LE "MANI PULITE" DI PAOLO MIELI, L'UOMO CHE REVISIONO' SE STESSO CON DOPPIOPESISMO, CERCHIOBOTTISMO E TERZISMO (A QUANDO IL PARACULISMO MULTIPLEX?)
Filippo Facci per Il Giornale
Paolo Mieli ha ereditato la rubrica Lettere Al Corriere che apparteneva a Indro Montanelli. Al solito attentissimo a non sbilanciarsi mai (si deve a lui, direttamente o indirettamente, il conio dei termini cerchiobottismo, doppiopesismo e il recente terzismo) Mieli ha rivelato una verve a lui insolita nel rispondere a una lettera inviatagli da Ignazio La Russa e pubblicata sul Corriere della Sera di ieri. Dopo aver auspicato una chiusura della polemica che ha diviso i postdemocristiani e i postfascisti circa il sostegno a Mani pulite, Mieli, con sorprendente decisione, ha scritto questo: "Quanto ad Alleanza nazionale verrà (presto) un giorno in cui anche voi, e in particolare il vostro presidente Gianfranco Fini, dovrete spiegare dettagliatamente (sottolineo: dettagliatamente) come e quando avete cambiato idea sull'operato dei magistrati milanesi".
In effetti potrebbe essere una buona occasione. Ignazio La Russa, per esempio, potrebbe spiegare che cosa ci faceva l'8 marzo 1993 in un corteo milanese che lo affiancava a Nando Dalla Chiesa e alla peggiore sinistra forcaiola, laddove un militante leghista esponeva il seguente cartello: "Le manette non bastano, ci vuole il cappio al collo". Un vicesindaco della maggiore città del Nord invece potrebbe spiegare che cosa ci faceva in compagnia del gruppo di giovinastri che nello stesso periodo aggredì con sputi e monetine il segretario repubblicano Giorgio La Malfa, mentre un presidente della più importante regione del centro Italia potrebbe ricordare quale dinamica lo spinse a spegnere una sigaretta sul polso sinistro di un giovane craxiano poi divenuto importante produttore televisivo.
I nomi non sono importanti (non ora) e gli episodi sarebbero anche più numerosi, ma è anche vero che alcuni dei citati, chi più e chi meno, qualche spiegazione e qualche riflessione nel frattempo l'hanno fornita: per quanto l'abbiano fornita in sedi forse meno rilevanti di quanto lo sia la pagina 43 del Corriere della Sera. Lo stesso Maurizio Gasparri, ora autorevole ministro, ha già raccontato il pentimento circa una frase oggettivamente forte che a suo tempo ebbe a pronunciare: "Di Pietro è meglio di Mussolini". E anche la sinistra democristiana avrebbe molto di che riflettere sulle sue autentiche connivenze col Pool di Milano, che peraltro furono meno plateali ma invero più politiche nonché corresponsabili del disfacimento dello scudocrociato.
Ma queste sono cose di cui i giornali, questo compreso, hanno già detto ampiamente nei giorni scorsi. Una seria riflessione su certo smodato sostegno a Mani pulite, prima appassionatamente riposto e poi amaramente disilluso, in fondo è faccenda che riguarda milioni di italiani: come già scritto, è difficile dimenticare che nel febbraio 1993 il pool di Milano aveva la piena fiducia del novanta per cento degli italiani, nove persone su dieci. Ma è pure vero che una maniera di render conto della mutevolezza delle proprie opinioni la classe politica ce l'avrebbe pure: si chiama voto. Se poi, a urne chiuse, si riuscisse anche a riflettere serenamente sul più terrificante cataclisma istituzionale del dopoguerra, niente di male.
Non è però ben chiara la ragione per cui giornalisti e intellettuali dovrebbero sottrarsi alla medesima riflessione. Potrebbe rivelarsi nondimeno distensivo, in altre parole, se anche Paolo Mieli spiegasse dettagliatamente come e quando abbia cambiato idea sull'operato dei magistrati milanesi. Spiace rilevare che tale curiosità è purtroppo ben riposta.
Paolo Mieli, oggi, può anche invocare e rendersi prim'attore di un prezioso terzismo che sminuzzi la realtà, e la analizzi, la filtri e la controfiltri, e accarezzi le ragioni di entrambe le parti con una pensosità che faccia sentire azzardata e viscerale ogni opinione troppo chiara e passionale; ma Paolo Mieli, ieri, durante la più rovente delle Mani pulite, era pur sempre il direttore del Corriere della Sera: il giornale che non pochi e forse esagerati colleghi - spiace dirlo, ma è la verità - denominavano " bollettino delle procure".
