SE CI SEI BATTISTI UN COLPO - UN ANNIVERSARIO UGGIOSO CON UNA VEDOVA CHE ALZA LE BARRICATE CON CHIUNQUE USI L'IMMAGINE DI LUCIO - DIECI ANNI FA, DAGO SUL "MESSAGGERO": LA MEMORIA SI SCONTA CANTANDO.
1 - UN ANNIVERSARIO UGGIOSO
Marco Molendini per "Il Messaggero"
La cosa più singolare, a dieci anni dalla scomparsa, è che il mistero continua a circondare Lucio Battisti, anche ora che non c'è più. Nel senso che il ricordo (inevitabile: le sue canzoni sono lì) viene offuscato (quando è possibile anche impedito) dal pervicace intervento della moglie, Maria Grazia Veronesi, fedelissima al suo impegno negazionista. Del resto è stata lei la sacerdotessa della sparizione di Lucio. E quando morì, quel 9 settembre di dieci anni fa, fece di tutto per evitare di rompere il cordone dell'isolamento, vietando perfino che chiunque (tranne quattro parenti indicati con nome e cognome) entrasse nella camera mortuaria (lo stesso Mogol venne messo alla porta quando cercò di andare a trovare ancora ricoverato in ospedale).
È lei a detenere le chiavi del passato di Lucio, materiale inedito probabilmente, documenti, canzoni forse già registrate (si era parlato subito dopo la scomparsa della possibile esistenza di un album, di cui poi si sono perse le tracce). Ed è lei, ogni volta che può, a stringere i catenacci. Come ha fatto con Luciano Ligabue che aveva inserito Battisti in un video che accompagnava nel suo tour la canzone Buonanotte all'Italia. O come ha fatto con un festival di musica a Venezia a luglio dove ha imposto di cancellare la foto del marito dalla sigla. O quando ha messo i bastoni fra le ruote al progetto di trasformare la casa di Poggio Bustone in museo. Insomma, per ricordare Lucio bisogna evitare le forche caudine della famiglia.
Anche la tradizionale due giorni di tributo (con Maurizio Vandelli, Edoardo Bennato e Laura Fedele che ha realizzato una lettura jazz delle canzoni battistiane) di Molteno, il paese della Brianza dove Lucio ha passato i suoi ultimi vent'anni, ha dovuto fare anche questa volta i conti con le diffide di Maria Grazia. Insomma, se il decennale suona tutto sommato in tono minore, per quello che resta uno dei personaggi più amati e conosciuti della canzone popolare, il motivo c'è.
Eppure l'editoria continua massiciamente a raccontare il personaggio (recentissima è l'uscita di due libri: Battisti del giornalista Leo Turrini e Sulle corde di Lucio, scritto da Franz Di Cioccio, batterista di tante canzoni di Lucio e da Riccardo Bertoncelli). E, ovviamente, sul personaggio, pescando negli archivi, ci torna la tv: lo ha fatto qualche sera fa Matrix, lo hanno fatto Tv7 e Tg2 Dossier, domani lo farà Canale 5 riproponendo il concerto tributo che si tenne a Roma due giorni dopo la sua morte.
E, naturalmente, lo ha fatto Mogol, l'anima degli anni del grande successo, probabilmente l'uomo che riuscì, con la sua concretezza, a dare un corso preciso al talento di quel giovanotto che, in fondo, anche all'inizio della sua carriera era assai restio a mettersi in prima fila, in particolare come cantante. La sua voce era anomala, diversa, lui stesso riteneva di non essere in grado di cantare. A spingerlo fu proprio Mogol.
Ma un ruolo concreto lo ebbero anche Arbore e Boncompagni ai tempi di Bandiera gialla. Ricorda Renzo, che a Lucio è stato legato da amicizia: «Un giorno venne da noi alla radio, mandato come tanti da un discografico, a farci ascoltare dei pezzi. E, siccome ci piacevano, gli mettemmo la chitarra in mano e, anche se non voleva, lo facemmo cantare. Cantò pezzi già incisi dalla Equipe 84 e dai Dik Dik ed ebbe un successo clamoroso e, da allora, ha sempre continuato ad averlo».
2 - DIECI ANNI FA SUL "MESSAGGERO" LA MORTE DI LUCIO BATTISTI
Roberto D'Agostino per Il Messaggero
"E' morto...". Lo smarrimento che ti prende è lo stesso di quando spegni il televisore e la luce dello schermo diventa un puntino che si allontana e si dissolve.
