VECCHIO CINEMA BELZEBÙ - L'ANDREOTTI GIOVANE (CON DELEGA ALLO SPETTACOLO) VISTO DA SANGUINETI: FANFANI FECE FARE LE CASE, LUI "TOTÒ CERCA CASA" - "QUO VADIS" GIOVÒ A ROMA PIÙ DEL PIANO MARSHALL.
Tatti Sanguinetti per "Ciak"
Negli ultimi tre anni Tatti Sanguineti, investigatore di cinema, ha incontrato Andreotti nel suo studio di Piazza San Lorenzo in Lucina. E lo ha intervistato e filmato, per un totale di 20 ore, sui suoi rapporti col cinema, nell'ambito di un progetto speciale del ministero dei Beni Culturali. "Ciak" gli ha chiesto questa anticipazione.
Di tutta la sua adolescenza al cinema la scena che lo ha impressionato di più è Frederic March che beve il filtro del Dottor Jekyll e diventa Mister Hyde. Non è un flashback del film di Sorrentino, è Giulio Andreotti che narra la scena primaria della sua vocazione di dodicenne per il cinema. E racconta anche che dopo uno stipendio all'ufficio delle tasse sui celibi, il dopoguerra lo coglie pronto all'ascesa. La situazione è questa: gli americani hanno allagato il nostro Paese con otto anni di loro vecchi film mentre Cinecittà è occupata dagli sfollati cassinesi anche se non sapremo mai quante centinaia o migliaia dormirono dentro il Teatro 5 tramezzato.
Il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi (che, diffidente, chiama il cinematografo «questa vostra lanterna magica»), si fa convincere dal responsabile degli universitari cattolici, monsignor Montini, futuro papa Paolo VI, e nomina quel ragazzo di appena 28 anni sottosegretario alla Presidenza con delega allo Spettacolo. Andreotti accetta e con una cravatta che si è fatto consigliare da sua moglie, fresca sposa, si lascia intervistare da Sandro Pallavicini della Settimana Incom, il cinegiornale allora più potente.
Non ha ancora capito che in pubblico non bisogna mai leggere, però riesce a farlo senza guardare il foglio: «Io ero l'ultimo arrivato che finì qualche volta per dare cappotto», dice. Di giorno lavora, di sera vede i film in censura. Due volte alla settimana fa le tre di notte. «Il lavoro mi piaceva e non avevo bisogno di simpamina. La censura evolve. Nel 1913 ci si scandalizzava per le caviglie di Eleonora Duse: ora van forte le endovaginoscopie e la monta taurina del "Grande Fratello"... Questo mi secca più di altro della tivù di Berlusconi.».
I due film più belli se li lascia per la domenica pomeriggio, in compagnia della moglie, del presidente del Coni Giulio Onesti e signora. Per capire i segreti del cinema e dello spettacolo si affianca una vecchia volpe del Minculpop, Nicola De Pirro, che gli spiega come si annusano i soggetti e come si conquistano gli esercenti, a cominciare da quelli del Lazio. Intuisce che è un bene per l'Italia che non si girino troppi film ambientati nel Ventennio, congela gli incassi delle pellicole americane e capisce che il prodotto nazionale non può essere lasciato solo agli ex borsaneristi sbarcati a Roma per incontrare Silvana Pampanini.
Intanto lui questa «sovrabbondanza di doti naturali» se la porta a Sora per un comizio: la gente in delirio le strappa un orecchino. Andreotti produce i produttori e sostiene coloro che hanno cominciato a fare film industriali con i soldi di Renato Gualino, l'imprenditore padrone della chimica e dello stabilimento Ferrania. Sono i film che riannodano un filo di simpatia fra l'Italia e un mondo che aveva smesso da tempo di amare lo Stivale. Lui diventerà più amico di Dino De Laurentiis che di Carlo Ponti, il quale gli sembra già un mezzo protoleghista. Quando nel '47, nel pieno delle sue funzioni ufficiali, parte per la sua prima Mostra di Venezia, De Gasperi gli raccomanda: «Portati la moglie e non essere frivolo». Lui dorme in questura, a Palazzo Labia.
Intanto, sfrattati gli sfollati, fa sbarcare a Cinecittà Vittorio De Sica, protagonista di "Cuore" e gli americani con "Quo vadis?", «il film che per Roma ha fatto più del piano Marshall». I comunisti fanno paura ma Andreotti capisce che non si possono più ammazzare i film dopo che sono stati girati: lavorerà di prevenzione e dissuasione. Blocca un film di Mario Soldati sulla Fiat occupata del 1919, uno sulla strage di Melissa, e dimezza il documentario del Pci sulla polizia di Scelba che ha ammazzato sei operai a Modena, sequestra un documentario su Matera con animali dentro le case.
