SE LO CONOSCI, LO PREVITI - ALL' "ORCO CATTIVO", LA BRUTTEZZA HA FATTO GUADAGNARE 11 ANNI DI GALERA.
Filippo Ceccarelli per La Stampa
Per gli antichi romani, che si esprimevano in una lingua di rara perfezione, il «monstrum» era addirittura un segno degli dei, sebbene contro natura. «Monstrum» in latino indica un fatto eccezionale, uno spauracchio, ma anche un prodigio, comunque un'assurdità, una stravaganza e però pure un miracolo. In italiano, invece, il «mostro» suona fin troppo tranciante. Il sonno della ragione genera mostri. Punto e basta. «Io sono un mostro» ha ripetuto più e più volte, anche per iscritto, Cesare Previti avvicinandosi alla sentenza, per dire che era già stato condannato.
«Cesare Previti è un mostro» scandiva in tv Giuliano Ferrara: processo senza storia, imputato più che colpevole, criminale per sua stessa natura, più che degno di pena, irredimibile. «L'orco cattivo» titolava il Foglio; «Previti Manson» (tra Charles e Marilyn) si sbizzarrivano i rubrichisti. Vero è che questo processo ha il mostro un po' facile. Vedi l'Ariosto che nell'ottobre del 2002 ha definito il suo ex compagno «un mostro». E vedi anche l'altro imputato, il giudice Squillante, sotto interrogatorio: «Non sono un mostro». Certo che no. I mostri in effetti non esistono, e in ogni caso la giustizia non li contempla.
Ma qui la giustizia, ormai, c'entra e non c'entra. E' il linguaggio che è venuto fuori attorno a questa sentenza che ha prodotto una continua mostrificazione. «Vogliono spazzarmi via», aveva detto Previti. Oppure: «Travolgermi nel fango». E ancora: «Sono finito nel tritacarne». La violenza di queste immagini rispecchia in realtà ciò che è oggi la politica: un autentico monstrum, qualcosa di terribile che afferra e distrugge. Ma forse è sempre stata così. In due o tre anni, l'abitazione privata di Previti è diventata un luogo cruciale della vita pubblica italiana. Una volta Violante ha consigliato in extremis di spostare da quella piazza una manifestazione (per inciso: si tenne a piazza Navona e fu la volta in cui Moretti parlò sul palco).
Di recente, su quella casa che l'ex ministro aprì ai fotografi - fa impressione vedere oggi le immagini leccatissime sul Venerdì: i regali di Berlusconi, i quadri appesi nel «pensatoio», la collezione di soldatini, «l'immancabile bottiglia di Taittinger» in frigo - ecco, mesi fa su quella casa che evocava piscine e vivai per aragoste è stato fatto volare addirittura un aeroplanino, che recava in coda la scritta: «La legge è uguale per tutti». Per non dire lo studio. «Il Parlamento - tuonava mesi fa il presidente dei senatori ds Angius - è stato trasformato in una succursale dello studio Previti».
Ecco. Un tempo c'erano le ideologie, era tutto meno ingiusto, o almeno: più accettabile. Oggi ci sono solo gli interessi, lo scontro, la salvezza, la morte, la libertà, la galera. Oggi ci sono solo le persone. Cesare Previti, che pure ci sapeva fare, l'ha capito troppo tardi. Non è neppure una questione, come pure dice lui, «lombrosiana». Con qualche ragionevolezza ha notato qualche mese fa: «Non ho la faccia tenera, ma neanche sfatta da settantenne. Hanno scritto anche che avevo la dentiera, invece questi sono tutti denti miei».
Eppure, con tutti i molari, incisivi e canini a posto nessuno più di Previti incarna oggi l'imprevedibile e atroce destino di chi arriva di colpo in politica per recitare, per giunta, la parte dell'amico via via divenuto ingombrante. E' questo il gioco del potere. Prima la gloria e poi undici anni di galera. Quando comparve sulla scena, fu proprio Berlusconi a lanciarlo. E lui se la giocò con qualche smodatezza. Venne fuori un personaggio che sembrava inventato a tavolino per confermare la sinistra nelle sue fobie: esibizioni giovanilistico-muscolari, spacconate parlamentari, ricordi civettuoli di buffetti da parte del Duce, «quand'ero un Balilla raccomandato», astuzie d'«avvocato d'affari», velieri da favola, calcetti parossistici, polemiche anche con Norberto Bobbio, melatonina svizzera, querele con D'Alema, sfoggio primordiale di ricchezze, ministro, e siccome non bastava pure coordinatore di Forza Italia.
