GIULIANO FERRARA SALE IN BARCA CON D'ALEMA: ANCHE IL LEADER-SKIPPER HA IL SUO ARTICOLO 18 (METRI) IN LEGNO LAMELLARE E ALBERO DI CARBONCHIO.

Giuliano Ferrara per Panorama


Anche Massimo D'Alema ha il suo articolo 18, la barca. Consentirsi un lusso come una sventola di 18 metri in legno lamellare, con regolare e impegnativo albero in carbonio, è prova di disinvoltura personale e di coraggio da parte di un influente parlamentare e leader politico dell'opposizione postcomunista e ulivista. Investire così indennità e diritti d'autore di libri molto venduti, coronando in società con altri il sogno di alto consumo e altissimo status di ogni velista che si rispetti, è segno di salutare sprezzatura, di naturale noncuranza verso il pettegolezzo pauperista della sinistra più pazza del mondo.
Siamo ormai ai livelli eccelsi di Bettino, quando replicava a chi rompeva le scatole per i trasferimenti in jet privato: «Vado dove mi pare, con chi mi pare, quando mi pare».

Viva la faccia. Lo dico da amico di Bettino e da estimatore degli anni 80. Con alcune conseguenze, però. Se come si dice D'Alema farà un quotidiano, se da presidente dei Ds condurrà le sue battaglie politiche in autunno, aspettando che il cantiere vari Ikarus II in primavera, ci aspettiamo da lui un'elementare coerenza tra lunghezza fuori tutto e linea politica. Bettino giganteggiava nel disprezzo per le chiacchiere di portineria, e si faceva la sua vita (a paragone con molte altre abbastanza sobria) come la desiderava, ma era l'uomo della riforma liberale della sinistra italiana, un anticomunista amico di Ronald Reagan e di George Bush senior, un socialdemocratico combattuto perché detto «il tedesco», un milanese innamorato dei successi in borsa e del made in Italy, un buon amico del tycoon dei media Silvio Berlusconi e un broker politico intelligente dei grandi affari e dei grandi poteri economici.

D'Alema invece deve sistemare due o tre cosette, prima di mollare gli ormeggi e prendere il largo. Sostanza. Non vogliamo vederlo alla testa di un autunno caldo sull'articolo 18. Non lo vogliamo in piazza a farsi incensare come parte del generoso popolo dalle belle facce, il popolo dei deboli e dei buoni che deve combattere contro l'orrore quotidiano descritto dall'Unità di Furio Colombo. Lo preferiamo critico incalzante dei guasti neoclassisti insiti nella strategia di Sergio Cofferati, avversario aperto e leale delle dissennate piazzate girotondine contro il «plutocrate» di Palazzo Chigi, lo vediamo bene promotore di una sinistra riformista e postclassista di tipo europeo non solo negli standard tecnici dell'imbarcazione prescelta. Pensiamo sia giusto che l'armatore di Ikarus II tagli definitivamente con la cultura degli intransigenti, dei moraleggiatori, dei perbenisti piccolo borghesi che vogliono sottomettere la politica alle loro ubbie, ai loro capricci e alle loro frustrazioni.



Non è solo ironia la nostra, e bonaria. Anche memoria di una indimenticabile intervista del neopresidente del Consiglio D'Alema a Piero Ottone, il cantore da sempre del gioco dei potenti, in cui la bolina larga e la stabilità di rotta delle imbarcazioni diventavano pretesto per una filosofia politica tutta intera, per insegnamenti indelebili sulla prudenza del politico e sull'ardimento del comandante. È lui, il nostro vecchio compagno talvolta un po' aspro nel giudicare vecchi e nuovi avversari, e nello spalmare sull'orbe terracqueo l'ala della sua visione morale delle cose, che ci ha insegnato dall'alto la connessione tra le linee d'acqua di uno scafo di valore e una buona linea politica. Ora dunque ci ascolti.

La vita pubblica è fatta così, come sanno o dovrebbero sapere i normalisti di Pisa. C'è una relazione stretta tra il parere e l'essere. Cofferati ha una vita modesta e va a teatro e una sera no, poi usa la ricca e possente Cgil per affermare un programma socialmente condizionato dalle sue idee: i diritti dei lavoratori sono universali e vanno difesi sempre (con l'unica eccezione del referendum di Rifondazione), i governi amici della Confindustria sono per natura «inaffidabili», la lotta deve essere dura, una battaglia d'arresto, e senza compromessi. Parere ed essere coincidono. Il suo antagonista politico nella sinistra, appunto l'armatore, deve stringere la stessa aspra coerenza di parere ed essere: gli toccherà dire che i diritti universali rigidamente codificati da una vecchia storia negoziale devono e possono essere riformati, con cautela sperimentale, in nome dello sviluppo, dell'occupazione e dei diritti di chi non è tutelato da nulla, nemmeno dalla condizione di lavoratore; dovrà ripetere che il sindacato cofferatiano è sordo all'innovazione che se la scuola italiana sarà riformata con un'apertura ai curriculum professionali, non è un attentato alla purezza egalitaria della cittadinanza ma un tentativo di scongelare un blocco burocratico ministeriale che soffoca l'avvenire delle giovani generazioni; poi dovrà rileggersi il suo patto con Tony Blair e trame le conseguenze tutte le volte che parlerà al direttivo nazionale del partito.

Insomma. Nessuno si azzardi a spettegolare sulla vita marinara di D'Alema, che ha tutto il diritto di essere uno come gli altri, e magari qualche metro in più degli altri e qualche metro sotto Marco Tronchetti Provera (non si può avere tutto dalla vita). Ma lui, il leader, sappia commisurare i diversi generi di ambizione in un equilibrio capace di fare di un uomo pubblico una persona seria.


Dagospia.com 14 Agosto 2002