I MUSEI PUBBLICI DI ARTE CONTEMPORANEA SCHIAVI DEL MERCATO USA (E IL 50% DEL PATRIMONIO È NEI MAGAZZINI) - ADDIO MIGNANI, I DIECI PIANI DI MORBIDEZZA E LA MILANO DA BERE - SILVIO, IL PRIMO APRILE NON ERA IERI.
1 - I MUSEI DEL CONTEMPORANEO SERVONO AGLI AMERICANI.
Pierluigi Panza per il "Corriere della Sera"
Maxxi, Mambo, Madre, Marca, Mart e, ipotizziamo per quello di Milano di Libeskind - che ha sollevato la polemica sui limiti dell'architettura decostruzionista -, Mimac: scioglilingua a parte, ma cosa ci metteremo in questi musei di arte contemporanea dei quali si sta riempiendo l'Italia?
L'art editor del New York Times, Michael Kimmelman, non ha dubbi: questi musei (più Prada, Pinault, Re Rebaudengo, Gagosian...) rappresentano il meglio della vitalità dell'arte in Italia. Noi avanziamo qualche dubbio. Intanto il museo nasce come luogo di conservazione di un'esperienza storicizzata, ovvero di un'arte che è giudicata tale perché resistita, per dirla con Gadamer, «alla distesa dei tempi » e non perché un critico o un gallerista lo decidono.
Considerando poi che i musei italiani, i più grandi giacimenti d'arte storicizzata del mondo, non riescono ad esporre nemmeno il 50% del loro patrimonio, qualche dubbio sullo spazio da dare al contemporaneo da parte dell'ente pubblico (che poi, alle mostre, del contemporaneo si scandalizza) viene. Inoltre, chi deciderà cosa esporre? Andando al sodo, lo deciderà chi fa il mercato: i grandi galleristi americani o gli emergenti (russi, cinesi...). Sgarbi, Bonito Oliva, Bonanni o Daverio, al massimo, potranno diventare consulenti di un progetto che si fa «altrove».
Da qui il consenso che arriva a questi musei da New York. Il contemporaneo non è arte storicizzata, ma una proposta d'arte e, come tale, andrebbe lasciata maturare nel mercato, nelle collezioni private, nelle gallerie, nelle fondazioni private anche (ove possibile) con supporti dello Stato. Ma poiché la coperta dei soldi è cortissima, meglio non far morire il patrimonio storico per costruire uno scatolone alla moda.
2 - IN MORTE DI UN PUBBLICITARIO.
Massimo Granellini per "La Stampa"
Per chi vive di parole c'è qualcosa di più doloroso che restarne senza ed è vederle andare per il mondo senza che si sappia che sono sue. Dal sottoscala del mio narcisismo mi sono sempre chiesto cosa provi Mogol quando qualcuno gli cita un verso di «Emozioni» attribuendolo a Battisti, che ha scritto la musica, mica i testi. Certo, i diritti d'autore gli arrivano comunque sul conto. Ma essere ignorati da una parte del pubblico che apprezza la tua opera rimane un bel sacrificio per l'ego. Lo stesso che compie chi scrive la sceneggiatura di un film che i più attribuiranno al regista. O lo scrittore di discorsi politici che conia le parole d'ordine con cui sarà il suo principale a passare alla storia.
E' quel che deve aver provato per tutta la vita il pubblicitario Marco Mignani nel sentir echeggiare intorno a lui le frasi che aveva creato e poi abbandonato sulla bocca della gente. Dieci piani di morbidezza. Il tonno che si taglia con un grissino. Enfant terribile. E la più famosa di tutte: Milano da bere, diventata la sintesi di un'epoca, il suo sfottò, la sua nostalgia. Chissà quante volte Mignani si sarà morsicato le labbra per non dire: «Guardate che è mia!».
E forse se le sarebbe morsicate anche ieri, sentendola riaffiorare dopo la vittoria dell'Expo. Il dio degli spot gli ha risparmiato quest'ultimo test di eroismo e poche ore prima lo ha spedito nel paradiso dei pubblicitari, dove gli slogan pascolano fra dieci piani di morbidezza in sella al loro inventore, a cui ormai non importa più nulla di esserlo e perciò è così tenero che si taglia con un grissino.
3 - RICORDIAMO ALL'AMOR NOSTRO CHE IERI NON ERA IL PRIMO APRILE.
Andrea Marcenaro per "Il Foglio"
Ieri, 31 marzo, magnifico botta e risposta dell'Amor nostro con i lettori che gli hanno posto domande a centinaia nel corso della video chat sul sito del "Corriere della Sera". Incisivo, l'Amor nostro, nel prevedere e nell'auspicare che la trattativa con Air France non vada in porto, in nome di un dopo-elezioni dove potremo assistere alla "presentazione di una compagine con i migliori nomi dell'imprenditoria italiana". Convincente, nel ribadimento del voto utile e nell'attacco ai partitini "i quali cos'hanno fatto, in questi ultimi 15 anni, se non salvaguardare loro stessi e i propri leader?".
Energico nell'attacco a Veltroni, alle sue trappole illusionistiche, al funzionario "che ha percorso tutte le tappe della carriera politica dentro il Partito comunista". Efficace e sprezzante con Casini, brioso nell'accenno alla "cipria" costituita dalle candidature Calearo e Colaninno, persuasivo nel negare di aver mai fatto le corna durante un vertice internazionale. In una parola, grandioso. Su tutto. Quanto al solenne impegno di "una guerra senza quartiere all'evasione fiscale", ci corre l'obbligo di ricordargli che ieri era il 31 marzo, il primo d'aprile è oggi.