Quando si dice un «monstrum». In una manifestazione al circo Orfei - ma sul serio - prima che lui arrivasse, una bella presentatrice catechizzò il pubblico nel seguente modo: «Mi raccomando, appena dico Previti voglio sentire un boato». E così fu, perché la politica è una droga. I giornali gli fecero dei soffietti che a rileggerli in attesa della sentenza non sai se ridere o piangere. Il Giornale dell'Argentario pubblicò un ampio servizio illustrato e tradotto anche in inglese sulla torre che possedeva da quelle parti: «E' il riposo del guerriero. Qui - si legge - la sua proverbiale grinta si diluisce e addolcisce» (his proverbial grit eases off and softens). E insomma divenne così personaggio che una volta finito nei guai giudiziari - il «tritacarne» - uno scrittore intelligente, nemico del giustizialismo e a lui non ostile, ritenne di dover esprimere un «elogio di Cesare e della sua banda».
Un paradosso, un gioco letterario che talmente sfidava il buonsenso e la futura condanna da esprimere «sconfinata simpatia nel Club del delitto», e identificando nell'odierno colpevole una di quelle «nature gagliarde che hanno il privilegio e l'audacia di vivere negli immediati dintorni del cuore selvaggio della vita». Eh, ma nella vita - selvaggia o meno che sia - non si può mai dire. Per cui, a cinque anni e mezzo da quell'elogio così spericolato, le parole forse più vere e umane su Previti si sono lette l'altro giorno in un forum di lettori sul sito dei no-global, Indymedia: «Ho visto Previti parlare in tribunale, da solo, invecchiato e dimagrito, quasi a volersi aggrappare a quel microfono come sostegno delle spalle sempre più curve...».
Pallida controfigura dell'avvocato miliardario, «compagno d'avventura e casini economico-contabili con Silvio e una manica di vassalli all'ombra del "ce pensamo noi" degli anni settanta-ottanta-novanta». E anche questa realistica pietà, magari, segnala la presenza numinosa del «monstrum». Le leggi della politica, così simili ai rovesciamenti e perfino alle vendette più inespresse, gli hanno fatto ispirare personaggi di filmetti di serie B, l'hanno reso oggetto di dileggio permanente, e perfino la tomba gli ha negato il comune di Monte Argentario. Era l'amico di Berlusconi, e lo è ancora. Ma nell'Enrico IV Shakespeare fa dire molto bene al sovrano il dilemma politico degli amici divenuti scomodi: la feroce azione dei loro artigli «mi aveva dapprima insediato sul trono, ma la loro forza può ben farmi temere di essere di nuovo deposto». Anche questo è mostruoso, ma può sempre accadere.
Dagospia.com 1 Maggio 2003
Per gli antichi romani, che si esprimevano in una lingua di rara perfezione, il «monstrum» era addirittura un segno degli dei, sebbene contro natura. «Monstrum» in latino indica un fatto eccezionale, uno spauracchio, ma anche un prodigio, comunque un'assurdità, una stravaganza e però pure un miracolo. In italiano, invece, il «mostro» suona fin troppo tranciante. Il sonno della ragione genera mostri. Punto e basta. «Io sono un mostro» ha ripetuto più e più volte, anche per iscritto, Cesare Previti avvicinandosi alla sentenza, per dire che era già stato condannato.
«Cesare Previti è un mostro» scandiva in tv Giuliano Ferrara: processo senza storia, imputato più che colpevole, criminale per sua stessa natura, più che degno di pena, irredimibile. «L'orco cattivo» titolava il Foglio; «Previti Manson» (tra Charles e Marilyn) si sbizzarrivano i rubrichisti. Vero è che questo processo ha il mostro un po' facile. Vedi l'Ariosto che nell'ottobre del 2002 ha definito il suo ex compagno «un mostro». E vedi anche l'altro imputato, il giudice Squillante, sotto interrogatorio: «Non sono un mostro». Certo che no. I mostri in effetti non esistono, e in ogni caso la giustizia non li contempla.
Ma qui la giustizia, ormai, c'entra e non c'entra. E' il linguaggio che è venuto fuori attorno a questa sentenza che ha prodotto una continua mostrificazione. «Vogliono spazzarmi via», aveva detto Previti. Oppure: «Travolgermi nel fango». E ancora: «Sono finito nel tritacarne». La violenza di queste immagini rispecchia in realtà ciò che è oggi la politica: un autentico monstrum, qualcosa di terribile che afferra e distrugge. Ma forse è sempre stata così. In due o tre anni, l'abitazione privata di Previti è diventata un luogo cruciale della vita pubblica italiana. Una volta Violante ha consigliato in extremis di spostare da quella piazza una manifestazione (per inciso: si tenne a piazza Navona e fu la volta in cui Moretti parlò sul palco).