"E' morto Lucio Battisti". Allora provi a far girare il compact della memoria, accarezzi una manciata di canzoni a guisa di vento, ma subito ti perdi: più gira lo spiffero di "Ancora tu / ma non dovevamo vederci più?" e più la testa diventa una cipolla con le orecchie: ti assale un groppo alla gola e ti viene da piangere. Come bambini privati di qualcosa che si è disperso irragionevolmente in un evento inaspettato e nemico.
Il televisore si accende su Lucio che canta "Sì, viaggiare / evitando le buche più dure..". E' la folata definitiva, quella che lucida a specchio il nostro sguardo e svela: non possiamo perderlo senza perdere noi stessi. Quindi la voce afona e sussultante di Battisti plana nel nostro animo, lo adesca, rivoltando il tessuto connettivo della memoria, diventano testimonianza di una felicità di vivere, di aver vissuto.
Succede quando la vita e la morte si scontrano: le nostre esperienze precedenti ci tornano in mente con abbagliante intensità. Siamo invasi dalle medesime emozioni che abbiamo sentito la prima volta che un certo avvenimento si è verificato. A volte è la sofferenza a risvegliarsi, e chiede di essere sanata: anche i difetti e i misfatti gravi del passato, anche i vizi beneficiano dell'indulgenza e di una certa commossa allegria. Altre volte invece la gioia che proviamo ci conferma la riuscita della nostra esistenza.
Una foto. Un fiore. Un disco di Lucio Battisti. Canzoni orecchiabilissime, brillanti, di quelle che si gonfiano subito, come palloncini colorati, al fiato della voce. Ecco: Battisti ha scritto per noi una specie di diario involontario. Quando rimbombano nella testa i versi di "Emozioni" ("E guidare a fari spenti nella notte / Per vedere se poi è così difficile morire..."), subito si soccombe con la medesima voluttà con cui l'insetto cerca il fischio dolce della carta moschicida.
Staccando l'ombra da terra, scopri che il canzoniere Mogol-Battisti è come una riserva d'acqua, ammucchiata in un bacino di montagna e lì tenuta in casi d'emergenza. Come riserva per la sete. Ma è appunto su un'acqua così ferma e anche così splendente che uno che abbia bisogno di ritrovare un momento non inquinato con se stesso può fissare lo sguardo cercando il riflesso di qualche pensiero, di un brivido personale, di qualche fantasia.
Soprattutto l'ombra di cose lontane e voci del tutto private. "Seduto in quel caffé / io non pensavo a te...": la prima volta che ho baciato in bocca una ragazza. "Ho visto un uomo che moriva per amore... / Vorrei sapere chi l'ha detto / che non vivo più senza te": le feste da ballo della domenica pomeriggio. In una gita scolastica, "Acqua azzurra, acqua chiara" fu l'accompagnamento musicale ed ecologico più adatto. "Emozioni" andò benissimo un po' più tardi in certi pomeriggi lenti e sospesi.
"Fiori di rosa fiori di pesco" si cantò a squarciagola sul pullman dei campeggi estivi. Quindi incomparabili ritornelli da mandare a memoria per la barba e la doccia, per il petting e per il footing, per quei cori scemi attorno a un falò su una spiaggia o in una baita in montagna con dieci chitarre per volta a dirigere giovani ugole innamorate e malinconiche.
Quante generazioni sono diventate grandi ascoltando "29 settembre" e "Dieci ragazze", sposandole per sempre? Capitò perfino alle Brigate Rosse, qualche lustro fa, di citare - in una loro risoluzione strategica - la frase "Discese ardite e risalite", tratta dalla canzone "Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi".
Solo adesso ci accorgiamo che "Non è Francesca", "Una donna per amico", "La canzone del sole" hanno fornito un modo di percepire le nostre grandi paure: la paura di non esistere, la paura di diventare grandi, la paura dell'amore felice e sospirante. Solo adesso ci accorgiamo che quelle voci che starnazzavano in coro "No, non è un'avventura..." fondevano ragazzi del rock e giovani perbenino, masse impegnate e massaie disimpegnate in una concreta e coerente comunità, fuori dalla quale il Tempo, la Società, il Destino, potevano tendere i loro legittimi agguati e la Vita poteva ritirare le sue promesse.
