ALTRO CHE MAFIA! E' DI PIETRO IL VERO SCOOP DI "REPUBBLICA"
"RAUL GARDINI, SE LO AVESSI FATTO ARRESTARE NON SI SAREBBE UCCISO.
MI AVREBBE PORTATO AL PCI E ALLA CATENA DEI GIORNALISTI CORROTTI."
(E' PAZZO O E' UN PAZZO CHE SI CREDE DI PIETRO?)
"RAUL GARDINI, SE LO AVESSI FATTO ARRESTARE NON SI SAREBBE UCCISO.
MI AVREBBE PORTATO AL PCI E ALLA CATENA DEI GIORNALISTI CORROTTI."
(E' PAZZO O E' UN PAZZO CHE SI CREDE DI PIETRO?)
Intanto, in data 19 luglio, rubrica "La cotica della politica", Dagospia aveva scritto: "Che Bagarella non abbia parlato a caso è noto a tutti. Sul che cosa voleva dire ancora si dibatte. Certamente sono parole che fanno riflettere. Specialmente in questo clima e in questa stagione politica. C'è chi, come Violante, parla di un ritorno violento della mafia e magari si aspetta qualche delitto eccellente, che lasci il segno. In molti parlano di un possibile nuovo caso Lima. Così, tra i giornalisti che si occupano di cose di mafia, i cosiddetti mafiologi, si indica Gianfranco Miccichè attuale viceministro dell'economia al posto dello sfortunato ex capo-bastone andreottiano".
Avevamo anticipato tutti anche il 12 agosto con quanto segue: "Come scritto da Dagospia più di un mese fa, Gianfranco Miccichè è finito nel mirino della mafia (come pubblica solo oggi e per primo tra la grande stampa nazionale l'Unità).
Il Vicerè di Sicilia è l'erede legittimo, nel 2000, del plenipotenziario di Andreotti in Trinacria, alias Salvo Lima (ucciso mafiosamente) e quindi se i patti non sono rispettati (41 bis?, grandi opere?) .....
Ma oggi la mafia è più raffinata; non uccide col piombo ma distrugge con le parole, con la comunicazione, con i giornali .... distrugge "politicamente". Ora è chiaro a chi parlava Bagarella dal carcere: pochi giorni dopo ecco scoppiare il caso Miccichè.
A buon intenditor .... ed è solo l'inizio".
E due. Ma sfogliamo La Stampa di oggi, domenica 8 settembre, e fermiamoci a pagina 19. Marcello Sorgi, tanto per mettere i puntini sugli "i", ripubblica la pagina de La Stampa del 26 luglio scorso. Titolo: "Dell'Ultri e Previti nel mirino dei boss". Catenaccio. "Informativa del Sisde: reazione al 41 bis". Nel pezzo di questa mattina, il quotidiano di Torino rispetta il motto dei cittadini del capoluogo piemontese: è falso e cortese. Non smonta frontalmente lo scoop di D'Avanzo. Magari notando che non è D'Avanzo ma un avanzo di quanto pubblicato da la Stampa il 26 luglio scorso.
No, il tono scelto da Sorgi è appunto "falso e cortese". "Si torna a parlare di due esponenti di Forza Italia, il senatore Marcello Dell´Utri e l´onorevole Cesare Previti, nel mirino della mafia: l´allarme nasce dalle informative del Sisde inviate dal direttore Mario Mori a luglio. Il documento era stato anticipato da La Stampa il 26 luglio scorso, ed è stato ripreso ieri da la Repubblica.". Tutto qui. Elegantemente. Invece, oggi, uno scoop Repubblica ce l'ha eccome ma lo nasconde a pagina 22. L'intervista di Antonello Caporale a Tonino Di Pietro è agghiacciante, dalla prima all'ultima riga. Quello che dice va letto due volte, a voce alta, perché è davvero da manicomio quello che riesce a dire il magistrato di Mani Pulite. Giudicate voi.
I PENTIMENTI DEL "GRANDE ANNIBALE"
BENEVENTO - E´ stato solo per riguardo agli sbadigli del portiere d´albergo che questa intervista si è conclusa. Iniziata nel cuore della notte è terminata prima che qualche gallo sannita iniziasse a cantare. Antonio Di Pietro ama consumare tutte le ore di luce per propagandare il suo verbo, l´Italia dei valori. La confessione si è dunque consumata al buio, e a parti invertite.
Sono passati anni e adesso lei può confessare.
«Io non devo pentirmi di niente, sono orgoglioso di quello che ho fatto».
Incontestabile, però malgrado sia stato un Pm super qualche fesseria l´ha comunque compiuta.
«Durante gli anni di Tangentopoli io non capivo niente. Stavo dentro al tribunale venti ore al giorno, non leggevo i giornali, non guardavo la tv. Sapevo solo che dovevo correre, incastrarne quanti più possibile prima che gli altri mi fermassero».
Quanti ne ha beccati?
«Tremiladuecento».
Perché?
«Da piccolo sognavo di scrivere un rigo nella storia del mio paese».
Come chi?
«Il grande Annibale».
Annibale il grande.
«Volevo contribuire a sfasciare un sistema vergognoso, immorale».
Ne ha mandati in cella parecchi, forse troppi.
