NEW MEDIOBANCA - ED ECCO A VOI IL CONTE GABRIELE GALATERI DI GENOLA E SUNIGLIA, FINANZIERE AGNELLO DI CASA AGNELLI (AIUTO, RIDATECI MARANGHI.)

Massimo Mucchetti per L'espresso


Dunque, tocca a Galateri. Il timone di Mediobanca passa da Vincenzo Maranghi, l'erede designato dal fondatore, l'ormai leggendario Enrico Cuccia, al cinquantaseienne gentiluomo sabaudo Gabriele Galateri di Genola e Suniglia. È un cambio della guardia storico. Lo è certamente per la personalità e la storia di chi esce dalle segrete stanze della banca d'affari milanese. Maranghi è uno dei banchieri che ha esercitato il maggior potere in Italia anche se in prima persona lo ha fatto solo dalla morte del suo méntore, e cioè da due anni o poco più. Non è ancora sicuro, invece, che il cambio della guardia sia storico anche per il carisma e le gesta del successore.

Per non girare troppo attorno al punto, la questione di fondo è se Galateri sia stato insediato al vertice di Mediobanca per pilotarne il declino secondo i desideri dei suoi principali azionisti, che già si sono creati le proprie merchant bank, o se invece l'onesto finanziere di casa Agnelli sia l'alfiere di una nuova stagione dei poteri forti dell'economia. La riconosciuta correttezza del suo stile manageriale ha guadagnato un notevole credito a Galateri, specialmente sulla stampa. E così come la vecchia amicizia della moglie Evelina Christillin con Giovanni Agnelli gli regalò il privilegio dei pranzi domenicali a Villa Frescot, le non meno consolidate frequentazioni torinesi con il direttore generale del Tesoro, Domenico Siniscalco, gli hanno oggi procurato la benevolenza del ministero dell'Economia, preoccupato che su Mediobanca e sulle Assicurazioni Generali, sua principale dotazione, si consumasse una guerra per bande senza alcun positivo costrutto. Ma queste e altre caratteristiche della biografia (la predilezione per il tennis, il castello nel Cuneese, le vacanze a Varigotti, nella vicina Liguria) non dicono tutto. Qualcosa in più sul ruolo che Galateri potrà giocare in Mediobanca lo si può estrarre dalla sua vicenda professionale. E poiché stiamo parlando di un uomo di finanza, un po' di numeri non faranno male.

Quando si dice Galateri in piazza degli Affari si pensa subito all'Ifil, una holding di partecipazioni che venne fondata nel 1919 ma che comincia ad acquisire una sua importanza solo nel 1986, quando rileva la quota Fiat di proprietà della Libia. È a metà di quello stesso anno che Galateri lascia la Fiat, dov'era entrato nove anni prima, per prendere in mano l'lfil. La vulgata racconta di grandi successi dell'Ifil. Una fredda analisi dei risultati lascia più di un dubbio. Se si comincia a contare dal 1986, l'anno cruciale, e ci sì ferma al 31 dicembre 2002, quando ormai Galateri è alla Fiat, si scopre che, invece di creare nuova ricchezza per l'azionariato, si sono distrutte risorse per 4,3 miliardi di euro. Maranghi è stato accusato da Alessandro Profumo, il leader di Unicredíto che figura tra i principali sostenitori di Galateri, di non far fruttare i talenti che i soci gli hanno affidato. Il bilancio di Galateri all'Ifil non autorizza eccessi di ottimismo.

Diverso è il rendiconto dell'attività dello stesso Galateri in capo all'Ifi, la cassaforte degli Agnelli, dove approda all'inizio del 1993. Diversamente dall'Ifil che ha chiesto ai soci 1,7 miliardi di aumenti di capitale pagando poco più di 700 milioni di dividendi, nel periodo galateriano l'Ifi non chiede un euro a nessuno e continua a remunerare il capitale. Per nove anni su dieci, l'Ifi crea valore per la sua compagine azionaria, ma alla fine, complice il crollo della Fiat, anche l'lfi comincia a bruciare ricchezza: per 72 milioni di euro. Già, la Fiat. Croce e delizia. L'Ifil diventa grande comprando le "libiche" a un prezzo fuori dal mondo, dopo una speculazione di Borsa che porta il titolo Fiat là dove non arriverà mai più. Registi dell'operazione Cuccia e Maranghi.