Non è feticismo, fanatismo, passatismo: è vera arte, quella che sorprende al di là del gusto del momento. Lucio si è spento? Ma nel nostro immaginario "Balla Linda". Come si può avere tanta lucida forza per porre all'ingorgo dei nostri pensieri una fantasia cosi libera da diventare vera e, insieme, grande gioco? Un gioco che resiste al cadere delle foglie.
Perché, oggi, i giovanissimi con la faccia da terza media, insieme a fronti stempiate, teste rapate e barbe stanche, coltivano "I giardini di marzo"? Dove Battisti intona tutto il suo mondo poetico, concentrato in un mix di villico ed elettronico: "Il carretto passava / e quell'uomo gridava "gelati" / Al ventuno del mese i nostri soldi / erano già finiti / io pensavo a mia madre e rivedevo / i suoi vestiti / il più bello era nero coi fiori / non ancora appassiti". La melodia, quella non posso scriverla, e quindi bisogna sentirla, o immaginarla: ma comunque è di quelle "vigliacche" che strizzano il cuore, ti ubriacano, ti lasciano la pelle di diavolo.
C'è una ragione che giustifichi la devozione quasi religiosa che spinge il Paese tutto a venerare e a piangere questo caso di vuoto d'immagine, esempio eccellente di oltranzismo nel silenzio, modello di fama per sottrazione di sé? Certamente Battisti possedeva un talento straordinario di metter giù brani memorabili, un contagioso flusso di canzoni che oggi suonano assolutamente contemporanee, quindi classiche, capaci di far scattare i nostri sentimenti, far muovere i nostri piedi, commuovere i nostri cuori; "canzonette" in grado di produrre pensieri e parole che restano al centro, semplici e quasi esemplari, facilmente cantabili e infinitamente melodrammatici, popolari e inseparabilmente sensibili alla Natura Italiana.
Un legame fortissimo. Se un artista ha definito quel completo spettro di sogni e bisogni che è la "poesia del popolo", questo è Battisti. Un'attrazione che ha permesso all'autore di "Per una lira" di trascendere un'epoca, di unire l'Italia di padri e figli e nipoti, e a parlare a noi intimamente oggi come ieri. La memoria, si sa, si sconta cantando. Il nostro passato si allontana da noi nel momento in cui nasciamo, ma lo sentiamo passare solo quando termina una canzone di Lucio Battisti.
Dagospia 09 Settembre 2008
Marco Molendini per "Il Messaggero"
La cosa più singolare, a dieci anni dalla scomparsa, è che il mistero continua a circondare Lucio Battisti, anche ora che non c'è più. Nel senso che il ricordo (inevitabile: le sue canzoni sono lì) viene offuscato (quando è possibile anche impedito) dal pervicace intervento della moglie, Maria Grazia Veronesi, fedelissima al suo impegno negazionista. Del resto è stata lei la sacerdotessa della sparizione di Lucio. E quando morì, quel 9 settembre di dieci anni fa, fece di tutto per evitare di rompere il cordone dell'isolamento, vietando perfino che chiunque (tranne quattro parenti indicati con nome e cognome) entrasse nella camera mortuaria (lo stesso Mogol venne messo alla porta quando cercò di andare a trovare ancora ricoverato in ospedale).
È lei a detenere le chiavi del passato di Lucio, materiale inedito probabilmente, documenti, canzoni forse già registrate (si era parlato subito dopo la scomparsa della possibile esistenza di un album, di cui poi si sono perse le tracce). Ed è lei, ogni volta che può, a stringere i catenacci. Come ha fatto con Luciano Ligabue che aveva inserito Battisti in un video che accompagnava nel suo tour la canzone Buonanotte all'Italia. O come ha fatto con un festival di musica a Venezia a luglio dove ha imposto di cancellare la foto del marito dalla sigla. O quando ha messo i bastoni fra le ruote al progetto di trasformare la casa di Poggio Bustone in museo. Insomma, per ricordare Lucio bisogna evitare le forche caudine della famiglia.
Anche la tradizionale due giorni di tributo (con Maurizio Vandelli, Edoardo Bennato e Laura Fedele che ha realizzato una lettura jazz delle canzoni battistiane) di Molteno, il paese della Brianza dove Lucio ha passato i suoi ultimi vent'anni, ha dovuto fare anche questa volta i conti con le diffide di Maria Grazia. Insomma, se il decennale suona tutto sommato in tono minore, per quello che resta uno dei personaggi più amati e conosciuti della canzone popolare, il motivo c'è.
