STORIE DI BORSA QUOTIDIANA - MARPIONNE: LA FIAT È TORNATA A FARE QUELLO CHE SA FARE. E ATTIRA - PROFUMO: DOPO DI ME, UNICREDIT AI TEDESCHI? MAI - DELLA VALLE: CON CUCCIA HO DOVUTO PRENDERE POSIZIONI NETTE.

Alcuni succulenti passaggi del nuovo libro di Fabio Tamburini, direttore dell'agenzia di stampa Radiocor, che si intitola "Storie di Borsa quotidiana", ed è edito da "Il Sole 24 Ore".

"Quando sono arrivato a Torino", ricorda Marchionne, "era diffusa tra i banchieri italiani una battuta: "Marchionne chi?". Si domandavano chi era quell'animale strano chiamato alla guida del gruppo. Se avessero chiesto a qualche banca internazionale magari, la risposta sarebbe stata diversa. All'inizio ci sono stati momenti brutti, ma ho sempre pensato di riuscire a farcela, anche se buona parte del sistema bancario italiano non credeva alle possibilità di rilancio.

Dicevano: "E' impossibile". E qualcuno non ci crede ancora, nonostante per il 2008 siano previsti zero debiti industriali, mentre quando sono stato nominato erano pari a 10 miliardi di euro. Di sicuro l'arrivo di Marchionne ha significato una vera svolta, anche di immagine. Famoso per il maglione girocollo nero, gran fumatore, abituato a parlare senza reticenze e a rapporti diretti, l'uomo chiave del risanamento di Fiat è l'esatto contrario dell'amministratore delegato tutta forma e niente sostanza, oppure del banchiere abituato a celebrare riti e tradizioni dell'alta finanza.

Dice Marchionne: "Quando vado a parlare con gli operai di Mirafiori, e ogni tanto ci riesco, ho la conferma che il Paese reale è un altro mondo: a loro dei giochi di potere non importa assolutamente nulla." E aggiunge: "Chi occupa posti di responsabilità dovrebbe trovare il modo di fare esperienze analoghe e anche di visitare le fabbriche: la puzza del metallo saldato aiuta a ridimensionare la gente che fa discorsi complicati."

Il caso Fiat è semplice oppure complesso?
E' di una semplicità incredibile. Tutto è stato molto lineare: la Fiat è tornata a fare quello che sa fare. Intendiamoci, la complessità industriale del sistema è enorme: dalla scelta dei modelli all'innovazione tecnologica, fino alla selezione dei fornitori e dei luoghi di produzione. Nulla va lasciato al caso. Ma a me piace la semplicità. Per questo ho voluto dei comunicati trimestrali che si leggessero come una storia per bambini nonostante le dimensioni del gruppo, con 180 mila dipendenti e presenze in 190 paesi.

Com'è cominciata l'avventura torinese?
Sono stati momenti delicati, in cui ho temuto che qualcuno fermasse il processo di rilancio. E se fosse stato fermato allora, nel settembre 2005, l'operazione non sarebbe riuscita. Mi guardavano in modo strano e pensavano: o è pazzo oppure è un venditore di fumo.

Nel superamento della crisi la fiducia dei mercati finanziari ha avuto un ruolo importante?
Il rapporto con il mercato è essenziale e non si può prescinderne. Tanto più nel settembre 2005, quando ci siamo giocati il controllo della Fiat. Se fosse cambiato l'azionista di riferimento, io al 99,9% non sarei rimasto qui.



Le banche, ad un certo punto, hanno scelto di defilarsi. E' stata la decisione giusta?
Il fatto che siano uscite dal capitale è positivo. Essere azioniste non è il loro ruolo. Alcune si sono ritirate dicendo apertamente che vendevano i titoli Fiat, altre coprendo le loro scelte. Così alcuni hanno fatto figuracce evidenti, mentre altre hanno limitato i danni. Una domanda è giustificata: perché avevano sottoscritto il prestito cosiddetto "Convertendo" nel 2002? (quello che scadeva nel settembre 2005, NdA).

Può tentare lei una risposta?
Forse c'era stato chi aveva voluto un marchingegno per creare un pacchetto di titoli che, nel complesso, erano superiori a quelli dell'Ifil. Per di più senza troppi sforzi, in quanto le banche non hanno dato nuova cassa, ma hanno convertito vecchi debiti in bond. La verità è che la Fiat attira. C'era chi aveva fatto progetti e progettini per il dopo 20 settembre, il giorno fatidico della conversione del prestito obbligazionario.

Non solo. Ho sentito dalle banche opinioni di ogni genere. Un vero arcobaleno sia di motivazioni sia di proposte. Abbiamo dovuto accettare commenti, critiche, suggerimenti di cambiare le scelte industriali. Diversamente da quanto avviene negli Stati Uniti, le ingerenze sulle strategie aziendali sono state tante. Ognuno ha detto la sua. Alla fine la burrasca è passata. E abbiamo raggiunto una certa tranquillità. Quando i risultati tornano positivi e si guadagna tutto diventa facile. Insomma, i giorni difficili sono passati anche se il mercato dell'auto resta complesso, molto competitivo. Ma stiamo raggiungendo margini operativi invidiati dalla concorrenza. Nonostante ciò dobbiamo insistere: l'importante è non mollare mai.


Nelle 12 interviste contenute nel libro ci sono altri passaggi interessanti. Roberto Colaninno, per esempio, sostiene che i mercati dell'Estremo Oriente "stanno attraversando la fase del Far West, dell'accumulazione primaria, in cui l'attenzione alle regole è piuttosto limitata. Una crescita così tumultuosa espone a rischi reali." Diego Della Valle ricorda i giorni degli scontri con Cuccia. "Ho dovuto prendere posizioni molto nette, ma non certo per arroganza", dice. "Occorreva mettere al primo posto etica e morale, affermare il principio che le società vanno gestite nell'interesse di tutti gli azionisti e non dei soliti noti (di allora).All'epoca, quando facevo certe dichiarazioni passavo per visionario, fuori dalla realtà, insieme ad altri che la pensavano come me, gente che non rispettava il potere."

Il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, invece, racconta le privatizzazioni degli anni Novanta, rispondendo a domande poste senza reticenza sullo smantellamento dell'impresa pubblica, sul trasferimento all'estero del controllo di grandi aziende italiane, sulle plusvalenze elevate fatte da gruppi privati. L'amministratore delegato di Banca Intesa, Corrado Passera, difende patti di sindacato, sistema duale e stock option.

Alessandro Profumo (Unicredit) risponde ad una domanda interessante. "Davvero è convinto che tra dieci anni, oppure un minuto dopo la sua uscita di scena per ragioni anagrafiche, il controllo della banca non passerà ai soci tedeschi?". La risposta è secca: "Qualcuno lo sostiene", ammette Profumo, "ma si sbaglia di grosso." In apertura, una conversazione tra Ferruccio de Bortoli e Massimo Captano. Completano il libro le interviste a Luca Cordero di Montezemolo, Leonardo Del Vecchio, Mario Moretti Polegato, Paolo Scaroni, Renato Soru e Marco Tronchetti Provera, che coglie l'occasione per accusare la politica della Seconda Repubblica di "interferenze" nella vita delle imprese. Esattamente come accadeva all'epoca della Prima Repubblica.


Dagospia 26 Marzo 2008