IN MEMORIA DEL GRANDE LUIGI CECCARELLI - DIZIONARIO DELLA ROMA CHE FU: ALBERI PIZZUTI, CATORCIO, GENOVEFFA LA RACCHIA, NONNO IN CARIOLA - OLIVEDORCI - TEATRO DEI MATERASSAI - A PEDI-BUS.

Tratto da "Il bel tempo che fu" di Luigi Ceccarelli (volume fuori commercio stampato per gli amici in occasione dell'ottantesimo compleanno)

Ci sono parole, espressioni, modi di dire, esclamazioni che non si sentono più. Nessuno più le pronuncia. Sono ormai in disuso, sono cose morte. Eppure se ti si dà il caso di risentirle, molte di queste hanno il magico potere di evocare qualcosa che rimugina subito nella memoria: impressioni tutte lontane, ma tutte perfettamente vive.

Si mette in moto quella personale macchina del tempo che ci porta a spasso dove vogliamo, o, qualche volta, dove vuole lei. Riappaiono allora situazioni, comportamenti, ricordi scolastici, fatterelli della spensierata adolescenza, assurde spiritosaggini, incancellabili e drammatici periodi bellici e post bellici, il lavoro, il tran tran della vita quotidiana, eccetera.
E in mezzo a quest'eccetera sta tutta la nostra vita.

ALBERI PIZZUTI
Frase del dialetto romano: "Annà a l'arberi pizzuti".
Gli alberi pizzuti sono i cipressi, alberi prevalentemente cimiteriali, così chiamati per la loro forma affusolata che termina a punta (pizzo). Petrolini li chiamava "gli alberi in frak".
Sempre a Roma, un'altra espressione ricorda la morte e la fine della vita: "Annà a San Lorenzo" dal nome del quartiere dove si trova il Cimitero Monumentale del Verano.

CATORCIO
È la parola d'epoca che mi ha convinto a condurre questo mio piccolo personale dizionario. Con un mio vecchio e carissimo amico, purtroppo abbastanza malmesso di salute, ci sentiamo quasi ogni giorno e con lui, uomo di grande umanità, sapienza e simpatia, tengo delle piacevolissime conversazioni che spaziano dovunque: dalle tradizioni popolari, ai ricordi romani, ai commenti dell'attuale vita quotidiana. E altro. Insomma, una proficua, importante e bellissima vera amicizia che, credo, faccia molto bene a tutti e due.

Un giorno, aveva passato la notte insonne e certe analisi non erano buone, il mio amico cominciò a lamentarsi. E alla fine della sua sacrosanta lagnanza, se ne uscì: "Luigi mio, non sono più buono a niente. Sono un catorcio!".
Parola magica, propria della nostra epoca, con "catorcio" avevo capito tutto, era la parola più appropriata. Detta poi da lui, uomo di civilissime tradizioni, acquistava una virtù e una potenza particolari. Quelle giuste.

Io, mentendo clamorosamente, dagli a ricordare che "catorcio" prima di tutto significa "catenaccio", "chiavistello"; e poi, come secondo significato figurato, ha anche, sì, quello di "oggetto privo di valore, di macchina vecchia, malridotta". Non era quindi il suo caso, controbattevo, seguitando ad alterare la verità. Lui capì la mia buona e pietosa bugia. Cominciammo a ridere tutti e due per come il dibattito sulla parola "catorcio" aveva dato inizio a una farsa lessicale basata su di una grandissima amicizia.

GENOVEFFA LA RACCHIA
Noto personaggio di una vignetta di grande successo pubblicata per qualche anno dal periodico satirico "Marc'Aurelio negli anni prima della guerra.
L'autore è Attalo, pseudonimo di Gioacchino Colizzi, impiegato alle Ferrovie dello Stato. Attalo con la sua opera di disegnatore e vignettista è uno degli esponenti più mordaci del costume italiano di quel tempo.
Uno dei suoi personaggi più celebri e celebrati è appunto quello di "Genoveffa la racchia", donna orribile, brutta sul serio, con le gambe tozze e pelose, il sedere basso, inelegante e sciattona.
Nonostante tutto "Genoveffa la racchia" è la velleitaria tentatrice del recalcitrante Gastone che non sa come liberarsene.