Eppure l'editoria continua massiciamente a raccontare il personaggio (recentissima è l'uscita di due libri: Battisti del giornalista Leo Turrini e Sulle corde di Lucio, scritto da Franz Di Cioccio, batterista di tante canzoni di Lucio e da Riccardo Bertoncelli). E, ovviamente, sul personaggio, pescando negli archivi, ci torna la tv: lo ha fatto qualche sera fa Matrix, lo hanno fatto Tv7 e Tg2 Dossier, domani lo farà Canale 5 riproponendo il concerto tributo che si tenne a Roma due giorni dopo la sua morte.
E, naturalmente, lo ha fatto Mogol, l'anima degli anni del grande successo, probabilmente l'uomo che riuscì, con la sua concretezza, a dare un corso preciso al talento di quel giovanotto che, in fondo, anche all'inizio della sua carriera era assai restio a mettersi in prima fila, in particolare come cantante. La sua voce era anomala, diversa, lui stesso riteneva di non essere in grado di cantare. A spingerlo fu proprio Mogol.
Ma un ruolo concreto lo ebbero anche Arbore e Boncompagni ai tempi di Bandiera gialla. Ricorda Renzo, che a Lucio è stato legato da amicizia: «Un giorno venne da noi alla radio, mandato come tanti da un discografico, a farci ascoltare dei pezzi. E, siccome ci piacevano, gli mettemmo la chitarra in mano e, anche se non voleva, lo facemmo cantare. Cantò pezzi già incisi dalla Equipe 84 e dai Dik Dik ed ebbe un successo clamoroso e, da allora, ha sempre continuato ad averlo».
2 - DIECI ANNI FA SUL "MESSAGGERO" LA MORTE DI LUCIO BATTISTI
Roberto D'Agostino per Il Messaggero
"E' morto...". Lo smarrimento che ti prende è lo stesso di quando spegni il televisore e la luce dello schermo diventa un puntino che si allontana e si dissolve.
"E' morto Lucio Battisti". Allora provi a far girare il compact della memoria, accarezzi una manciata di canzoni a guisa di vento, ma subito ti perdi: più gira lo spiffero di "Ancora tu / ma non dovevamo vederci più?" e più la testa diventa una cipolla con le orecchie: ti assale un groppo alla gola e ti viene da piangere. Come bambini privati di qualcosa che si è disperso irragionevolmente in un evento inaspettato e nemico.
Il televisore si accende su Lucio che canta "Sì, viaggiare / evitando le buche più dure..". E' la folata definitiva, quella che lucida a specchio il nostro sguardo e svela: non possiamo perderlo senza perdere noi stessi. Quindi la voce afona e sussultante di Battisti plana nel nostro animo, lo adesca, rivoltando il tessuto connettivo della memoria, diventano testimonianza di una felicità di vivere, di aver vissuto.
Succede quando la vita e la morte si scontrano: le nostre esperienze precedenti ci tornano in mente con abbagliante intensità. Siamo invasi dalle medesime emozioni che abbiamo sentito la prima volta che un certo avvenimento si è verificato. A volte è la sofferenza a risvegliarsi, e chiede di essere sanata: anche i difetti e i misfatti gravi del passato, anche i vizi beneficiano dell'indulgenza e di una certa commossa allegria. Altre volte invece la gioia che proviamo ci conferma la riuscita della nostra esistenza.
Una foto. Un fiore. Un disco di Lucio Battisti. Canzoni orecchiabilissime, brillanti, di quelle che si gonfiano subito, come palloncini colorati, al fiato della voce. Ecco: Battisti ha scritto per noi una specie di diario involontario. Quando rimbombano nella testa i versi di "Emozioni" ("E guidare a fari spenti nella notte / Per vedere se poi è così difficile morire..."), subito si soccombe con la medesima voluttà con cui l'insetto cerca il fischio dolce della carta moschicida.
Staccando l'ombra da terra, scopri che il canzoniere Mogol-Battisti è come una riserva d'acqua, ammucchiata in un bacino di montagna e lì tenuta in casi d'emergenza. Come riserva per la sete. Ma è appunto su un'acqua così ferma e anche così splendente che uno che abbia bisogno di ritrovare un momento non inquinato con se stesso può fissare lo sguardo cercando il riflesso di qualche pensiero, di un brivido personale, di qualche fantasia.
