LIVIDI PER AZZURRI, BRIVIDI PER GLI SPONSOR - SCONTRO JAKY-MONTEZEMOLO
CHE FINE HA FATTO ANDREA AGNELLI? - FIEG: DOPO BORIS, C'È MALINCONICO?
LA MALASANITÀ MILANESE CHIAMA IN CAUSA PEZZI DA 90 COME ROTELLI (IN RCS)
CHE FINE HA FATTO ANDREA AGNELLI? - FIEG: DOPO BORIS, C'È MALINCONICO?
LA MALASANITÀ MILANESE CHIAMA IN CAUSA PEZZI DA 90 COME ROTELLI (IN RCS)
1 - SCONTRO JAKY-LUCHINO - CHE FINE HA FATTO L'UNICO AGNELLI SUPERSTITE, ANDREA? (BLINDATURA ELKANN-GABETTI)
È poco probabile che Sergio Marpionne incontri Bush durante la sua visita a Roma.
Il numero 1 della Fiat non ha alcuna simpatia per la politica americana che al Festival dell'Economia di Trento ha definito "criminale". Per il manager italo-canadese-svizzero bisogna aspettare il nuovo presidente Usa e concentrare il core business in altre direzioni. Come la Serbia, ad esempio, dove in due settimane è riuscito ad ottenere la licenza per un nuovo stabilimento mentre a Termini Imprese ha dovuto rincorrere per oltre due anni gli amministratori locali.
Chi invece incontrerà l'amico George è sicuramente Luchino di Montezemolo che è sparito dalle cronache a causa del prevalere della coppia in gonnella Marcegaglia-Guidi al timone di Confindustria. Per il ragazzo dei Parioli è un momento delicato poichè deve riposizionarsi come un vero imprenditore e manager nel quadro economico mentre da quello politico è assolutamente estraneo.
L'operazione non è semplice e una mano potrebbe dargliela il parroco di campagna, Maurizio Beretta, se è vera la notizia che potrebbe lasciare la direzione generale di Confindustria, per tornare nel grembo di mamma Fiat dove Beretta ha avuto tante soddisfazioni professionali e materiali. Qui però dovrà vedersela con Marpionne che fino alla fine di quest'anno "critico" in Fiat rimane il pilastro fondamentale.
L'equilibrio del Gruppo torinese è garantito dall'asse che si è stabilito tra il pallido Yaki Elkann e Marpionne, l'uomo dal pullover sgualcito che ogni sera vola in elicottero nella sua casa in Svizzera. Tra i due il gioco delle parti si svolge in perfetta armonia e dietro le quinte c'è sempre l'ombra lunga e saggia di Gianluigi Gabetti, il tutore della Sacra Famiglia degli Agnelli. Non c'è spazio quindi per altri protagonisti e di questo deve aver preso atto anche Luchino che, secondo rumors torinesi (non confermati), avrebbe avuto nei giorni scorsi un vivace scambio di opinioni con il 32enne Elkann sul futuro Fiat.
A dividerli sembra che siano una diversa valutazione strategica e giudizi di minor conto. Si sa ad esempio che Luchino ha una predilezione per Antonio Polito, il direttore "british" del "Riformista", mentre Yaki è rimasto letteralmente folgorato da Mario Calabresi, il giornalista di "Repubblica" che incontra spesso e volentieri a New York.
Ai margini della scena rimane, completamente dimenticato, Andrea Agnelli, il giovane figlio di Umberto, l'ultimo che porta il nome della dinastia. Ha 33 anni e dopo una formazione accademica al St. Clare's International College di Oxford ha lavorato per un certo periodo a Londra presso Schroeder Salomon Smith Barney. Il sogno del ragazzo sarebbe stato di rimanere a Torino buttando sul piatto il peso del cognome e di guidare almeno la Juventus. Non c'è stato nulla da fare perché la Fiat è blindata Elkann, come blindata è la cassaforte di Famiglia. E adesso il giovane Andrea è tornato a Londra a lavorare nella finanza.
2 - LA MALASANITÀ MILANESE CHIAMA IN CAUSA PEZZI DA 90 COME IL SOCIO RCS ROTELLI
Era tutto scritto fin da settembre. Bastava leggere l'inchiesta che in quel mese aveva fatto l'"Espresso" sulla malasanità di Milano, per capire come sarebbe andata a finire.
