DI(ZION)ARIO EROTICO - IL VERO SADICO NON SCOPA. VUOLE RIDURRE LA DONNA A OGGETTO E NON SI SCOPA CON UN OGGETTO.
Da "Di(zion)ario erotico" di Massimo Fini, pubblicato da Marsilio nell'aprile 2000.
Poiché però il gioco erotico è consensuale, l'uomo che ha pulsioni sadiche, per quanti sforzi faccia per mettere la donna in situazioni degradanti, non riesce mai ad averne ragione. Il piacere di lei annulla quello di lui. Il masochista è invincibile.
Ma l'impotenza è, per così dire, la condizione metafìsica del sadismo anche quando si esce dal campo del gioco erotico e si entra in quello della violenza vera dove, non essendoci il consenso dell'altro, ma anzi l'opposizione, il sadico dovrebbe trovare finalmente la sua piena soddisfazione. Che cosa vuole infatti il sadico vero, il sadico tout court, quando sfoga, non solo e non necessariamente in ambito sessuale, la sua pulsione? Vuole ridurre l'altro a un puro oggetto. Per dirla con Bataille «il suo scopo è quello di eliminare ogni differenza fra soggetto e oggetto».
Ma, e qui sta tutta la contorta contraddittorietà della mente sadica, deve essere un oggetto sensibile, capace di avvertire ciò che gli si sta facendo. Altrimenti col soggetto è annullato anche il piacere. Ma se annulla l'orgoglio dell'altro il sadico non ha più niente da umiliare, e se non riesce a piegarlo totalmente non ha raggiunto il suo scopo. Se l'altro è ridotto veramente ad oggetto non sente le sevizie, se le sente non è un oggetto ma ancora un soggetto con cui il carnefice è inevitabilmente costretto ad entrare in una qualche relazione, sia pur stravolta, che è proprio ciò che il sadico non tollera, perché vuole tenersi lontano da ogni coinvolgimento, a una distanza siderale dalla vittima, in una posizione di superiorità assoluta che è simile a quella di Dio.
Il sadico è perciò obbligato, in un crescendo di ferocia, ad aumentare progressivamente le violenze fino allo sbocco conclusivo che - in questo credo che avesse ragione De Sade che lo teorizzava -non può essere che l'assassinio. La morte dell'altro realizza finalmente la distanza cui tende, ma nello stesso tempo gli toglie l'oggetto del piacere'. Nell'antico poema indiano Mahabharata, Bhima, dopo aver tagliato il braccio del nemico, e averlo con quello stesso braccio schiaffeggiato, dopo avergli sfondato il petto, troncato la testa e bevuto il sangue, ha un ruggito di furore deluso: «Che altro mi resta da fare? La morte ti protegge!»
L'impotenza metafìsica e psichica del sadico tout court, del vero sadico, è un riflesso della sua sostanziale impotenza sessuale o, se si preferisce Melanie Klein a Freud, la seconda è una conseguenza della prima. In ogni caso sono strettamente legate. Quando agisce la sua pulsione in campo sessuale il sadico autentico, a differenza di quel sadico da operetta che è il maschio-bambino il quale si affanna a smontare l'affascinante e incomprensibile giocattolo e si illude, con l'atto sessuale, di possedere e degradare la donna riportandola alla sua condizione di natura, non vuole affatto ridurre la donna a femmina. È troppo intelligente. Sa benissimo che è proprio quello che lei cerca. E questo gli toglierebbe il piacere e il suo stesso status di sadico.
Inoltre il rapporto sessuale, per quanto imposto all'altro con la violenza, implica comunque uno scambio, un coinvolgimento, sia pur sfigurato, che il sadico aborre insieme all'insudiciante contatto fisico (il sadico è un maniaco della propria pulizia, sporchi e sporcati devono essere, semmai, gli altri). Il vero sadico quindi non scopa. Vuole ridurre la donna a oggetto e non si scopa con un oggetto. Questa bella coerenza nasconde però le vere ragioni del suo agire. Nel sadico infatti l'atavica paura della donna, che è di ogni uomo, raggiunge un livello patologico. Alla base il sadico è un pavido e un vigliacco, un imbelle che ha paura di misurarsi con la realtà.
