il Professore si ergeva entusiasticamente a presidio di quell´esperienza. Col senno di poi, vile e crudele risulta la ricerca delle ultime parole famose. Sul piano dell´espressività del messaggio, che al giorno d´oggi consuma tesori d´impegno da parte della classe politica, ce ne sarebbero per tutti i gusti. Formule mutuate dal linguaggio della boxe e dalla filosofia Zen, dal gergo marinaro o pronunciate pure in altre lingue, «Kain Angst», ad esempio, niente paura, o giù di lì.
E insomma, il governo non cadeva. Anzi faceva, provvedeva, realizzava. Un pomeriggio il sito di Palazzo Chigi mise a disposizione del pubblico un documento immane, chiamato «L´albero del programma», sottotitolo «Per il bene dell´Italia», che dava conto dell´operato governativo. Alcuni temerari lo stamparono ritrovandosi una tale quantità di fogli A4 da raggiungere gli 11 metri (1.464 i rettangolini policromi che davano contro dei singoli passaggi).
Non che dipendesse da Prodi: nessun altro avrebbe fatto meglio di lui. Eppure, fra le suggestioni che pure alimentano la politica, ancora oggi l´aspetto più straniante di tutta l´avventura rimane la permanente - forse vera, forse artificiale - allegria del premier. I suoi incessanti sorrisi: «Non mi vedete? Sorrido da qui a qui» e indicava la distanza che passa da un orecchio all´altro. La politica, del resto, sempre più vive di segni - il guaio è che quando questi sopravanzano le idee e i progetti la vita pubblica regredisce, se va bene al livello del Bagaglino.
Così, fra una affittopoli e un family-day, fra un mancato invito da parte di Bush e un´insorgenza di antipolitica alla Beppe Grillo, gli amici di Prodi si sono anche messi a vantare seriamente la pretesa e innata fortuna del Professore, il «fattore C», «Cuor contento, il cul l´aiuta» facevano scrivere giulivi ai giornalisti.
Adesso sembra tutto più chiaro, ma anche più enigmatico. Decreti scritti coi piedi, voti al cardiopalma al Senato. Una volta il governo si salvava per l´asma di Biondi, un´altra volta per la tachicardia del senatore Divella. Altro che guidare i processi politici. Finti Prodi si moltiplicavano, imitatori, sosia, caricature. Fischi attendevano il vero Prodi quando metteva il piede fuori da Roma, le telecamere ne inquadravano impietosamente la pallida maschera ancora serena.
Una sera era intervenuta addirittura la moglie a difenderlo, sotto Palazzo Chigi. Alla Reggia di Caserta, durante un giro turistico, il presidente del Consiglio aveva alzato la testa sugli affreschi della sala di Astrea soffermandosi su un´allegoria della Giustizia: «Ma quello non è Mastella?», peraltro assente a quel vertice.
Eh, Mastella! Ma anche gli americani, anche la Confindustria, anche la Chiesa, anche Veltroni. E i benzinai, i rumeni, l´inchiesta «Why not», la Guardia di Finanza, i bamboccioni, l´immondizia... Difficile governare contro tutto e contro tutti. Difficile anche resistere, durare. Ma più difficile di tutto far finta di nulla senza chiedersi se ne vale ancora la pena.
Dagospia 22 Gennaio 2008
Ma in fondo era già caduto. «Così colui, del colpo non accorto,/ andava combattendo ed era morto». S´intende: politicamente morto, come nel grazioso frasario della signora Lonardo in Mastella. Le rime giocose di Francesco Berni si adattano abbastanza bene alla sorte del governo Prodi. E non si starà qui a sottilizzare sul fatto che il poeta s´era ispirato a un´opera del Boiardo, a sua volta nativo di Scandiano, che guarda caso è proprio la città del Professore.
Il punto vero è che un governo dovrebbe governare, mentre questo secondo esecutivo prodiano appariva, in realtà, eroicamente destinato - ma alla lunga anche condannato - a durare, a resistere, a tirare a campare, secondo l´imperituro lessico del potere democristiano, ondeggiando nel mare magnum della crisi italiana. Il presidente e i suoi ministri s´erano convinti di aver vinto le elezioni, e questo gli assicurava un sovrappiù d´indispensabile baldanza.
Ma l´agenda, beh, quella l´avevano smarrita fin dall´inizio. Ognuno andava per conto suo. A un certo punto Prodi emanò pure un decalogo, che riletto oggi fa un effetto non sai bene se ridicolo o patetico. Un´altra volta, in tv, dopo l´ennesimo incidente, con la faccia seria pronunciò: «Esigo». Tutti lì per lì gli davano retta, ministri, alleati, firmavano impegni, si battevano il pezzo, ma passati due giorni ricominciavano. Dopo tutto, sul piano tecnico della pura sopravvivenza, e del brivido numerico in Parlamento, e perfino dei provvedimenti approvati, il dicastero resta già agli atti della storia repubblicana come una specie di miracolo.