Le attività criminali delle cliniche ambrosiane erano sulla bocca di tutti e le vicende del San Raffaele e della Santa Rita hanno riempito per mesi il supplemento "Salute" della "Repubblica" del mercoledì, diretto dal'ottimo Guglielmo Pepe. Decine di lettere e di denunce circostanziate lamentavano fatti allarmanti, ai quali la direzione della Santa Rita ha sempre cercato con scarsissima fortuna e credibilità di replicare.
Adesso ci vorrebbe la penna di Roberto Saviano e dei suoi indispensabili editor per squarciare il velo sugli orrori che i tre magistrati milanesi hanno sollevato dopo aver letto 8 milioni di cartelle cliniche emesse dal 2003 al 2006 da tutti gli ospedali pubblici e privati convenzionati della Lombardia. A settembre l'"Espresso" spiegava che il colonnello della Guardia di Finanza, Cesare Maragoni, aveva nel suo computer milioni di dati incrociati, e almeno 80mila cartelle sarebbero state truccate, gonfiate e falsificate.
L'inchiesta chiamava in causa pezzi da 90 come il notaio siciliano Francesco Paolo Pipitone, titolare della Casa di cura Santa Rita, e Giuseppe Rotelli, il re della sanità lombarda, proprietario di 17 case di cura private con un fatturato annuo di 650 milioni.
E qui si accende un faro davvero curioso perché Rotelli è quel signore che oggi possiede quasi l'11% di Rcs Mediagroup, che pubblica il "Corriere della Sera" ed è il primo editore italiano. Quest'uomo negli anni '80 ha collaborato in maniera importante all'estensione del piano sanitario, firmato dal socialista Sergio Moroni.
Nell'ultimo mese il direttore del "Sole 24 Ore", Flebuccio De Bortoli, gli ha spalancato le porte del suo giornale dove sono apparsi a firma di Rotelli due enormi articoli. Nessuno ha capito bene la ragione per cui il prudente De Bortoli abbia ospitato le articolesse del re della sanità, azionista del Gruppo avversario Rcs. Qualcuno si è spinto addirittura a immaginare che tanta grazia fosse ispirata dall'intenzione di De Bortoli di puntare attraverso Rotelli alla poltrona del "Corriere della Sera".
È una malignità assoluta, ma ben più maligno è il cancro della malasanità milanese che il "Corriere della Sera" di proprietà anche di Rotelli non nasconde, ma che i giornali di Carletto De Benedetti avevano denunciato dieci mesi fa.
3 - FIEG: DOPO BORIS, ARRIVA MALINCONICO?
L'Ambasciatore Boris Biancheri sta gongolando perché non si riesce a trovare il suo successore alla presidenza della Fieg, la Federazione italiana degli editori giornali.
Il diplomatico ha 78 anni, ma non ha alcuna intenzione di perdere l'ebbrezza delle poltrone. Insieme a quella dell'Ansa (una carica che gli è arrivata nel settembre del '97) Biancheri guida dal 2004 la Fieg nella quale è scaduto il suo secondo mandato. I tre saggi designati per cercare il nuovo candidato hanno le mani nei capelli. Antonello Perricone, Ciancio Sanfilippo e Pietro Boroli non riescono infatti a trovare l'uomo giusto per questa carica dalla quale si governa la politica dei padroni dei giornali.
Per un attimo hanno pensato di reclutare l'antico Antonio Maccanico, l'ex-ministro avellinese, amico di Ugo La Malfa e già presidente di Mediobanca nel 1987, che è stato accanto a Pertini come segretario generale della presidenza della Repubblica. Maccanico è una vecchia conoscenza delle lobby romane e dei Democratici perché nel '99 ha partecipato con Romano Prodi alla fondazione di quel partito. A giocargli contro è la candidatura di Carlo Malinconico, un professore esperto di diritto dell'Unione Europea, che è stato Segretario generale della Presidenza del Consiglio nel governo Prodi, molto gettonato dalle voci di palazzo.
