ABORTO ALLA GENOVESE - LE CLIENTI DEL GINECOLOGO SUICIDA, RICCHE, ADULTERE E IN CARRIERA - "SE ESCE IL MIO NOME MI BUTTO DALLA FINESTRA ANCH'IO" - TUTTO PER UNA MULTA DA 51 EURO (MA C'È LA REPUTAZIONE).

1 - RICCHE, ADULTERE E IN CARRIERA.
Pierangelo Spegno per "La Stampa"

Hanno quasi tutte quarant'anni, che è l'età del successo e del lavoro, donne in carriera, figlie di un mondo che non sanno nemmeno più dove corre, dove ci porta, dove finisce. A sfogliare le vite delle otto signore accusate del «delitto di cui all'articolo 19 della legge 194 per essersi sottoposte a interruzione volontaria della gravidanza», come recitano gli avvisi di garanzia, alla fine si scopre un mondo così normale da conoscerlo già da sempre, da entrarci dentro come in una casa che ti appartiene, a occhi chiusi. Genova è questa cosa qui, questa finestra affacciata sull'Italia di tutti i giorni, sulle migliaia di aborti, e sulle migliaia di amori, sulle storie di donne, dolci e banali, ciniche e terribili.

C'è la signora con la casa a Nervi, magari a Sant'Ilario o nel parco sul mare, quella che va nella clinica esclusiva di villa Serena, mille euro e via, c'è quella che fa l'amministratore delegato in un albergo, quella che lavora in uno studio professionale abbastanza famoso. Molte sono single, separate, molte non possono compromettere il loro lavoro, il loro stato. Ma Genova alla fine di questo reality non sarà quello che abbiamo voluto? Una dice: «Ero rimasta incinta proprio mentre finiva una relazione durata molto a lungo. Non volevo quella maternità, perché lui non c'era più, e poi per me, il lavoro, gli spostamenti, la mia vita».

Un'altra: «Al dottore ho detto che avevo bisogno di discrezione. Ero incinta dopo una relazione extraconiugale. Sarebbe stata la fine della mia famiglia. Niente ospedale. Lui mi ha detto: lo possiamo fare qui, non ci saranno problemi». E' una città che corre, che non può permettersi di far sapere agli altri il suo segreto più normale: quello del peccato.

C'è la moglie di un imprenditore, quella di un libero professionista, la donna separata e quella che ha tradito il marito. In questo spaccato molto anonimo e un po' perbenista della Genova bene, ci dovrebbe essere anche una minorenne, perché se no le intercettazioni sarebbero illegali, essendo la pena per il reato inferiore agli otto anni. Invece la più giovane ha 30 anni. Dall'altra parte c'è una signora minuta, di capelli scuri, così carina e così severa, stessa estrazione sociale e stessa età delle imputate, donna come loro, il magistrato Sabrina Monteverde, figlia di Lino Monteverde, già presidente del Tribunale di sorveglianza, autore di libri famosi, «uomo di grande equilibrio e grande umanità», come gli riconosce anche l'avvocato Silvio Romanelli.

La figlia, nel suo lavoro, è molto determinata, persino dura, specchio moderno di questa Genova che negli anni ha forse perso un po' del suo signorile benessere, non certa sua rigidità interiore. Sabrina Monteverde era il sostituto procuratore dell'incidente ferroviario di Campo Morone, Genova, scontro fra treni del 2001, senza morti e feriti gravi, per colpa di qualcuno che doveva azionare dei freni e non lo fece, e lei, come racconta sempre Romanelli, processò lo stesso tutta la dirigenza perché in teoria dovevano controllare che qualcun'altro tirasse i freni. Anche se il reato è da 51 euro lei va avanti, impietosa. Questo è il suo lavoro.