Il duca di Blangis, uno degli aguzzini delle Centoventi giornate di De Sade, «si sarebbe fatto spaventare da un bambino deciso e, quando non poteva usare l'astuzia e il tradimento, diventava timido e vile». Il sadico erge quindi il sadismo a propria difesa, come un muro di cinta. Ha bisogno di una posizione di assoluto potere proprio per mascherare la sua impotenza. Vuole degradare la donna a oggetto perché ha paura del soggetto, ha paura di misurarsi con la femmina e teme, anzi è sicuro (a torto o a ragione, non ha importanza) di non essere all'altezza, di non soddisfarla e di rendersi quindi ridicolo agli occhi di lei, cosa che invertirebbe le posizioni facendo di lui la vittima e l'oggetto del ridicolo. Situazione che per il sadico è il massimo dell'orrore.
Allora gioca d'anticipo ridicolizzando la donna ed eliminandola come femmina. Ridottala a un oggetto inerte, impotente a fare richieste sessuali, il sadico può liberare finalmente la sua libido dirigendola non sulla femmina, ma sull'atto sadico in se stesso, sull'inebriante sensazione di potere che gli da. A questo punto ha, se ce l'ha, l'erezione, ma è un'erezione che non lo implica e non lo mette alla prova. Nel Muro di Sartre, Erostrato, «vestito fino al collo», dopo aver fatto giostrare nuda la prostituta su e giù per la stanza, quando lei, infastidita, tenta un approccio, non tira fuori l'uccello ma la pistola e le ordina di fare ginnastica col suo bastone da passeggio.
Il sadico, in sostanza, è un onanista patologico che ha bisogno di materializzare gli oggetti delle sue fantasie laddove il masturbatore, diciamo così, normale si accontenta dell'immaginazione.
E quindi impotente due volte: come sadico e come uomo. E un isolato che, per paura, esclude a priori ogni possibilità di relazione col mondo esterno. E non è certo un caso che il marchese De Sade abbia scritto la maggior parte delle sue opere nella condizione di massima costrizione e solitudine: il carcere. Il suo delirio di onnipotenza onirico non è che il risvolto della sua impotenza reale.
Dagospia.com 23 Agosto 2002
Poiché però il gioco erotico è consensuale, l'uomo che ha pulsioni sadiche, per quanti sforzi faccia per mettere la donna in situazioni degradanti, non riesce mai ad averne ragione. Il piacere di lei annulla quello di lui. Il masochista è invincibile.
Ma l'impotenza è, per così dire, la condizione metafìsica del sadismo anche quando si esce dal campo del gioco erotico e si entra in quello della violenza vera dove, non essendoci il consenso dell'altro, ma anzi l'opposizione, il sadico dovrebbe trovare finalmente la sua piena soddisfazione. Che cosa vuole infatti il sadico vero, il sadico tout court, quando sfoga, non solo e non necessariamente in ambito sessuale, la sua pulsione? Vuole ridurre l'altro a un puro oggetto. Per dirla con Bataille «il suo scopo è quello di eliminare ogni differenza fra soggetto e oggetto».
Ma, e qui sta tutta la contorta contraddittorietà della mente sadica, deve essere un oggetto sensibile, capace di avvertire ciò che gli si sta facendo. Altrimenti col soggetto è annullato anche il piacere. Ma se annulla l'orgoglio dell'altro il sadico non ha più niente da umiliare, e se non riesce a piegarlo totalmente non ha raggiunto il suo scopo. Se l'altro è ridotto veramente ad oggetto non sente le sevizie, se le sente non è un oggetto ma ancora un soggetto con cui il carnefice è inevitabilmente costretto ad entrare in una qualche relazione, sia pur stravolta, che è proprio ciò che il sadico non tollera, perché vuole tenersi lontano da ogni coinvolgimento, a una distanza siderale dalla vittima, in una posizione di superiorità assoluta che è simile a quella di Dio.
