ARISTON, SALA STAMPA - VITA. OPERE E DISPETTI DEI GIORNALISTI ACCREDITATI AL FESTIVALLO BAUDICO.

Gabriele Ferraris per La Stampa


Pippo Baudo l´ha detto chiaro e tondo, salutando gli «amici giornalisti»: «Stiamo invecchiando insieme». Qualcuno ha sibilato «parla per te», ma Pippo, al solito, ha ragione. Nessuno pretende di scalfire il record del mitico Gigi Vesigna di «Sorrisi e canzoni», che di Festival se n´è fatti 43 e riesce ancora a commuoversi come un ragazzino se gli presentano la Littizzetto. Ma siamo in tanti, qui, a guardarci in faccia da lustri e lustri. Sanremo è come i matrimoni e i funerali: un´occasione per rivedersi tra vecchi amici che magari non s´amano tanto, ma non sanno stare lontani a lungo.

Difatti, quest´anno la sala stampa è in gramaglie per l´assenza di Gino Castaldo e Ernesto Assante, i Castore e Polluce della «Repubblica»: vite parallele, se ne sono rimasti a casa entrambi, perché entrambi hanno un figlio in arrivo, e pareva brutto non esserci. La compagnia di giro dei giornalisti da Festival è una carovana pittoresca, che non poteva non attirare gli sguardi cupidi di Baudo, sempre attento a tutto quanto fa spettacolo: il Dopofestival se l´è inventato per sfruttare questo straordinario potenziale umano, a costo zero. Ai giornalisti da Festival piace andare al Dopofestival, anche se morirebbero piuttosto che ammetterlo, perché stare in tivù è appagante, e poi a casa la panettiera ti riconosce.

D´altra parte, come potrebbero i cantanti rinunziare ai saggi consigli di Mario Luzzatto Fegiz del «Corriere», il Papa del giornalismo musicale? Uomo che ha raggiunto ogni meta professionale, Fegiz cova un unico rimpianto: il Festival non lo fanno organizzare a lui. Di conseguenza bersaglia la Rai con puntigliose contestazioni alla minima défaillance. Fegiz e Marinella Venegoni della «Stampa» sono talmente complementari che taluni, male informati, li ritengono marito e moglie, o quantomeno vecchi fidanzati, come Bob Dylan e Joan Baez.

In realtà, la Venegoni è più impegnata di Fegiz sul coté ideologico, per affermare le istanze femminili in un ambiente ringhiosamente maschilista, dove spesso la battuta scivola nel trivio, e lo scherzo nello scherzaccio: ne sa qualcosa Massimo Cotto di Radiorai, eterosessuale praticante che un collega spiritoso si ostina a presentare a tutti come un irriducibile trans. Quest´anno gli va bene, perché dichiararsi trans è il tormentone di giornata, dopo la storia di Bugatty.



Meglio che nel 2002, quando la celebre palpatina di Fiorello a Baudo indusse tra i gazzettieri un fenomeno imitativo che costò un´orchite al povero Luca Dondoni. Okay, qualche giornalista è malato di protagonismo. Ma più che altro, ciascuno ha un ideale da affermare. I critici musicali, per esempio, amerebbero occuparsi di musica, e non capiscono cosa ci stiano a fare a Sanremo: il povero Cesare Romana, raffinato cultore di De André, qui tace attonito, e rassegnato. Altri - tipo il tosto Federico Vacalebre del «Mattino» - si sfogano talora nella verbosità autoreferenziale. Ciò rende complesso il rito delle conferenze stampa degli artisti, che si risolvono in imbarazzanti scene mute se il cantante è malamato.

Si ricorda ancora il gelo che anni fa accolse Nek, autore di una canzone antiabortista con un verso che delirava di «trote che risalgono la corrente». Nel gran silenzio, una voce sola si levò, un´unica domanda, quella di Aldo Vitali, all´epoca giovane cronista del «Giornale»: «Parlaci della trota». Nek tracollò. La gente crede che i giornalisti seguano il Festival all´Ariston. Figuriamoci, per contenerli tutti ci vorrebbe un teatro apposta. Lo spettacolo lo vediamo sul maxischermo in sala stampa: tanto varrebbe starsene a casa davanti alla tivù, però il contorno è suggestivo. L´anno scorso, mentre Silvestri cantava «Salirò», una ventina di pazzarielli danzava allegramente sui tavoli.

The show must go on, e qui s´impone la nobile figura di Paolo Zaccagnini del «Messaggero»: presidente a vita della repubblica sanremese, appartiene all´ala movimentista, ed è un insuperabile maestro di cerimonie. Nessuno come lui sapeva dirigere i cori beffardi che accompagnavano le esibizioni di Toto Cutugno. Ha il fisico del ruolo: enorme, tonitruante, un gran barbone bianco, ha esordito nel mondo dello spettacolo con un cameo in «Io sono un autarchico» di Moretti, e da allora ci ha regalato magistrali interpretazioni, a cominciare da quella del Vecchio Saggio, suo cavallo di battaglia. Da un paio d´anni ha perso la sua spalla naturale Fabrizio Zampa, per raggiunti limiti d´età; dignitoso rimpiazzo è comunque Aldo De Luca, noto sosia di Achille Occhetto al «Bagaglino».

Però non credete ai ragazzotti come Diaco quando scrivono che i giornalisti sanremesi sono dei fancazzisti: d´accordo, è meglio che star in miniera, ma neanche tanto. Tra manager che ti tampinano, direttori che ti chiedono pezzi impossibili, cantanti che fanno i capricci, finisce che salti pranzo e cena, altro che sbafare a spese dei discografici. Come reazione al panino di plastica del bar interno, qualcuno si concede brevi ma intense evasioni gastronomiche: il ghiotto Marco Mangiarotti, arbiter cucinarum, non rinuncia a una visitina all´eccellente «Paolo e Barbara». Ma sono fugaci parentesi. E le giornate passano tra fiumi di parole: c´è chi scrive per mezza dozzina di quotidiani, come Andrea Spinelli, cranio lucido e faccia da furetto, e ha il suo daffare a non ripetersi. Un poligrafo ammirevole.

Alti, sulla massa degli umili operai della notizia, aleggiano i «costumisti», ovvero le grandi firme che non sanno niente di canzoni e sanremi, ma che i direttori spediscono al Festival per «fare il costume». Loro si divertono, essendo la prima e l´ultima volta che gli tocca. Restano memorabili Curzio Maltese che istiga il Mago di Arcella davanti all´Ariston, «dai mago, facci la magia!»; e la storica risposta di Aldo Busi a Bongiorno, quando il buon Mike lo apostrofò severo «prima di tutto, mi dica chi è lei», e l´Aldone esplose in un trionfante «Io sono Lauretta Masiero!».


Dagospia.com 6 Marzo 2003