NELL'ANNO DI DISGRAZIA 2008, LA CASSAZIONE DIBATTE PER NOVE LUNGHI ANNI ED ARRIVA ALLA CONCLUSIONE: IL JEANS NON È UNA "CINTURA DI CASTITÀ". NON È UNA BARRIERA INSORMONTABILE PER QUALUNQUE VIOLENZA.



Raffaello Masci per "La Stampa"


A distanza di più di nove anni la Cassazione ha un ripensamento: una violenza sessuale - hanno sentenziato i supremi giudici - può essere tale anche se la donna indossa i jeans. Una precedente sentenza, del '98, sosteneva il contrario, e cioè che una donna non poteva non essere consenziente in una ipotetica attività sessuale, in quanto il jeans, di per sé, o si sfila deliberatamente o costituisce una barriera insormontabile per qualunque amante. Oggi la cosa si ribalta: il jeans non è «cintura di castità», e chi usa violenza, usa violenza, senza ulteriori indulgenze.

Con la sentenza numero 30403, quindi, i giudici della terza Sezione penale hanno confermato nei confronti di R. P., un trentasettenne padovano, la condanna inflittagli dalla Corte d'Appello di Venezia ad un anno di carcere. L'imputato, secondo l'accusa, più volte «con violenza aveva compiuto atti di libidine» nei confronti della figlia della convivente, una sedicenne «toccandola sul seno, sui fianchi, sul sedere e nelle parti intime, entrando con le mani sotto i pantaloni della donna».



L'uomo, memore della benevola sentenza del '98, aveva così presentato ricorso in Cassazione, sottolineando che la ragazza indossava i jeans ed essendo seduta, era materialmente «impossibile» infilarle una mano dentro i pantaloni. Ma i giudici del Palazzaccio hanno rigettato il ricorso evidenziando la «compiuta valutazione degli elementi» da parte della Corte territoriale, e aggiungendo che «il fatto che la ragazza indossasse pantaloni del tipo jeans non era ostativo al toccamento interno delle parti intime, essendo possibile farlo penetrando con la mano dentro l'indumento, non essendo questo paragonabile ad una specie di cintura di castità».

I jeans sono stati portati altre tre volte all'attenzione della suprema corte. La prima sentenza che li riguarda risale al novembre del '98 e sanciva che, dato il fatto che i pantaloni in questione sono molto stretti e non sfilabili senza «la fattiva collaborazione» della partner, una violenza sessuale non poteva essere commessa su chi li indossasse. La sentenza fece scoppiare molte polemiche, che vide schierate in Parlamento moltissime donne di entrambi gli schieramenti. L'anno successivo la Corte, di fronte ad un analogo caso e sempre in presenza dei jeans, ribadì la medesima scuola di pensiero. Altre proteste. Altre manifestazioni, ma tutto fu inutile.

La svolta avviene solo nel 2006, quando la terza sezione penale (la medesima che ha sentenziato ieri) sancì che uno stupro era uno stupro, a prescindere dal capo di abbigliamento indossato. Ieri questa impostazione è stata ulteriormente ribadita.

«Siamo dovuti arrivare nel 2008 - ha commentato Alessandra Mussolini, oggi presidente della Commissione sull'Infanzia - per avere una sentenza della Cassazione che affermasse una ovvietà e cioè che nulla c'entrano gli indumenti delle donne con le violenze che quotidianamente sono costrette a subire». Anche Telefono Rosa ha salutato con favore «una sentenza che fa finalmente giustizia, dà una prova di doveroso rispetto dei diritti di tutte le donne - ha detto il presidente dell'associazione, Maria Gabriella Moscatelli - e dimostra che quando la società civile, la politica, le associazioni si mobilitano, la Giustizia non può che esser al loro fianco».


Dagospia 22 Luglio 2008