4 - MALAGROTTA, LA MONNEZZA DI ROMA E TESTA DI CHICCO
L'avete visto il sito personale di Chicco Testa, il manager romano che gli amici chiamano affettuosamente Testa di Chicco? È bellissimo, in doppia lingua, con tanto di biografia in cui si legge che ha due figli e ha preso la maturità classica al liceo Sarpi di Bergamo oltre a una laurea in filosofia presso la Statale di Milano.
Nel sito non si vede quel tic nervoso che lo accompagna da tutta la vita e che nasce dallo stress a cui il 56enne manager è sottoposto. E nemmeno si capisce quali siano i suoi hobby e le letture preferite. Sicuramente Testa di Chicco è un uomo colto che dopo essersi nutrito sui testi di Lenin e di Gramsci, ha scoperto la cultura americana perché parla e legge in inglese perfetto.
Oltre a "Vanity Fair" e a "Il Tirreno" dell'amico Bruno Manfellotto (con cui divide l'ombrellone a Capalbio), c'è da giurare che il bergamasco Testa sappia tutto di Zygmunt Bauman, il sociologo britannico di origine ebreo-polacca che ha teorizzato il "partito liquido" all'americana. Questo pensatore ha scritto nel 2005 un'opera fondamentale dal titolo "Liquid Life", e Testa di Chicco ne ha imparato a memoria interi capitoli.
Del liquido sa tutto, anche di quello che scorre nelle centrali nucleari, ma sui rifiuti solidi Testa di Chicco sembra essere digiuno. Non gli piacciono e non gli piace soprattutto la rivolta dei "pezzenti" napoletani che strillano per gli inceneritori. Allo stesso modo nega - come ha fatto giovedì scorso da Santoro - che a Roma esista il rischio di una bomba ecologica. Purtroppo sulla "Stampa" di oggi appare un'intera pagina dedicata all'assedio dei rifiuti nella capitale. La discarica di Malagrotta di proprietà del "signore della spazzatura", Manlio Cerroni, può far diventare Roma "un'altra Napoli".
Così scrive oggi "La Stampa", e così si leggeva ieri su quel sito disgraziato di Dagospia, che non ha la bellezza estetica del "liquido" Testa di Chicco, stupendo alfiere del partito nucleare.
5 - OCCHIO A BEFERA
Tenetelo d'occhio questo Attilio Befera, l'alto funzionario che Giulietto Tremonti ha messo alla testa dell'Agenzia delle Entrate.
È una new entry nel panorama del potere, ma le sue competenze si stanno allargando a dismisura e senza tanti occhi addosso. Ha 62 anni, origini romane, e un amore per l'Abruzzo dove si reca regolarmente per passeggiare con il sigaro in bocca. È lui l'uomo che dopo 30 anni di lavoro in banca è diventato ispettore delle finanze e promosso da Vincenzo Visco a capo di Equitalia, la società pubblica che riscuote le tasse.
Chi lo conosce lo descrive ironico e colto, amante della musica classica e dei gialli. Le sue competenze gli hanno garantito coperture politiche da destra e da sinistra, e adesso si porta sulle spalle il doppio incarico al vertice di Equitalia e della Agenzia delle Entrate. Ma non basta perché - come scrive oggi il quotidiano "Libero Mercato" - Giulietto Tremonti sembra che voglia affidargli anche il recupero del tesoretto di 502 milioni rappresentato dalle pene pecuniarie che gli italiani devono per le spese della giustizia.
6 - LIVIDI PER AZZURRI, BRIVIDI PER GLI SPONSOR
La disfatta della Nazionale azzurra ha messo i brividi agli sponsor e alle agenzie di pubblicità che hanno messo i soldi per gli spot televisivi.
Mentre gli italiani si tappavano le orecchie per non sentire il commento stridulo e tecnicamente sbagliato dell'ex-calciatore, Salvatore Bagni, nelle aziende si facevano due conti. Le prestazioni degli ometti di Donadoni erano state calcolate in almeno 100 milioni di euro. Il 70% arriva dalla pubblicità televisiva e stampata.