Finge di non accorgersi che un giovane comico malignazzo ha fatto un film su un boyscout ambiziosetto dove in realtà si alludeva proprio a lui, Giulio Andreotti. «C'era tutta un'abitudine a rappresentare il cattolico come oligoemico, insomma un anemico», dice. E così Sordi diventa andreottiano e Andreotti sordiano. Alle soglie dell'Anno Santo, mostra in anteprima privata a Castelgandolfo il film sulla Goretti, "Cielo sulla palude", e si turba del turbamento di Papa Pacelli quando la bambinella si tira la gonna sopra le caviglie per sguazzare sulla riva del mare.
Lui in realtà media con i geddiani e i bigotti pudibondi e oltranzisti, ma fa più comodo ai comunisti liquidarlo come un ultraforcaiolo e confonderlo con quell'Agostino Greggi benpensante e fondatore dei comitati contro il twist che ispirerà il Sordi del "Moralista". Nel '49 fa una legge con cui edifica duemila sale parrocchiali in sei mesi: i preti prendono il 30% del mercato e fan pesare di più i loro giudizi, i loro divieti, i loro taglietti. In quell'anno gli tocca anche l'orazione funebre per i giocatori del Torino morti a Superga: «Mi venne l'idea di mescolare il verde del prato all'azzurro del cielo».
Ce l'ha con Luchino Visconti più che con tutti gli altri registi del Pci: in privato lo definisce «uno snobbetto». Oggi lo ricorda così: «Sembrava uno che portava il Santo Sacramento». Assieme a "Umberto D" sgarretta cinque film, facendone però fare altri cinquemila, come ben capì Rodolfo Sonego, il capo partigiano divenuto il cervello di Sordi. Quando lascia il cinema nel '53, gli incassi dei film italiani sono al 56%. Dopo di lui Luigi Scalfaro e Umberto Tupini, ovvero duelli e sequestri.
Finito alle Finanze e poi alla Difesa, restò l'amico per eccellenza dei produttori. Senza i suoi ventimila alpini di naia, De Laurentiis non avrebbe mai girato né "Addio alle armi" né "La grande guerra". Dal suo archivio segreto, ora affidato all'Istituto Sturzo, emergono lettere in difesa di Roberto Rossellini attaccato dall'americana Legion of Decency e scontri duri con l'ambasciata e con Washington per far sbarcare i nostri film e i nostri cineasti nell'America del senatore Joseph McCarthy. Fanfani fece le case, Andreotti fece girare "Totò cerca casa". Moro sdoganò "Il Vangelo" di Pasolini, Andreotti favorì la ricostruzione di una industria popolare e da lui amatissima: «Quanto mi dispiace non poter mettere più piede in una sala cinematografica».
Dagospia 04 Giugno 2008
Negli ultimi tre anni Tatti Sanguineti, investigatore di cinema, ha incontrato Andreotti nel suo studio di Piazza San Lorenzo in Lucina. E lo ha intervistato e filmato, per un totale di 20 ore, sui suoi rapporti col cinema, nell'ambito di un progetto speciale del ministero dei Beni Culturali. "Ciak" gli ha chiesto questa anticipazione.
Di tutta la sua adolescenza al cinema la scena che lo ha impressionato di più è Frederic March che beve il filtro del Dottor Jekyll e diventa Mister Hyde. Non è un flashback del film di Sorrentino, è Giulio Andreotti che narra la scena primaria della sua vocazione di dodicenne per il cinema. E racconta anche che dopo uno stipendio all'ufficio delle tasse sui celibi, il dopoguerra lo coglie pronto all'ascesa. La situazione è questa: gli americani hanno allagato il nostro Paese con otto anni di loro vecchi film mentre Cinecittà è occupata dagli sfollati cassinesi anche se non sapremo mai quante centinaia o migliaia dormirono dentro il Teatro 5 tramezzato.
Il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi (che, diffidente, chiama il cinematografo «questa vostra lanterna magica»), si fa convincere dal responsabile degli universitari cattolici, monsignor Montini, futuro papa Paolo VI, e nomina quel ragazzo di appena 28 anni sottosegretario alla Presidenza con delega allo Spettacolo. Andreotti accetta e con una cravatta che si è fatto consigliare da sua moglie, fresca sposa, si lascia intervistare da Sandro Pallavicini della Settimana Incom, il cinegiornale allora più potente.
Non ha ancora capito che in pubblico non bisogna mai leggere, però riesce a farlo senza guardare il foglio: «Io ero l'ultimo arrivato che finì qualche volta per dare cappotto», dice. Di giorno lavora, di sera vede i film in censura. Due volte alla settimana fa le tre di notte. «Il lavoro mi piaceva e non avevo bisogno di simpamina. La censura evolve. Nel 1913 ci si scandalizzava per le caviglie di Eleonora Duse: ora van forte le endovaginoscopie e la monta taurina del "Grande Fratello"... Questo mi secca più di altro della tivù di Berlusconi.».