Molti corsivisti del primo quotidiano italiano erano ostentatamente giustizialisti, come si dice oggi; altri spiavano il vento e ora sono tornati all'aria aperta con gli occhi socchiusi da anni di stanze buie, pronti a disporre il riordino delle macerie e le ricette per la ricostruzione: ma Paolo Mieli non era tra questi. Paolo Mieli era il direttore del Corriere della Sera. L'archivista avrebbe gioco facile nel ricordare (dettagliatamente) la retorica manipulitista di certi cronisti di via Solferino, la parzialità secondo che si parlasse di un industriale o di un altro industriale, l'occultamento di notizie scomode, l'esclusiva delle apocalittiche interviste di Borrelli, il sostegno talvolta pacchiano di ogni dipietrismo d'Italia.
Non si menziona la notizia del famoso avviso di Garanzia a Berlusconi (1994) perché quella era pur sempre una notizia.
Non su vuole polemizzare. Non si tratta di perpetuare un gioco di rivendicazioni infinite: si tratta di riflettere, magari di raccontare. "Approfittate dell'occasione, fatelo adesso" ha consigliato infine Mieli a La Russa. Ma allora approfittiamone tutti. Ne approfitti dunque anche il direttore del più importante quotidiano italiano nel periodo tra i più caldi della storia italiana. Va detto che Mieli già fece un primo passo importante e questo gli va riconosciuto. Scrisse, tra l'altro: "La rivoluzione di Mani pulite ha reintrodotto pesantemente il meccanismo dell'Italia dei buoni contro i cattivi. Penso anche che la giustizia debba apparire ed essere più imparziale, perché in Italia non sempre appare imparziale, non sempre appare che persegua elementi, dirigenti di una certa classe politica, alla stessa maniera in cui persegue elementi e dirigenti dell'altra parte. Cinque anni sono un po' tanti per appurare che probabilmente Greganti non aveva detto la verità. Sono tanti, ma proprio tanti, tanti, tanti".
Parole dette al settimanale Tempi nell'aprile 1998. Piacerebbe saperne di più a pagina 43 del Corriere della Sera nell'ottobre 2002. Piacerebbe sapere che cosa accadde al Corriere di quegli anni. Dettagliatamente, magari. Rimaniamo del parere, in cuor nostro, che senza Paolo Mieli sarebbe andata anche peggio, ma come dire: non abbiamo prove. Forse non abbiamo nemmeno indizi.
Dagospia.com 17 Ottobre 2002
Paolo Mieli ha ereditato la rubrica Lettere Al Corriere che apparteneva a Indro Montanelli. Al solito attentissimo a non sbilanciarsi mai (si deve a lui, direttamente o indirettamente, il conio dei termini cerchiobottismo, doppiopesismo e il recente terzismo) Mieli ha rivelato una verve a lui insolita nel rispondere a una lettera inviatagli da Ignazio La Russa e pubblicata sul Corriere della Sera di ieri. Dopo aver auspicato una chiusura della polemica che ha diviso i postdemocristiani e i postfascisti circa il sostegno a Mani pulite, Mieli, con sorprendente decisione, ha scritto questo: "Quanto ad Alleanza nazionale verrà (presto) un giorno in cui anche voi, e in particolare il vostro presidente Gianfranco Fini, dovrete spiegare dettagliatamente (sottolineo: dettagliatamente) come e quando avete cambiato idea sull'operato dei magistrati milanesi".
In effetti potrebbe essere una buona occasione. Ignazio La Russa, per esempio, potrebbe spiegare che cosa ci faceva l'8 marzo 1993 in un corteo milanese che lo affiancava a Nando Dalla Chiesa e alla peggiore sinistra forcaiola, laddove un militante leghista esponeva il seguente cartello: "Le manette non bastano, ci vuole il cappio al collo". Un vicesindaco della maggiore città del Nord invece potrebbe spiegare che cosa ci faceva in compagnia del gruppo di giovinastri che nello stesso periodo aggredì con sputi e monetine il segretario repubblicano Giorgio La Malfa, mentre un presidente della più importante regione del centro Italia potrebbe ricordare quale dinamica lo spinse a spegnere una sigaretta sul polso sinistro di un giovane craxiano poi divenuto importante produttore televisivo.