Il sadico è perciò obbligato, in un crescendo di ferocia, ad aumentare progressivamente le violenze fino allo sbocco conclusivo che - in questo credo che avesse ragione De Sade che lo teorizzava -non può essere che l'assassinio. La morte dell'altro realizza finalmente la distanza cui tende, ma nello stesso tempo gli toglie l'oggetto del piacere'. Nell'antico poema indiano Mahabharata, Bhima, dopo aver tagliato il braccio del nemico, e averlo con quello stesso braccio schiaffeggiato, dopo avergli sfondato il petto, troncato la testa e bevuto il sangue, ha un ruggito di furore deluso: «Che altro mi resta da fare? La morte ti protegge!»
L'impotenza metafìsica e psichica del sadico tout court, del vero sadico, è un riflesso della sua sostanziale impotenza sessuale o, se si preferisce Melanie Klein a Freud, la seconda è una conseguenza della prima. In ogni caso sono strettamente legate. Quando agisce la sua pulsione in campo sessuale il sadico autentico, a differenza di quel sadico da operetta che è il maschio-bambino il quale si affanna a smontare l'affascinante e incomprensibile giocattolo e si illude, con l'atto sessuale, di possedere e degradare la donna riportandola alla sua condizione di natura, non vuole affatto ridurre la donna a femmina. È troppo intelligente. Sa benissimo che è proprio quello che lei cerca. E questo gli toglierebbe il piacere e il suo stesso status di sadico.
Inoltre il rapporto sessuale, per quanto imposto all'altro con la violenza, implica comunque uno scambio, un coinvolgimento, sia pur sfigurato, che il sadico aborre insieme all'insudiciante contatto fisico (il sadico è un maniaco della propria pulizia, sporchi e sporcati devono essere, semmai, gli altri). Il vero sadico quindi non scopa. Vuole ridurre la donna a oggetto e non si scopa con un oggetto. Questa bella coerenza nasconde però le vere ragioni del suo agire. Nel sadico infatti l'atavica paura della donna, che è di ogni uomo, raggiunge un livello patologico. Alla base il sadico è un pavido e un vigliacco, un imbelle che ha paura di misurarsi con la realtà.
Il duca di Blangis, uno degli aguzzini delle Centoventi giornate di De Sade, «si sarebbe fatto spaventare da un bambino deciso e, quando non poteva usare l'astuzia e il tradimento, diventava timido e vile». Il sadico erge quindi il sadismo a propria difesa, come un muro di cinta. Ha bisogno di una posizione di assoluto potere proprio per mascherare la sua impotenza. Vuole degradare la donna a oggetto perché ha paura del soggetto, ha paura di misurarsi con la femmina e teme, anzi è sicuro (a torto o a ragione, non ha importanza) di non essere all'altezza, di non soddisfarla e di rendersi quindi ridicolo agli occhi di lei, cosa che invertirebbe le posizioni facendo di lui la vittima e l'oggetto del ridicolo. Situazione che per il sadico è il massimo dell'orrore.
Allora gioca d'anticipo ridicolizzando la donna ed eliminandola come femmina. Ridottala a un oggetto inerte, impotente a fare richieste sessuali, il sadico può liberare finalmente la sua libido dirigendola non sulla femmina, ma sull'atto sadico in se stesso, sull'inebriante sensazione di potere che gli da. A questo punto ha, se ce l'ha, l'erezione, ma è un'erezione che non lo implica e non lo mette alla prova. Nel Muro di Sartre, Erostrato, «vestito fino al collo», dopo aver fatto giostrare nuda la prostituta su e giù per la stanza, quando lei, infastidita, tenta un approccio, non tira fuori l'uccello ma la pistola e le ordina di fare ginnastica col suo bastone da passeggio.
Il sadico, in sostanza, è un onanista patologico che ha bisogno di materializzare gli oggetti delle sue fantasie laddove il masturbatore, diciamo così, normale si accontenta dell'immaginazione.
E quindi impotente due volte: come sadico e come uomo. E un isolato che, per paura, esclude a priori ogni possibilità di relazione col mondo esterno. E non è certo un caso che il marchese De Sade abbia scritto la maggior parte delle sue opere nella condizione di massima costrizione e solitudine: il carcere. Il suo delirio di onnipotenza onirico non è che il risvolto della sua impotenza reale.
Dagospia.com 23 Agosto 2002