I due film più belli se li lascia per la domenica pomeriggio, in compagnia della moglie, del presidente del Coni Giulio Onesti e signora. Per capire i segreti del cinema e dello spettacolo si affianca una vecchia volpe del Minculpop, Nicola De Pirro, che gli spiega come si annusano i soggetti e come si conquistano gli esercenti, a cominciare da quelli del Lazio. Intuisce che è un bene per l'Italia che non si girino troppi film ambientati nel Ventennio, congela gli incassi delle pellicole americane e capisce che il prodotto nazionale non può essere lasciato solo agli ex borsaneristi sbarcati a Roma per incontrare Silvana Pampanini.
Intanto lui questa «sovrabbondanza di doti naturali» se la porta a Sora per un comizio: la gente in delirio le strappa un orecchino. Andreotti produce i produttori e sostiene coloro che hanno cominciato a fare film industriali con i soldi di Renato Gualino, l'imprenditore padrone della chimica e dello stabilimento Ferrania. Sono i film che riannodano un filo di simpatia fra l'Italia e un mondo che aveva smesso da tempo di amare lo Stivale. Lui diventerà più amico di Dino De Laurentiis che di Carlo Ponti, il quale gli sembra già un mezzo protoleghista. Quando nel '47, nel pieno delle sue funzioni ufficiali, parte per la sua prima Mostra di Venezia, De Gasperi gli raccomanda: «Portati la moglie e non essere frivolo». Lui dorme in questura, a Palazzo Labia.
Intanto, sfrattati gli sfollati, fa sbarcare a Cinecittà Vittorio De Sica, protagonista di "Cuore" e gli americani con "Quo vadis?", «il film che per Roma ha fatto più del piano Marshall». I comunisti fanno paura ma Andreotti capisce che non si possono più ammazzare i film dopo che sono stati girati: lavorerà di prevenzione e dissuasione. Blocca un film di Mario Soldati sulla Fiat occupata del 1919, uno sulla strage di Melissa, e dimezza il documentario del Pci sulla polizia di Scelba che ha ammazzato sei operai a Modena, sequestra un documentario su Matera con animali dentro le case.
Finge di non accorgersi che un giovane comico malignazzo ha fatto un film su un boyscout ambiziosetto dove in realtà si alludeva proprio a lui, Giulio Andreotti. «C'era tutta un'abitudine a rappresentare il cattolico come oligoemico, insomma un anemico», dice. E così Sordi diventa andreottiano e Andreotti sordiano. Alle soglie dell'Anno Santo, mostra in anteprima privata a Castelgandolfo il film sulla Goretti, "Cielo sulla palude", e si turba del turbamento di Papa Pacelli quando la bambinella si tira la gonna sopra le caviglie per sguazzare sulla riva del mare.
Lui in realtà media con i geddiani e i bigotti pudibondi e oltranzisti, ma fa più comodo ai comunisti liquidarlo come un ultraforcaiolo e confonderlo con quell'Agostino Greggi benpensante e fondatore dei comitati contro il twist che ispirerà il Sordi del "Moralista". Nel '49 fa una legge con cui edifica duemila sale parrocchiali in sei mesi: i preti prendono il 30% del mercato e fan pesare di più i loro giudizi, i loro divieti, i loro taglietti. In quell'anno gli tocca anche l'orazione funebre per i giocatori del Torino morti a Superga: «Mi venne l'idea di mescolare il verde del prato all'azzurro del cielo».
Ce l'ha con Luchino Visconti più che con tutti gli altri registi del Pci: in privato lo definisce «uno snobbetto». Oggi lo ricorda così: «Sembrava uno che portava il Santo Sacramento». Assieme a "Umberto D" sgarretta cinque film, facendone però fare altri cinquemila, come ben capì Rodolfo Sonego, il capo partigiano divenuto il cervello di Sordi. Quando lascia il cinema nel '53, gli incassi dei film italiani sono al 56%. Dopo di lui Luigi Scalfaro e Umberto Tupini, ovvero duelli e sequestri.
Finito alle Finanze e poi alla Difesa, restò l'amico per eccellenza dei produttori. Senza i suoi ventimila alpini di naia, De Laurentiis non avrebbe mai girato né "Addio alle armi" né "La grande guerra". Dal suo archivio segreto, ora affidato all'Istituto Sturzo, emergono lettere in difesa di Roberto Rossellini attaccato dall'americana Legion of Decency e scontri duri con l'ambasciata e con Washington per far sbarcare i nostri film e i nostri cineasti nell'America del senatore Joseph McCarthy. Fanfani fece le case, Andreotti fece girare "Totò cerca casa". Moro sdoganò "Il Vangelo" di Pasolini, Andreotti favorì la ricostruzione di una industria popolare e da lui amatissima: «Quanto mi dispiace non poter mettere più piede in una sala cinematografica».
Dagospia 04 Giugno 2008