L'Ifil si distingue, perché compra e vende aziende e partecipazioni allo scopo di far denaro e di dimostrare agli analisti che non é solo auto. Galbani, Star, Peroni, Saint Louis: una dopo l'altra, molte aziende alimentari passano sotto le insegne dell'Ifil, abbastanza per costruire un polo italiano del settore se Umberto Agnelli e Galateri ne avessero l'ambizione. Ma l'ambizione è quella di fare plusvalenze, lavorando al servizio della francese Danone. Nel 1997, l'Ifil entra in Telecom Italia. Potrebbe essere il pivot industriale della privatizzazione. Si limita a esercitare il potere con la mano sinistra, affidandosi a un manager inadeguato come Gianmario Rossignolo e poi abbandonando al suo destino Franco Bernabè. A "L'espresso" che gli chiese perché L'Ifil non avesse investito di più, Galateri rispose: «Ci abbiamo pensato, ma poi, sentite anche le banche d'affari, ci eravamo convinti che i margini delle telecomunicazioni sarebbero presto diminuiti in seguito alla liberalizzazione del mercato». E così è rimasta la Fiat. Il totem.

Galateri è stato chiamato a sostituire un banchiere che, nel 2000, aveva avuto il coraggio di suonare il campanello d'allarme. Maranghi aveva spiegato a Giovanni Agnelli che la Fiat stava andando incontro al disastro e che era ora di cambiare registro. Dicono che Galateri condividesse l'analisi, ma non risulta che si sia impegnato a sostenerla fino a esigere il licenziamento di Paolo Fresco e Paolo Cantarella dal vertice del primo gruppo industriale italiano. Galateri avrebbe avuto titolo per condurre la battaglia: era amministratore delegato dell'Ifi e dell'Ifil, le due finanziarie attraverso le quali gli Agnelli controllano la Fiat. Ma non ne ebbe la forza.

La forza psicologica, prima di tutto. Figlio di un alto ufficiale dell'esercito, laureato in legge con un master alla Columbia University, il conte Galateri sa che l'amministratore delegato rappresenta gli interessi dell'intero azionariato. Ma per un torinese a Torino l'azionariato si chiama comunque Agnelli. E tra gli Agnelli si comanda uno alla volta. E allora era ancora vivo l'Avvocato, che non poteva essere contestato senza scadere nel reato di insubordinazione. Ebbene, Gabriele Galateri è torinese fino al midollo. Ha innato il senso della disciplina. Per questo, ha saputo far violenza a se stesso - e accettare la poltrona scottante di amministratore delegato della Fiat, che non voleva - e poi; una volta al Lingotto, non è stato capace di prendere di petto la famiglia, alla quale doveva la sua carriera, per metterla di fronte alle responsabilità dell'ora. E così ha perso il posto dopo pochi mesi. Troppo pochi.

Si dice che avesse chiesto lui di essere sostituito a causa dello stress. E si aggiunge che, al dunque, Umberto Agnelli l'avesse addirittura licenziato perché aveva ormai pensato a un altro medico per la grande malata. Quale che sia, la cronaca conta poco. Reintegrato nei ranghi ma senza più potere, Galateri risorge in piazzetta Cuccia. Dove i padroni sono molti, volubili e pericolosi. Non a caso, in Mediobanca, se una sentenza non l'avesse azzoppato, sarebbe dovuto arrivare da Torino un altro ex: quel Cesare Romiti che in Fiat aveva resistito 24 anni e non otto mesi.


Dagospia.com 11 Aprile 2003