Attalo è autore di altre vignette di successo che in parte hanno ispirato Federico Fellini ad illustrare il ceto popolare romano e piccolo borghese: "Il gagà che aveva detto agli amici", vanesio e patetico fanfarone, e "Le guerre pacioccone", satira senza sangue in un immaginario conflitto tra fiaschi di vino e prosciutti come armi. Il personaggio di "Genoveffa la racchia" diventa immediatamente di grande popolarità. Anche se in partenza il nome di "racchia" indica una ragazza giovane, simpatica e graziosa (G.G. Belli la magnifica con l'endecasillabo "Sta cicciona de Dio, sta bella racchia"), Attalo ne travolge il significato per indicare una donna sgraziata, brutta, malfatta, senza attrattive muliebri.

Troppo facile, allora, affibbiare vigliaccamente questo impietoso epiteto dietro le spalle di compagne di giuochi, di studio e di lavoro con le quali la natura è stata maledettamente avara. Anche se in buona parte giustificata, è una vera e propria cattiveria. - Su Genoveffa la racchia nel 1949 è stato prodotto anche un film. In Germania, diretto da Akos Rathonyi e interpretato da Hilde Hildebrand.

La pellicola io non l'ho mai vista ma comunque appare nel "Dizionario dei film" di Farinotti ed è classificata come commedia. Però dalla piccola sinossi sembra che la storia del film non c'entri niente con il mondo di Attalo. Fu probabilmente una trovata dei distributori italiani che per attrarre il pubblico lanciarono il mediocre film tedesco con un personaggio nazionale di sicuro richiamo. Non di più. Non è chiaro niente. In ogni caso il fatto dimostra quanto mai potesse essere vivo il potere della povera e racchia Genoveffa.



NONNO IN CARIOLA
È la risposta, molto romanesca, a chi offende i morti di una persona ritorcendola sul nonno dell'offensore. In parole chiare: a "Li mortacci tua" si risponde "E de tu' nonno in cariola". L'espressione trae origine dal fatto che un tempo i cadaveri della povera gente venivano caricati su un carretto per essere buttati nelle fosse comuni. Giuseppe Gioachino Belli commenta: «Ce butteno a la mucchia de matina».

OLIVEDORCI
Spiritosa assonanza per cui "Olivedorci" sta per "Arrivederci". "Olivedorci" è anche rafforzato sull'onda del doppiaggio strampalato italo-americano di Stanlio e Ollio.
I maniaci delle assonanze hanno saccheggiato l'intero vocabolario italiano. Il signor Giuseppe, maitre del ristorante di un albergo di Fiuggi, era uno di questi. Gli abituali clienti erano a conoscenza delle sue ripetute spiritosaggini, tolleravano, lasciavano correre. Una sera il signor Giuseppe, al momento delle ordinazioni, si rivolse a una smagliante signora in coppia con un grigio e ombroso marito, nuovi del ristorante, e con aria maliziosa e complice consigliò: "A questa bella signora un omo a lett'', ossia l'assonanza italiana di omelette, con cui però, volutamente e scherzosamente, intendeva significare un uomo a letto.

L'ombroso marito non gradì e cominciò a redarguire l'incauto maître: "Come si permette? Non prenda confidenza! Lei è un cameriere e ci serva! Villano! Cretino!" e via dicendo. Il signor Giuseppe diventò tutto rosso. Solo in quel momento si era reso conto che i due erano nuovi clienti non abituati ai suoi ameni giuochi di parole. Si creò in sala un gelo imbarazzante. Solo il rumore delle forchette. Dopo il servizio i vecchi habitué andarono a cercare il signor Giuseppe, avvilito e mortificato, per dargli il loro conforto e la loro solidarietà. La signora smagliante e il suo ombroso marito cambiarono albergo e non si videro più.

A PEDI-BUS
Espressione scherzosa di quelli che vanno a piedi, ma ogni tanto, stremati, si servono dell' autobus. Perché non ce la fanno più.