A cacciare gran parte di questi soldi sono gli sponsor ufficiali della Figc (Puma, Tim e Carta Azzurra di Mastercard). Accanto agli sponsor ufficiali ci sono aziende "partner" della Nazionale italiana che si sono impegnate con quote minori. Tra queste anche l'Api-Ip di Braghetti Peretti che aveva in programma di presentare giovedì prossimo a Vienna il nuovo marchio ufficiale del Gruppo petrolifero. Adesso i due fratelli Braghetti Peretti ci stanno ripensando perché non vorrebbero legare il nuovo logo alle sorti degli ometti di Donadoni.
Dagospia 10 Giugno 2008
È poco probabile che Sergio Marpionne incontri Bush durante la sua visita a Roma.
Il numero 1 della Fiat non ha alcuna simpatia per la politica americana che al Festival dell'Economia di Trento ha definito "criminale". Per il manager italo-canadese-svizzero bisogna aspettare il nuovo presidente Usa e concentrare il core business in altre direzioni. Come la Serbia, ad esempio, dove in due settimane è riuscito ad ottenere la licenza per un nuovo stabilimento mentre a Termini Imprese ha dovuto rincorrere per oltre due anni gli amministratori locali.
Chi invece incontrerà l'amico George è sicuramente Luchino di Montezemolo che è sparito dalle cronache a causa del prevalere della coppia in gonnella Marcegaglia-Guidi al timone di Confindustria. Per il ragazzo dei Parioli è un momento delicato poichè deve riposizionarsi come un vero imprenditore e manager nel quadro economico mentre da quello politico è assolutamente estraneo.
L'operazione non è semplice e una mano potrebbe dargliela il parroco di campagna, Maurizio Beretta, se è vera la notizia che potrebbe lasciare la direzione generale di Confindustria, per tornare nel grembo di mamma Fiat dove Beretta ha avuto tante soddisfazioni professionali e materiali. Qui però dovrà vedersela con Marpionne che fino alla fine di quest'anno "critico" in Fiat rimane il pilastro fondamentale.
L'equilibrio del Gruppo torinese è garantito dall'asse che si è stabilito tra il pallido Yaki Elkann e Marpionne, l'uomo dal pullover sgualcito che ogni sera vola in elicottero nella sua casa in Svizzera. Tra i due il gioco delle parti si svolge in perfetta armonia e dietro le quinte c'è sempre l'ombra lunga e saggia di Gianluigi Gabetti, il tutore della Sacra Famiglia degli Agnelli. Non c'è spazio quindi per altri protagonisti e di questo deve aver preso atto anche Luchino che, secondo rumors torinesi (non confermati), avrebbe avuto nei giorni scorsi un vivace scambio di opinioni con il 32enne Elkann sul futuro Fiat.
A dividerli sembra che siano una diversa valutazione strategica e giudizi di minor conto. Si sa ad esempio che Luchino ha una predilezione per Antonio Polito, il direttore "british" del "Riformista", mentre Yaki è rimasto letteralmente folgorato da Mario Calabresi, il giornalista di "Repubblica" che incontra spesso e volentieri a New York.
Ai margini della scena rimane, completamente dimenticato, Andrea Agnelli, il giovane figlio di Umberto, l'ultimo che porta il nome della dinastia. Ha 33 anni e dopo una formazione accademica al St. Clare's International College di Oxford ha lavorato per un certo periodo a Londra presso Schroeder Salomon Smith Barney. Il sogno del ragazzo sarebbe stato di rimanere a Torino buttando sul piatto il peso del cognome e di guidare almeno la Juventus. Non c'è stato nulla da fare perché la Fiat è blindata Elkann, come blindata è la cassaforte di Famiglia. E adesso il giovane Andrea è tornato a Londra a lavorare nella finanza.
2 - LA MALASANITÀ MILANESE CHIAMA IN CAUSA PEZZI DA 90 COME IL SOCIO RCS ROTELLI
Era tutto scritto fin da settembre. Bastava leggere l'inchiesta che in quel mese aveva fatto l'"Espresso" sulla malasanità di Milano, per capire come sarebbe andata a finire.
Le attività criminali delle cliniche ambrosiane erano sulla bocca di tutti e le vicende del San Raffaele e della Santa Rita hanno riempito per mesi il supplemento "Salute" della "Repubblica" del mercoledì, diretto dal'ottimo Guglielmo Pepe. Decine di lettere e di denunce circostanziate lamentavano fatti allarmanti, ai quali la direzione della Santa Rita ha sempre cercato con scarsissima fortuna e credibilità di replicare.