I nomi non sono importanti (non ora) e gli episodi sarebbero anche più numerosi, ma è anche vero che alcuni dei citati, chi più e chi meno, qualche spiegazione e qualche riflessione nel frattempo l'hanno fornita: per quanto l'abbiano fornita in sedi forse meno rilevanti di quanto lo sia la pagina 43 del Corriere della Sera. Lo stesso Maurizio Gasparri, ora autorevole ministro, ha già raccontato il pentimento circa una frase oggettivamente forte che a suo tempo ebbe a pronunciare: "Di Pietro è meglio di Mussolini". E anche la sinistra democristiana avrebbe molto di che riflettere sulle sue autentiche connivenze col Pool di Milano, che peraltro furono meno plateali ma invero più politiche nonché corresponsabili del disfacimento dello scudocrociato.
Ma queste sono cose di cui i giornali, questo compreso, hanno già detto ampiamente nei giorni scorsi. Una seria riflessione su certo smodato sostegno a Mani pulite, prima appassionatamente riposto e poi amaramente disilluso, in fondo è faccenda che riguarda milioni di italiani: come già scritto, è difficile dimenticare che nel febbraio 1993 il pool di Milano aveva la piena fiducia del novanta per cento degli italiani, nove persone su dieci. Ma è pure vero che una maniera di render conto della mutevolezza delle proprie opinioni la classe politica ce l'avrebbe pure: si chiama voto. Se poi, a urne chiuse, si riuscisse anche a riflettere serenamente sul più terrificante cataclisma istituzionale del dopoguerra, niente di male.
Non è però ben chiara la ragione per cui giornalisti e intellettuali dovrebbero sottrarsi alla medesima riflessione. Potrebbe rivelarsi nondimeno distensivo, in altre parole, se anche Paolo Mieli spiegasse dettagliatamente come e quando abbia cambiato idea sull'operato dei magistrati milanesi. Spiace rilevare che tale curiosità è purtroppo ben riposta.
Paolo Mieli, oggi, può anche invocare e rendersi prim'attore di un prezioso terzismo che sminuzzi la realtà, e la analizzi, la filtri e la controfiltri, e accarezzi le ragioni di entrambe le parti con una pensosità che faccia sentire azzardata e viscerale ogni opinione troppo chiara e passionale; ma Paolo Mieli, ieri, durante la più rovente delle Mani pulite, era pur sempre il direttore del Corriere della Sera: il giornale che non pochi e forse esagerati colleghi - spiace dirlo, ma è la verità - denominavano " bollettino delle procure".
Molti corsivisti del primo quotidiano italiano erano ostentatamente giustizialisti, come si dice oggi; altri spiavano il vento e ora sono tornati all'aria aperta con gli occhi socchiusi da anni di stanze buie, pronti a disporre il riordino delle macerie e le ricette per la ricostruzione: ma Paolo Mieli non era tra questi. Paolo Mieli era il direttore del Corriere della Sera. L'archivista avrebbe gioco facile nel ricordare (dettagliatamente) la retorica manipulitista di certi cronisti di via Solferino, la parzialità secondo che si parlasse di un industriale o di un altro industriale, l'occultamento di notizie scomode, l'esclusiva delle apocalittiche interviste di Borrelli, il sostegno talvolta pacchiano di ogni dipietrismo d'Italia.
Non si menziona la notizia del famoso avviso di Garanzia a Berlusconi (1994) perché quella era pur sempre una notizia.
Non su vuole polemizzare. Non si tratta di perpetuare un gioco di rivendicazioni infinite: si tratta di riflettere, magari di raccontare. "Approfittate dell'occasione, fatelo adesso" ha consigliato infine Mieli a La Russa. Ma allora approfittiamone tutti. Ne approfitti dunque anche il direttore del più importante quotidiano italiano nel periodo tra i più caldi della storia italiana. Va detto che Mieli già fece un primo passo importante e questo gli va riconosciuto. Scrisse, tra l'altro: "La rivoluzione di Mani pulite ha reintrodotto pesantemente il meccanismo dell'Italia dei buoni contro i cattivi. Penso anche che la giustizia debba apparire ed essere più imparziale, perché in Italia non sempre appare imparziale, non sempre appare che persegua elementi, dirigenti di una certa classe politica, alla stessa maniera in cui persegue elementi e dirigenti dell'altra parte. Cinque anni sono un po' tanti per appurare che probabilmente Greganti non aveva detto la verità. Sono tanti, ma proprio tanti, tanti, tanti".
Parole dette al settimanale Tempi nell'aprile 1998. Piacerebbe saperne di più a pagina 43 del Corriere della Sera nell'ottobre 2002. Piacerebbe sapere che cosa accadde al Corriere di quegli anni. Dettagliatamente, magari. Rimaniamo del parere, in cuor nostro, che senza Paolo Mieli sarebbe andata anche peggio, ma come dire: non abbiamo prove. Forse non abbiamo nemmeno indizi.
Dagospia.com 17 Ottobre 2002