TEATRO DEI MATERASSAI
E sera, i bambini hanno già fatto il bagnetto, tutti puliti, sanno di borotalco, hanno cenato senza fare capricci. Poi per qualche minuto gli si lascia ancora fare qualche giochetto inventato da loro, li per li. Ma alla fine, finalmente, è arrivata l'ora che vadano a letto. Che riposino, sono stanchi. Ma non ci pensano per niente, non vogliono proprio andare a dormire. Scatta a questo punto la bugiarda e faceta imposizione: "Andate al Teatro dei Materassai!". Si allude cioè ai loro letti, come fossero, questi, un teatro, un luogo di spettacolo, con il sipario, la musica, i cantanti, gli applausi.

Per menzognera veridicità si fanno, addirittura, i nomi degli interpreti: il famoso tenore Cuscinetti, le affermate cantanti soliste, le gemelle Lenzuola, reduci da Philadelphia, il poderoso baritono Federa. "Vi divertirete, bambini, andate al Teatro dei Materassai".
La colossale bugia, ha avuto, qualche volta, l'effetto desiderato. Solamente qualche ubbidiente, molto credulone, insonne ragazzino ha accettato l'invito e, anche se a malincuore, è andato buono buono a dormire, abbastanza dubbioso, nel suo lettino, con l'invitante speranza dello spettacolo promesso.

Chi lo sa se poi, tante volte, durante il suo angelico sonno abbia assistito, divertendosi moltissimo, a una immaginaria rappresentazione del Teatro dei Materassai?

TIPO DA SPIAGGIA
Il suo arrivo era memorabile. Specialmente d'estate al mare quando c'erano le villeggiature. Scendeva da una vettura decappottabile a due posti, con in mano una racchetta da tennis ed una maschera subacquea. Sulla spiaggia giungeva all'ombrellone fra lo stupore e il mormorio dei bagnanti, gente normale. Si faceva notare ed era contento. Lui, con il monocolo, baciava la mano a tutte le signore presenti. Indossava un vistoso e coloratissimo accappatoio con sotto uno slippino da Fiumarolo tagliato ai minimi termini. Ogni sua mossa era studiata e meditata come tratta da un cerimoniale. Sulla riva del mare eseguiva difficili esercizi a corpo libero come quelli che fanno i bersaglieri o gli acrobati al circo. Poi, per qualche minuto rimaneva a gambe per aria, seguendo le tecniche yoga. I ragazzini, a quel punto, lasciavano i loro castelli di sabbia e le piste per la corsa delle palline di coccio o di vetro, e gli si mettevano attorno stupiti, meravigliati ma anche un po' preoccupati.

Finita la meditazione, velocemente, andava nella cabina e ne riusciva, sempre di corsa, cuffia in testa e con occhiali da subacqueo. Con sottolineata ostentazione stendeva un grande asciugamano per il dopo bagno. Cercava in tutte le maniere che non ci fosse nessun granellino di sabbia.
Poi, dopo una vistosa presa di aria, entrava nell'acqua del mare come nei film di Tarzan. Batteva il crawl molto correttamente ma facendo attenzione di stare sempre vicino a riva: tutti lo avrebbero notato di più. Dopo essersi abbondantemente sgrullato come fanno i cani dopo il bagno, e aver schizzato tutti i vicini, col respiro affannato e l'aria stanchissima si adagiava sull'asciugamano che nel frattempo si era un po' sporcato. Ma a quel punto, con sufficienza, lasciava perdere. Alla fine si asciugava al sole per prendere la tintarella: non ce n'era bisogno in quanto a forza di lampade estetiche era già abbronzato come reduce da un incendio.

Tornato all'ombrellone si faceva servire dal bagnino un aperitivo con le mandorle tostate e raccontava con grande convinzione qualche vecchia barzelletta. Rideva sempre per primo. Lui solo. Prospettava poi programmi grandiosi per i giorni successivi: crociere, gare di ballo, cacce al tesoro in automobile nella regione, gita al vicino porto per vedere, all'alba, il pittoresco arrivo dei pescherecci con successiva indimenticabile mangiata, eccetera. Faceva la corte a tutte: mogli felici, ragazzette in fiore, bambinaie, vedove inconsolabili, imbarazzanti tardone. Poi chissà.



Dagospia 27 Febbraio 2008