Adesso ci vorrebbe la penna di Roberto Saviano e dei suoi indispensabili editor per squarciare il velo sugli orrori che i tre magistrati milanesi hanno sollevato dopo aver letto 8 milioni di cartelle cliniche emesse dal 2003 al 2006 da tutti gli ospedali pubblici e privati convenzionati della Lombardia. A settembre l'"Espresso" spiegava che il colonnello della Guardia di Finanza, Cesare Maragoni, aveva nel suo computer milioni di dati incrociati, e almeno 80mila cartelle sarebbero state truccate, gonfiate e falsificate.
L'inchiesta chiamava in causa pezzi da 90 come il notaio siciliano Francesco Paolo Pipitone, titolare della Casa di cura Santa Rita, e Giuseppe Rotelli, il re della sanità lombarda, proprietario di 17 case di cura private con un fatturato annuo di 650 milioni.
E qui si accende un faro davvero curioso perché Rotelli è quel signore che oggi possiede quasi l'11% di Rcs Mediagroup, che pubblica il "Corriere della Sera" ed è il primo editore italiano. Quest'uomo negli anni '80 ha collaborato in maniera importante all'estensione del piano sanitario, firmato dal socialista Sergio Moroni.
Nell'ultimo mese il direttore del "Sole 24 Ore", Flebuccio De Bortoli, gli ha spalancato le porte del suo giornale dove sono apparsi a firma di Rotelli due enormi articoli. Nessuno ha capito bene la ragione per cui il prudente De Bortoli abbia ospitato le articolesse del re della sanità, azionista del Gruppo avversario Rcs. Qualcuno si è spinto addirittura a immaginare che tanta grazia fosse ispirata dall'intenzione di De Bortoli di puntare attraverso Rotelli alla poltrona del "Corriere della Sera".
È una malignità assoluta, ma ben più maligno è il cancro della malasanità milanese che il "Corriere della Sera" di proprietà anche di Rotelli non nasconde, ma che i giornali di Carletto De Benedetti avevano denunciato dieci mesi fa.
3 - FIEG: DOPO BORIS, ARRIVA MALINCONICO?
L'Ambasciatore Boris Biancheri sta gongolando perché non si riesce a trovare il suo successore alla presidenza della Fieg, la Federazione italiana degli editori giornali.
Il diplomatico ha 78 anni, ma non ha alcuna intenzione di perdere l'ebbrezza delle poltrone. Insieme a quella dell'Ansa (una carica che gli è arrivata nel settembre del '97) Biancheri guida dal 2004 la Fieg nella quale è scaduto il suo secondo mandato. I tre saggi designati per cercare il nuovo candidato hanno le mani nei capelli. Antonello Perricone, Ciancio Sanfilippo e Pietro Boroli non riescono infatti a trovare l'uomo giusto per questa carica dalla quale si governa la politica dei padroni dei giornali.
Per un attimo hanno pensato di reclutare l'antico Antonio Maccanico, l'ex-ministro avellinese, amico di Ugo La Malfa e già presidente di Mediobanca nel 1987, che è stato accanto a Pertini come segretario generale della presidenza della Repubblica. Maccanico è una vecchia conoscenza delle lobby romane e dei Democratici perché nel '99 ha partecipato con Romano Prodi alla fondazione di quel partito. A giocargli contro è la candidatura di Carlo Malinconico, un professore esperto di diritto dell'Unione Europea, che è stato Segretario generale della Presidenza del Consiglio nel governo Prodi, molto gettonato dalle voci di palazzo.
4 - MALAGROTTA, LA MONNEZZA DI ROMA E TESTA DI CHICCO
L'avete visto il sito personale di Chicco Testa, il manager romano che gli amici chiamano affettuosamente Testa di Chicco? È bellissimo, in doppia lingua, con tanto di biografia in cui si legge che ha due figli e ha preso la maturità classica al liceo Sarpi di Bergamo oltre a una laurea in filosofia presso la Statale di Milano.
