ADDAVENI' LIGRESTI (A VIA SOLFERINO) - PER BAZOLI, NON PASSERA. CHE FARANNO GLI ALTRI?

Paolo Madron per Panorama


Che ne sarà del Corriere della sera? Accompagnata da un robusto tam tam estivo denso di livori e polemiche, la domanda sta finalmente per trovare una risposta. Lunedì 9 settembre i membri del sindacato Hdp si riuniranno in conclave per decidere se dare a Salvatore Ligresti dignità cardinalizia ammettendolo nell'influente concistoro, oppure se chiudergli la porta in faccia frustrando così le sue reiterate ambizioni. Ancora una volta, per il gotha del capitalismo chiamato a sentenziare, il quotidiano di via Solferino tornerà a essere l'ombelico del mondo. Se poi ci si aggiunge che qualcuno si è lasciato un po' prendere la mano, calcando sull'epocalità dell'evento e la posta in gioco della sfida, ecco giustificato l'interesse.

Piccolo résumè a uso di chi non conoscesse il contorno al fatidico appuntamento. Nella Hdp c'è un patto di sindacato che controlla quasi il 45 per cento della società. Ligresti, che ha già comprato di suo un robusto pacchetto di azioni, adesso chiede di entrarvi a far parte. Chiede, insomma, di essere legittimato a dire la sua nel consesso dove si prendono le decisioni chiave, dove si decidono destini ed equilibri del più importante quotidiano d'Italia. Relegato ai margini della scena negli anni di Tangentopoli, dopo un lungo purgatorio l'ingegnere è ora di nuovo in paradiso. E se il rocambolesco matrimonio tra Sai e Fondiaria lo ha ricatapultato di forza nell'élite della grande finanza, l'ingresso nel Corriere ne sancirebbe il definitivo tripudio. Ma perché ciò accada occorre che almeno 9 membri su 11 diano il loro assenso. Le regole dei patti di sindacato, generalmente accordi fatti pensando alla peggior aggressione, sono ammirevoli apologie dell'arrocco. Perciò le maggioranze, come in questo caso, sono cosa ardua da conquistare.

Ovvio però che ridurre l'ingresso o meno di Ligresti a un mero fatto tecnico sarebbe da ipocriti. La decisione è politica ed è qui che il sindacato si spacca. Da una parte quelli che, vedendo stagliarsi alle spalle dell'ingegnere siciliano l'ombra lunga dell'attuale maggioranza di governo, paventano ribaltoni. Dall'altra chi questi ribaltoni li vedrebbe anche di buon occhio, o più modestamente si accontenterebbe di un bilanciamento a destra dell'attuale linea editoriale. Risultato: è più facile vaticinare sul senso della vita che sapere come andrà a finire. Di assodato, per ora, ci sono solo due cose. L'inopinato arrivo di Enrico Bondi alla guida di Premafin, la plancia di comando del gruppo Ligresti, una captatio benevolentiae con cui la regia sapiente della Mediobanca intende ammorbidire i più riluttanti blandendo il nome di un manager che tutti stimano e rispettano. E il no deciso, e carico di irritazione, che Giovanni Bazoli e Corrado Passera opporranno alle richieste dell'ingegnere di Paternò.

Occorre dire che in queste settimane Bazoli si è speso molto per scongiurare l'evento, mosso com'era da molteplici impulsi. Da un lato il potente richiamo a quel passato che lo vide traghettare la Rizzoli dai gorghi dell'Ambrosiano alle allora placide acque della Gemina governata dagli Agnelli, circostanza per cui egli si ritiene comprensibilmente una sorta di padre putativo del Corriere. Dall'altro l'esigenza di conservare gli attuali equilibri in attesa che Romano Prodi riprenda la strada per Roma. Come si vede, ce n'è abbastanza per fare di Bazoli il perno dell'alleanza destinata a fermare il «barbaro alle porte». Di qui telefonate (una particolarmente accorata a Giovanni Agnelli), incontri, riunioni e abboccamenti che hanno visto il professore indefesso protagonista. Già, ma se per l'universo brescian-milanese che ruota intorno a Banca Intesa le posizioni sono chiare, che faranno gli altri?

Saperlo è fondamentale, perché la matematica non lascia scampo. Se mancano i voti di Bazoli e del suo amministratore delegato, bisogna che gli altri nove siano tutti d'accordo per l'allargamento del patto a Ligresti. Siccome, essendo ammesso il voto per delega, non sono accampabili raffreddori, reumatismi, finte partenze o improrogabili impegni di lavoro (ci sarà persino Passera, benché afflitto da un fastidioso quanto momentaneo fuoco di Sant'Antonio, santo al quale tutti si saranno appellati per avere numi sul modo di sfuggire alla riunione), non c'è scampo. Occorre pronunciarsi. Sicuri pro Ligresti, oltre alla Mediobanca, ci sono Generali, Lucchini e Pesenti. Altri sono come la coperta: ognuno la tira dalla sua parte. Gli avversari del padrone della Sai, per esempio, non hanno dubbi nel sostenere che Fiat, Pirelli e Romiti voteranno con loro. Per i primi due, senza volerli deludere, c'è da nutrire qualche ragionevole dubbio. Ma siccome ne basta uno per bloccare tutto, si capisce bene che solo alla fine della riunione di lunedì 9 settembre verrà meno l'incertezza.

Tra l'altro, in mezzo a cotanto consesso, non bisogna dimenticare che tra i magnifici 11 c'è anche il geometra Roberto Bertazzoni da Guastalla, titolare della Smeg, elettrodomestici di gran pregio, le cui paginate di pubblicità spesso compaiono sul quotidiano di cui egli è, seppur per una esigua fettina, padrone. Non sarà che, dopo una lunga militanza da peone nella compagine dell' Hdp, Bertazzoni diventerà l'arbitro dei suoi destini?
L'incognita vera è la posizione dei Romiti, ovvero di coloro che da quattro anni gestiscono il gruppo. In questo momento nessuno, neanche i più accesi detrattori, vorrebbe trovarsi nei loro panni. Dire che Cesare sia tra l'incudine e il martello è un eufemismo, preso com'è tra il suo storico alleato Mediobanca che spinge per far spazio a Ligresti e il comprensibile timore che, prima o poi, ciò finisca per eroderne gli ampi margini di autonomia sin qui goduti. Il suo voto risulta dunque decisivo, anche se a ben guardare, vista l'alta soglia del quorum, non si può dire diversamente per gli altri otto.

Al di là dei numeri, c'è poi il fatto che il contesto in cui avverrà la riunione di lunedì non è dei migliori. Gli animi sono più che mai esacerbati e nuovi rancori si sono aggiunti ai vecchi che il tempo non ha mai sedimentato. Gli echi del blitz della Mediobanca sulla Ferrari non si sono ancora spenti e il rapporto tra la Fiat versione Umberto Agnelli e il suo vecchio presidente potrebbe riproporre mai sopite avversioni. A complicare ulteriormente la scena, la furibonda polemica tra apocalittici (Ligresti è una minaccia per la libertà di stampa) e gli integrati (il suo arrivo non modifica gli attuali equilibri) che certo non contribuisce a rasserenare gli orizzonti.

Il problema, forse, sta proprio nell'enfasi che ha accompagnato questa lunga vigilia. Forse è mancata una sapiente mediazione politica che trasformasse il muro contro muro in un rapporto di reciproche concessioni e conquiste, magari su quel terreno della corporate governance dove c'è spazio per i più ampi compromessi. E, a guardare il calendario, di tempo per imbastirli ne rimane ancora.


Dagospia.com 7 Settembre 2002