Nel giorno del colpo di Mastella, che fin dai primissimi giorni aveva cominciato a fare i capricci, si va a riguardare il libro del passato, le cronache, le interviste, le foto, anche, e subito si resta stupefatti, perfino ammirati dalle volte in cui Prodi è stato costretto a negare questa realtà. Glielo chiedevano di continuo, evidentemente, e sempre rispondeva lui: «Durerò fino al 2011».
Un giorno disse anche: «Durerò 60 mesi», sottinteso: fatevi i conti (questo è il ventesimo). Lo diceva, lo scandiva, lo gridava, lo borbottava, lo premetteva e al tempo stesso lo prometteva, come se nulla potesse distrarlo da quel compito, certo poco invidiabile, ma che a tratti sembrava vivere come una specie di personalissima soddisfazione.
Eppure tutto nel frattempo andava scaricandosi sul dicastero: la Telecom, le primarie, l´Afganistan, le convulsioni ds, il raddoppio delle basi americane, le faide nella Margherita, gli omicidi nelle villette, la foto di Sircana con la trans, le nomine Rai, la bozza Chiti e l´ultimo ciclo d´intercettazioni disponibili.
Tanto più plausibile il logoramento, quanto più il Professore si ergeva entusiasticamente a presidio di quell´esperienza. Col senno di poi, vile e crudele risulta la ricerca delle ultime parole famose. Sul piano dell´espressività del messaggio, che al giorno d´oggi consuma tesori d´impegno da parte della classe politica, ce ne sarebbero per tutti i gusti. Formule mutuate dal linguaggio della boxe e dalla filosofia Zen, dal gergo marinaro o pronunciate pure in altre lingue, «Kain Angst», ad esempio, niente paura, o giù di lì.
E insomma, il governo non cadeva. Anzi faceva, provvedeva, realizzava. Un pomeriggio il sito di Palazzo Chigi mise a disposizione del pubblico un documento immane, chiamato «L´albero del programma», sottotitolo «Per il bene dell´Italia», che dava conto dell´operato governativo. Alcuni temerari lo stamparono ritrovandosi una tale quantità di fogli A4 da raggiungere gli 11 metri (1.464 i rettangolini policromi che davano contro dei singoli passaggi).
Non che dipendesse da Prodi: nessun altro avrebbe fatto meglio di lui. Eppure, fra le suggestioni che pure alimentano la politica, ancora oggi l´aspetto più straniante di tutta l´avventura rimane la permanente - forse vera, forse artificiale - allegria del premier. I suoi incessanti sorrisi: «Non mi vedete? Sorrido da qui a qui» e indicava la distanza che passa da un orecchio all´altro. La politica, del resto, sempre più vive di segni - il guaio è che quando questi sopravanzano le idee e i progetti la vita pubblica regredisce, se va bene al livello del Bagaglino.
Così, fra una affittopoli e un family-day, fra un mancato invito da parte di Bush e un´insorgenza di antipolitica alla Beppe Grillo, gli amici di Prodi si sono anche messi a vantare seriamente la pretesa e innata fortuna del Professore, il «fattore C», «Cuor contento, il cul l´aiuta» facevano scrivere giulivi ai giornalisti.
Adesso sembra tutto più chiaro, ma anche più enigmatico. Decreti scritti coi piedi, voti al cardiopalma al Senato. Una volta il governo si salvava per l´asma di Biondi, un´altra volta per la tachicardia del senatore Divella. Altro che guidare i processi politici. Finti Prodi si moltiplicavano, imitatori, sosia, caricature. Fischi attendevano il vero Prodi quando metteva il piede fuori da Roma, le telecamere ne inquadravano impietosamente la pallida maschera ancora serena.
Una sera era intervenuta addirittura la moglie a difenderlo, sotto Palazzo Chigi. Alla Reggia di Caserta, durante un giro turistico, il presidente del Consiglio aveva alzato la testa sugli affreschi della sala di Astrea soffermandosi su un´allegoria della Giustizia: «Ma quello non è Mastella?», peraltro assente a quel vertice.
Eh, Mastella! Ma anche gli americani, anche la Confindustria, anche la Chiesa, anche Veltroni. E i benzinai, i rumeni, l´inchiesta «Why not», la Guardia di Finanza, i bamboccioni, l´immondizia... Difficile governare contro tutto e contro tutti. Difficile anche resistere, durare. Ma più difficile di tutto far finta di nulla senza chiedersi se ne vale ancora la pena.
Dagospia 22 Gennaio 2008