Nel sito non si vede quel tic nervoso che lo accompagna da tutta la vita e che nasce dallo stress a cui il 56enne manager è sottoposto. E nemmeno si capisce quali siano i suoi hobby e le letture preferite. Sicuramente Testa di Chicco è un uomo colto che dopo essersi nutrito sui testi di Lenin e di Gramsci, ha scoperto la cultura americana perché parla e legge in inglese perfetto.
Oltre a "Vanity Fair" e a "Il Tirreno" dell'amico Bruno Manfellotto (con cui divide l'ombrellone a Capalbio), c'è da giurare che il bergamasco Testa sappia tutto di Zygmunt Bauman, il sociologo britannico di origine ebreo-polacca che ha teorizzato il "partito liquido" all'americana. Questo pensatore ha scritto nel 2005 un'opera fondamentale dal titolo "Liquid Life", e Testa di Chicco ne ha imparato a memoria interi capitoli.
Del liquido sa tutto, anche di quello che scorre nelle centrali nucleari, ma sui rifiuti solidi Testa di Chicco sembra essere digiuno. Non gli piacciono e non gli piace soprattutto la rivolta dei "pezzenti" napoletani che strillano per gli inceneritori. Allo stesso modo nega - come ha fatto giovedì scorso da Santoro - che a Roma esista il rischio di una bomba ecologica. Purtroppo sulla "Stampa" di oggi appare un'intera pagina dedicata all'assedio dei rifiuti nella capitale. La discarica di Malagrotta di proprietà del "signore della spazzatura", Manlio Cerroni, può far diventare Roma "un'altra Napoli".
Così scrive oggi "La Stampa", e così si leggeva ieri su quel sito disgraziato di Dagospia, che non ha la bellezza estetica del "liquido" Testa di Chicco, stupendo alfiere del partito nucleare.
5 - OCCHIO A BEFERA
Tenetelo d'occhio questo Attilio Befera, l'alto funzionario che Giulietto Tremonti ha messo alla testa dell'Agenzia delle Entrate.
È una new entry nel panorama del potere, ma le sue competenze si stanno allargando a dismisura e senza tanti occhi addosso. Ha 62 anni, origini romane, e un amore per l'Abruzzo dove si reca regolarmente per passeggiare con il sigaro in bocca. È lui l'uomo che dopo 30 anni di lavoro in banca è diventato ispettore delle finanze e promosso da Vincenzo Visco a capo di Equitalia, la società pubblica che riscuote le tasse.
Chi lo conosce lo descrive ironico e colto, amante della musica classica e dei gialli. Le sue competenze gli hanno garantito coperture politiche da destra e da sinistra, e adesso si porta sulle spalle il doppio incarico al vertice di Equitalia e della Agenzia delle Entrate. Ma non basta perché - come scrive oggi il quotidiano "Libero Mercato" - Giulietto Tremonti sembra che voglia affidargli anche il recupero del tesoretto di 502 milioni rappresentato dalle pene pecuniarie che gli italiani devono per le spese della giustizia.
6 - LIVIDI PER AZZURRI, BRIVIDI PER GLI SPONSOR
La disfatta della Nazionale azzurra ha messo i brividi agli sponsor e alle agenzie di pubblicità che hanno messo i soldi per gli spot televisivi.
Mentre gli italiani si tappavano le orecchie per non sentire il commento stridulo e tecnicamente sbagliato dell'ex-calciatore, Salvatore Bagni, nelle aziende si facevano due conti. Le prestazioni degli ometti di Donadoni erano state calcolate in almeno 100 milioni di euro. Il 70% arriva dalla pubblicità televisiva e stampata.
A cacciare gran parte di questi soldi sono gli sponsor ufficiali della Figc (Puma, Tim e Carta Azzurra di Mastercard). Accanto agli sponsor ufficiali ci sono aziende "partner" della Nazionale italiana che si sono impegnate con quote minori. Tra queste anche l'Api-Ip di Braghetti Peretti che aveva in programma di presentare giovedì prossimo a Vienna il nuovo marchio ufficiale del Gruppo petrolifero. Adesso i due fratelli Braghetti Peretti ci stanno ripensando perché non vorrebbero legare il nuovo logo alle sorti degli ometti di Donadoni.
Dagospia 10 Giugno 2008