Soprattutto l'ombra di cose lontane e voci del tutto private. "Seduto in quel caffé / io non pensavo a te...": la prima volta che ho baciato in bocca una ragazza. "Ho visto un uomo che moriva per amore... / Vorrei sapere chi l'ha detto / che non vivo più senza te": le feste da ballo della domenica pomeriggio. In una gita scolastica, "Acqua azzurra, acqua chiara" fu l'accompagnamento musicale ed ecologico più adatto. "Emozioni" andò benissimo un po' più tardi in certi pomeriggi lenti e sospesi.
"Fiori di rosa fiori di pesco" si cantò a squarciagola sul pullman dei campeggi estivi. Quindi incomparabili ritornelli da mandare a memoria per la barba e la doccia, per il petting e per il footing, per quei cori scemi attorno a un falò su una spiaggia o in una baita in montagna con dieci chitarre per volta a dirigere giovani ugole innamorate e malinconiche.
Quante generazioni sono diventate grandi ascoltando "29 settembre" e "Dieci ragazze", sposandole per sempre? Capitò perfino alle Brigate Rosse, qualche lustro fa, di citare - in una loro risoluzione strategica - la frase "Discese ardite e risalite", tratta dalla canzone "Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi".
Solo adesso ci accorgiamo che "Non è Francesca", "Una donna per amico", "La canzone del sole" hanno fornito un modo di percepire le nostre grandi paure: la paura di non esistere, la paura di diventare grandi, la paura dell'amore felice e sospirante. Solo adesso ci accorgiamo che quelle voci che starnazzavano in coro "No, non è un'avventura..." fondevano ragazzi del rock e giovani perbenino, masse impegnate e massaie disimpegnate in una concreta e coerente comunità, fuori dalla quale il Tempo, la Società, il Destino, potevano tendere i loro legittimi agguati e la Vita poteva ritirare le sue promesse.
Non è feticismo, fanatismo, passatismo: è vera arte, quella che sorprende al di là del gusto del momento. Lucio si è spento? Ma nel nostro immaginario "Balla Linda". Come si può avere tanta lucida forza per porre all'ingorgo dei nostri pensieri una fantasia cosi libera da diventare vera e, insieme, grande gioco? Un gioco che resiste al cadere delle foglie.
Perché, oggi, i giovanissimi con la faccia da terza media, insieme a fronti stempiate, teste rapate e barbe stanche, coltivano "I giardini di marzo"? Dove Battisti intona tutto il suo mondo poetico, concentrato in un mix di villico ed elettronico: "Il carretto passava / e quell'uomo gridava "gelati" / Al ventuno del mese i nostri soldi / erano già finiti / io pensavo a mia madre e rivedevo / i suoi vestiti / il più bello era nero coi fiori / non ancora appassiti". La melodia, quella non posso scriverla, e quindi bisogna sentirla, o immaginarla: ma comunque è di quelle "vigliacche" che strizzano il cuore, ti ubriacano, ti lasciano la pelle di diavolo.
C'è una ragione che giustifichi la devozione quasi religiosa che spinge il Paese tutto a venerare e a piangere questo caso di vuoto d'immagine, esempio eccellente di oltranzismo nel silenzio, modello di fama per sottrazione di sé? Certamente Battisti possedeva un talento straordinario di metter giù brani memorabili, un contagioso flusso di canzoni che oggi suonano assolutamente contemporanee, quindi classiche, capaci di far scattare i nostri sentimenti, far muovere i nostri piedi, commuovere i nostri cuori; "canzonette" in grado di produrre pensieri e parole che restano al centro, semplici e quasi esemplari, facilmente cantabili e infinitamente melodrammatici, popolari e inseparabilmente sensibili alla Natura Italiana.
Un legame fortissimo. Se un artista ha definito quel completo spettro di sogni e bisogni che è la "poesia del popolo", questo è Battisti. Un'attrazione che ha permesso all'autore di "Per una lira" di trascendere un'epoca, di unire l'Italia di padri e figli e nipoti, e a parlare a noi intimamente oggi come ieri. La memoria, si sa, si sconta cantando. Il nostro passato si allontana da noi nel momento in cui nasciamo, ma lo sentiamo passare solo quando termina una canzone di Lucio Battisti.
Dagospia 09 Settembre 2008