Dagospia 01 Aprile 2008
Pierluigi Panza per il "Corriere della Sera"
Maxxi, Mambo, Madre, Marca, Mart e, ipotizziamo per quello di Milano di Libeskind - che ha sollevato la polemica sui limiti dell'architettura decostruzionista -, Mimac: scioglilingua a parte, ma cosa ci metteremo in questi musei di arte contemporanea dei quali si sta riempiendo l'Italia?
L'art editor del New York Times, Michael Kimmelman, non ha dubbi: questi musei (più Prada, Pinault, Re Rebaudengo, Gagosian...) rappresentano il meglio della vitalità dell'arte in Italia. Noi avanziamo qualche dubbio. Intanto il museo nasce come luogo di conservazione di un'esperienza storicizzata, ovvero di un'arte che è giudicata tale perché resistita, per dirla con Gadamer, «alla distesa dei tempi » e non perché un critico o un gallerista lo decidono.
Considerando poi che i musei italiani, i più grandi giacimenti d'arte storicizzata del mondo, non riescono ad esporre nemmeno il 50% del loro patrimonio, qualche dubbio sullo spazio da dare al contemporaneo da parte dell'ente pubblico (che poi, alle mostre, del contemporaneo si scandalizza) viene. Inoltre, chi deciderà cosa esporre? Andando al sodo, lo deciderà chi fa il mercato: i grandi galleristi americani o gli emergenti (russi, cinesi...). Sgarbi, Bonito Oliva, Bonanni o Daverio, al massimo, potranno diventare consulenti di un progetto che si fa «altrove».
Da qui il consenso che arriva a questi musei da New York. Il contemporaneo non è arte storicizzata, ma una proposta d'arte e, come tale, andrebbe lasciata maturare nel mercato, nelle collezioni private, nelle gallerie, nelle fondazioni private anche (ove possibile) con supporti dello Stato. Ma poiché la coperta dei soldi è cortissima, meglio non far morire il patrimonio storico per costruire uno scatolone alla moda.
2 - IN MORTE DI UN PUBBLICITARIO.
Massimo Granellini per "La Stampa"
Per chi vive di parole c'è qualcosa di più doloroso che restarne senza ed è vederle andare per il mondo senza che si sappia che sono sue. Dal sottoscala del mio narcisismo mi sono sempre chiesto cosa provi Mogol quando qualcuno gli cita un verso di «Emozioni» attribuendolo a Battisti, che ha scritto la musica, mica i testi. Certo, i diritti d'autore gli arrivano comunque sul conto. Ma essere ignorati da una parte del pubblico che apprezza la tua opera rimane un bel sacrificio per l'ego. Lo stesso che compie chi scrive la sceneggiatura di un film che i più attribuiranno al regista. O lo scrittore di discorsi politici che conia le parole d'ordine con cui sarà il suo principale a passare alla storia.
E' quel che deve aver provato per tutta la vita il pubblicitario Marco Mignani nel sentir echeggiare intorno a lui le frasi che aveva creato e poi abbandonato sulla bocca della gente. Dieci piani di morbidezza. Il tonno che si taglia con un grissino. Enfant terribile. E la più famosa di tutte: Milano da bere, diventata la sintesi di un'epoca, il suo sfottò, la sua nostalgia. Chissà quante volte Mignani si sarà morsicato le labbra per non dire: «Guardate che è mia!».
E forse se le sarebbe morsicate anche ieri, sentendola riaffiorare dopo la vittoria dell'Expo. Il dio degli spot gli ha risparmiato quest'ultimo test di eroismo e poche ore prima lo ha spedito nel paradiso dei pubblicitari, dove gli slogan pascolano fra dieci piani di morbidezza in sella al loro inventore, a cui ormai non importa più nulla di esserlo e perciò è così tenero che si taglia con un grissino.
3 - RICORDIAMO ALL'AMOR NOSTRO CHE IERI NON ERA IL PRIMO APRILE.
Andrea Marcenaro per "Il Foglio"
Ieri, 31 marzo, magnifico botta e risposta dell'Amor nostro con i lettori che gli hanno posto domande a centinaia nel corso della video chat sul sito del "Corriere della Sera". Incisivo, l'Amor nostro, nel prevedere e nell'auspicare che la trattativa con Air France non vada in porto, in nome di un dopo-elezioni dove potremo assistere alla "presentazione di una compagine con i migliori nomi dell'imprenditoria italiana". Convincente, nel ribadimento del voto utile e nell'attacco ai partitini "i quali cos'hanno fatto, in questi ultimi 15 anni, se non salvaguardare loro stessi e i propri leader?".
Energico nell'attacco a Veltroni, alle sue trappole illusionistiche, al funzionario "che ha percorso tutte le tappe della carriera politica dentro il Partito comunista". Efficace e sprezzante con Casini, brioso nell'accenno alla "cipria" costituita dalle candidature Calearo e Colaninno, persuasivo nel negare di aver mai fatto le corna durante un vertice internazionale. In una parola, grandioso. Su tutto. Quanto al solenne impegno di "una guerra senza quartiere all'evasione fiscale", ci corre l'obbligo di ricordargli che ieri era il 31 marzo, il primo d'aprile è oggi.
Dagospia 01 Aprile 2008