Così, almeno all'apparenza, c'è un po' di Genova contro, in questo ritratto dal sapore antico, persino scontato, così conservatore, così bigotto. Lo stesso Ermanno Rossi, il ginecologo che ha preferito togliersi la vita piuttosto che affrontare lo scandalo, «è sempre stato una persona molto attenta alla forma», come lo descrive la sua segretaria Simona Oddino, «sempre ben vestito, sempre così impeccabile, perché non voleva presentarsi male davanti alle sue pazienti». In questo mondo ovattato, quello che appare ha la stessa importanza di quello che è, i trumeau barocchi di Villa Serena, ad Albaro, il mobile Luigi XVI dell'anticamera di Romanelli, e gli «abiti perfetti» del ginecologo, tutto così bello da vedere, e così lontano.



La neuropsichiatra Susy de Martini sostiene che «come in tutte le città che hanno un grande passato e che diventano provinciali, a Genova il senso di appartenenza è più forte, come la paura di venire emarginati. Questa è una città molto severa, molto tradizionalista, divisa in caste». La verità è che Genova è come questa storia, un po' bigotta e un po' puttana, comunque vera. C'è un mondo che è fatto così, che corre via senza più tempo di fermarsi, da una parte e dall'altra, come un fiume che si incrocia. E' giusto cercarne la colpa?

2 - "SE ESCE IL MIO NOME MI UCCIDO ANCH'IO".
Alessandra Pieracci per "La Stampa"

«Se viene fuori il mio nome mi butto dalla finestra come il dottore». Occhiali scuri, passo veloce e testa bassa, entra nel portone senza guardarsi attorno: è una delle otto donne che il pm Sabrina Monteverde ha cominciato a interrogare, ieri, in un luogo diverso dal suo ufficio, cercando elementi per chiudere definitivamente o allargare l'inchiesta sugli aborti clandestini. Il dottore è Ermanno Rossi, il ginecologo di 54 anni che ha preferito la morte allo scandalo e alla vergogna.

L'inchiesta sugli aborti al di fuori della procedura prevista dalla legge 194 è nata quasi per caso, a quanto pare dalle indagini su un presunto traffico di droga, forse cocaina, e dall'intercettazione telefonica di una donna sospettata: sarebbe stata lei a fare il nome di Ermanno Rossi, innescando così una catena di altri accertamenti, altri controlli e identificazioni. Da ottobre a lunedì scorso, quando è scattata la perquisizione dei Nas, sia al Gaslini, dove il medico svolgeva la sua attività, sia negli studi di Genova e Rapallo.

E la sera, sconvolto, il medico tra i più noti e stimati di Genova, con migliaia di pazienti, è tornato nello studio all'undicesimo piano del grattacielo di Rapallo e si è gettato nel vuoto. Avrebbe rischiato al massimo una condanna a tre anni. Così come la sua assistente, che risulta indagata come lui. E rischiano una multa di 51 euro le donne indagate, tra cui la più nota è un personaggio passato dalle cronache alla tv e ai calendari. Bella, capelli sciolti e lungo cappotto morbido, immancabili occhiali a celare lo sguardo, era a Palazzo di Giustizia, ieri pomeriggio alle 18,30, fuggita dai giornalisti che l'avevano sorpresa in Riviera. «Basta con questa storia, non ne voglio più parlare». Il suo interrogatorio è fissato per domani.

Tra le altre donne indagate c'è anche una giovane signora genovese alla quale lo specialista avrebbe praticato in realtà solo un raschiamento dopo un aborto spontaneo. Trentacinque anni, sposata con due figli, paziente da tempo del dottor Rossi, la signora si era ricoverata nella clinica Villa Serena, nel quartiere elegante di Albaro, «Coinvolta per sbaglio» sostiene l'avvocato, sottolineando come l'intervento fosse stato pagato dalla stessa assicurazione della signora dopo i controlli di cartelle cliniche e diagnosi del ginecologo.

Ma ieri i Nas hanno perquisito Villa Serena: il sospetto è che il dottor Rossi spacciasse per aborti spontanei degli interventi di interruzioni di gravidanza. «Forse avrà preso in giro noi - dice suor Maria Vittoria, direttrice della clinica - ma ora dovrà vedersela con Dio»


Dagospia 14 Marzo 2008