«La cella per qualche ora. Uscivano quasi tutti al mattino seguente»
Alcuni li ha spediti anche al camposanto. Si faccia un esame di coscienza e, adesso che può, dica chi non lo meritava.
«Raul Gardini, lì forse ho sbagliato».
Spieghi per bene.
«Sapevo che Gardini mi avrebbe portato al Pci e alla catena dei giornalisti corrotti».
Giornalisti?
«Hai voglia quanti! Gardini sa che è venuta la sua ora, i suoi avvocati mi chiamano e concordiamo la presentazione spontanea in Procura. C´è un mandato di cattura sul suo capo e dunque i miei uomini iniziano a cercarlo. Mi avvertono che è giunto a Milano e chiedono: lo arrestiamo? Dico di no, l´accordo con i legali fissava all´indomani mattina, ore 8,30, l´incontro con me. Se lo avessi fatto arrestare non si sarebbe ucciso. Lì ho sbagliato».
Chi altri ha mandato al Creatore per sbaglio?
«Luca Amorese, un dirigente socialista di un paese vicino Lodi. Oddio, non era mica uno stinco di santo! Però quando sua moglie mi ha scritto, mi ha parlato delle figlie, di una famiglia sfasciata, piena di vergogna e di dolore...».
Lei era il padrone del mondo.
«Non me ne accorgevo, non leggevo i giornali, non vedevo la tv, non sapevo».
Una specie di paranoico.
«La fretta di giungere al più presto all´abbattimento del sistema».
Voleva imitare Annibale, e forse non le bastava un rigo soltanto nei libri di storia sennò non avrebbe puntato alla politica.
«Una grande stupidaggine! Mi sono dimesso dalla magistratura per difendere il mio onore. Lei ricordi che sono stato accusato di tutto: dall´attentato agli organi costituzionali fino alle molestie sessuali. Uscito pulito da tutto, e soltanto grazie alle mie forze».
Però si è presentato all´appuntamento con la storia e con una poltrona da ministro offertagli dal suo principale accusatore, Silvio Berlusconi.
«Stavo a Roma per fatti miei, squilla il cellulare: sono Silvio Berlusconi e la chiamo dall´ufficio del presidente della Repubblica. Vorrei avere il piacere di incontrarla per proporle un incarico di governo. La proposta ha il pieno consenso del presidente, che è qui vicino a me. L´aspetto in via Cicerone, 40... Restai a bocca aperta, il capo dello Stato che ti chiede... Presi tempo, telefonai a Davigo che mi disse: da me è venuto La Russa ad offrirmi da parte di Fini l´incarico di ministro della Giustizia. Faccio chiamare Scalfaro da Borrelli. Dopo cinque minuti Davigo mi richiama e mi dice che Scalfaro non ha chiesto niente né patrocinato niente. Io ci metto due minuti per rifiutare l´incarico di ministro dell´Interno. Col senno del poi forse avremmo fatto meglio ad accettare. Io all´Interno, Davigo alla Giustizia: pam, pam, pam».
Previti sarebbe andato alla Difesa e sarebbe venuto a cercarvi con i carri armati.
«Io ho detto no, e guardi che non è facile rifiutare un incarico così».
L´ambizione è una sua compagna fidata.
«Ero forte, fortissimo e potevo invocare l´immunità, chiamarmi sempre fuori. Invece dodici minuti dopo che giunge l´avviso di garanzia, la famosa questione Pacini Battaglia, io mi dimetto anche da ministro dei Lavori pubblici. Dodici minuti, capito?».
Capito. Ha visto la fine che ha fatto?
«Vuol dire adesso? Vuol parlare di politica?».
Un elefante, in politica non azzecca una mossa che sia una.
«Questo non lo so».
Ad occhio si direbbe.
«Certo, ho sbagliato quando ho fondato i democratici senza Prodi. Hanno succhiato il mio sangue e poi mi hanno lasciato alla porta».
Poi?
«Ho sbagliato a non dimettermi dal Parlamento quando mi dissociai dalla maggioranza e votai contro il governo Amato perché sapevo di che pasta è fatto quell´uomo. Nel mio intervento c´era scritto: esco dalla maggioranza di centrosinistra ed esco da questo Parlamento. L´ultima frase non l´ho letta, che fesso sono stato!».
Poi?
«Dovevo essere più duttile nelle trattative con l´Ulivo. Dovevo arrivare a negoziare il mio ingresso, non l´ho saputo fare».
A Rutelli è costato il governo!
«Un milione emezzo di voti ho tolto. Avrei dovuto ragionarci meglio. Rutelli voleva farmi cuocere nel brodo, a fuoco lento, e io non ci ho visto più».
Adesso hanno capito.
«Sì, hanno capito che senza di me sono guai. Ma per farlo capire meglio devo notificare all´Ulivo quanto peso nel paese. Perciò giro come un matto, voglio che alle europee l´Italia dei valori abbia successo. Senza di me non ce la faranno, ma se mi vogliono devono mandar via i delinquenti dalle loro liste».
Il suo verbo non raduna folle.
«Sono solo e giro come un pazzo. Ma se voglio completare l´opera di Mani pulite devo fare solo così».
A volte sembra che lei parli soltanto con il suo specchio.
«Tante volte mi succede, tante volte ci penso».
Dagospia.com 8 Settembre 2002