AGNELLI SEGRETO - "QUELLA NOTTE CHE PAMELA CHURCHILL LO SORPRESE A LETTO CON UN'ALTRA E LO BUTTO' FUORI DI CASA."



'Taki' Theodoracopulos per Daily Telegraph

 
Incontrai Gianni nel 1958, aveva 37 anni. La nostra amicizia ne è durata 45. E dalla mia esperienza personale, ecco com'era frequentarlo. Le ruote della Fiat 132 blu scuro stridono mentre la macchina gira l'angolo in una curva perfettamente controllata. Agnelli sorride maliziosamente mentre io, seduto al suo fianco e il suo autista - come sempre - seduto sul sedile posteriore, abbozziamo una smorfia.

 
La macchina attraversa il centro di Torino a più di cento all'ora. Sfreccia nel traffico, attraversa corsie e carreggiate, supera semafori. Gianni ha un aspetto nobile, dei lineamenti profondi e un naso da antico romano. L'abbronzatura accentua le rughe intorno ai suoi occhi. È bellissimo e impeccabilmente elegante. Quando arriviamo ad un incrocio particolarmente trafficato, passa col rosso, ma il vigile non fa altro che un gesto di saluto.

 
Arrivati alla sede della Fiat in Corso Marconi, Gianni esce dalla macchina, e malgrado sia palesemente claudicante, cammina velocemente. L'autista si asciuga la fronte e scuote la testa: "Ah, e sempre cosi".
Questo succedeva nei primi anni Sessanta. Le Brigate Rosse erano in piena azione, uomini d'affari venivano rapiti ogni settimana, e molti italiani ricchi avevano lasciato il paese per posti come la Svizzera, Monaco, gli Stati Uniti.
Agnelli rifiutava sempre le guardie del corpo - "parlano e vedono troppo", mi disse una volta - malgrado I terroristi fossero diventati più forti dello stato. In un'epoca nella quale piccoli uomini d'affari e ufficiali di medio rango avevano bisogno di un paio di gorilla, Gianni andava sempre senza protezione.




Il governo gli metteva spesso a disposizione una scorta, ma lui riusciva sempre a seminarla. In questo la sua abilità di guidatore tornava molto utile. Un terrorista catturato, raccontò di aver avuto più di una volta Agnelli a portata di tiro, ma non riuscì mai a sparargli. L'avvocato era troppo veloce per lui.
Quando conobbi Gianni, il suo stile di vita era leggendario. Le sue case, le barche, i suoi divertimenti, le collezioni d'arte. Il suo stile unico, lo resero immediatamente un idolo per me.


Le barche di Gianni erano delle vere bellezze, come le sue donne.
Sebbene fosse felicemente sposato con Marella Caracciolo, Agnelli era un vero italiano del suo tempo. Prima del loro matrimonio, nel 1953 lui uscì con ogni attrice o modella conosciuta nell'Italia del dopo guerra, per non parlare di alcune principesse del suo rango.


Dopo il matrimonio divenne un esempio di discrezione, ma non cambiò comportamento. Anita Ekberg al suo meglio, fu solo una delle molte star che si portò a letto, ma la sua passione per le donne durò fino alla fine.
Stranamente, in fondo era un borghese che amava il lavoro. Nel 1963 capì che la vita di puro divertimento era finita, vendette la sua villa e mise fine a quell'epoca. Nel 1966 fu eletto a capo della Fiat portando l'azienda al livello delle grandi multinazionali.
Ricordo una volta, al casino di Monte Carlo. Gianni giocava a chemin-de-fer, le puntate erano alte, l'ora tarda. Una donna fu vista mentre tentava di rubargli le fiches e venne arrestata quando cercò di cambiarle. Agnelli stesso, convinse la polizia che era stato lui a dargliele. Il giorno dopo mi venne spiegato che Gianni detestava quella donna, ma questo era lo stile dell'Avvocato. Sapeva che alcuni non erano fortunati come altri.
Subito dopo la guerra, mentre la Fiat si stava ricostruendo, Gianni passava molto del suo tempo in Costa Azzurra. Si divertiva, giocava tutta la notte e la mattina tornava a Torino a bordo del suo Dakota. All'epoca viveva con Pamela Churchill, allora sposata ma separata da Randolph Churchill. Pamela era molto gelosa. Una notte sorprese Gianni con un'altra e lo buttò fuori di casa.


Fu proprio mentre riaccompagnava la sua nuova fiamma, Anne Marie d'Estainville, alla sua casa di Cap Martin, che Agnelli ebbe un terribile incidente. Rimase incastrato nella sua Ferrari. Lo scontro lo rese zoppo per tutta la vita, e lo costrinse a rallentare la sua passione per le corse, anche se continuò a sciare e a navigare.
Non so dire cosa ci fosse in fondo alla sua anima, né posso spiegare la sua "Rosebud". La maglia della Juventus, la piccola Bugatti con la quale giocava da bambino? Il rombo della sua Ferrari? Il sorriso delle innumerevoli donne che lo hanno amato? O le usurate vele della sua adorata Agneta mentre solca le acque del mare?
Nessuno lo saprà mai. Quello che so è che sono fortunato ad essere stato suo amico.


Dagospia.com 27 Gennaio 2003