Di recente, su quella casa che l'ex ministro aprì ai fotografi - fa impressione vedere oggi le immagini leccatissime sul Venerdì: i regali di Berlusconi, i quadri appesi nel «pensatoio», la collezione di soldatini, «l'immancabile bottiglia di Taittinger» in frigo - ecco, mesi fa su quella casa che evocava piscine e vivai per aragoste è stato fatto volare addirittura un aeroplanino, che recava in coda la scritta: «La legge è uguale per tutti». Per non dire lo studio. «Il Parlamento - tuonava mesi fa il presidente dei senatori ds Angius - è stato trasformato in una succursale dello studio Previti».
Ecco. Un tempo c'erano le ideologie, era tutto meno ingiusto, o almeno: più accettabile. Oggi ci sono solo gli interessi, lo scontro, la salvezza, la morte, la libertà, la galera. Oggi ci sono solo le persone. Cesare Previti, che pure ci sapeva fare, l'ha capito troppo tardi. Non è neppure una questione, come pure dice lui, «lombrosiana». Con qualche ragionevolezza ha notato qualche mese fa: «Non ho la faccia tenera, ma neanche sfatta da settantenne. Hanno scritto anche che avevo la dentiera, invece questi sono tutti denti miei».
Eppure, con tutti i molari, incisivi e canini a posto nessuno più di Previti incarna oggi l'imprevedibile e atroce destino di chi arriva di colpo in politica per recitare, per giunta, la parte dell'amico via via divenuto ingombrante. E' questo il gioco del potere. Prima la gloria e poi undici anni di galera. Quando comparve sulla scena, fu proprio Berlusconi a lanciarlo. E lui se la giocò con qualche smodatezza. Venne fuori un personaggio che sembrava inventato a tavolino per confermare la sinistra nelle sue fobie: esibizioni giovanilistico-muscolari, spacconate parlamentari, ricordi civettuoli di buffetti da parte del Duce, «quand'ero un Balilla raccomandato», astuzie d'«avvocato d'affari», velieri da favola, calcetti parossistici, polemiche anche con Norberto Bobbio, melatonina svizzera, querele con D'Alema, sfoggio primordiale di ricchezze, ministro, e siccome non bastava pure coordinatore di Forza Italia.
Quando si dice un «monstrum». In una manifestazione al circo Orfei - ma sul serio - prima che lui arrivasse, una bella presentatrice catechizzò il pubblico nel seguente modo: «Mi raccomando, appena dico Previti voglio sentire un boato». E così fu, perché la politica è una droga. I giornali gli fecero dei soffietti che a rileggerli in attesa della sentenza non sai se ridere o piangere. Il Giornale dell'Argentario pubblicò un ampio servizio illustrato e tradotto anche in inglese sulla torre che possedeva da quelle parti: «E' il riposo del guerriero. Qui - si legge - la sua proverbiale grinta si diluisce e addolcisce» (his proverbial grit eases off and softens). E insomma divenne così personaggio che una volta finito nei guai giudiziari - il «tritacarne» - uno scrittore intelligente, nemico del giustizialismo e a lui non ostile, ritenne di dover esprimere un «elogio di Cesare e della sua banda».
Un paradosso, un gioco letterario che talmente sfidava il buonsenso e la futura condanna da esprimere «sconfinata simpatia nel Club del delitto», e identificando nell'odierno colpevole una di quelle «nature gagliarde che hanno il privilegio e l'audacia di vivere negli immediati dintorni del cuore selvaggio della vita». Eh, ma nella vita - selvaggia o meno che sia - non si può mai dire. Per cui, a cinque anni e mezzo da quell'elogio così spericolato, le parole forse più vere e umane su Previti si sono lette l'altro giorno in un forum di lettori sul sito dei no-global, Indymedia: «Ho visto Previti parlare in tribunale, da solo, invecchiato e dimagrito, quasi a volersi aggrappare a quel microfono come sostegno delle spalle sempre più curve...».
Pallida controfigura dell'avvocato miliardario, «compagno d'avventura e casini economico-contabili con Silvio e una manica di vassalli all'ombra del "ce pensamo noi" degli anni settanta-ottanta-novanta». E anche questa realistica pietà, magari, segnala la presenza numinosa del «monstrum». Le leggi della politica, così simili ai rovesciamenti e perfino alle vendette più inespresse, gli hanno fatto ispirare personaggi di filmetti di serie B, l'hanno reso oggetto di dileggio permanente, e perfino la tomba gli ha negato il comune di Monte Argentario. Era l'amico di Berlusconi, e lo è ancora. Ma nell'Enrico IV Shakespeare fa dire molto bene al sovrano il dilemma politico degli amici divenuti scomodi: la feroce azione dei loro artigli «mi aveva dapprima insediato sul trono, ma la loro forza può ben farmi temere di essere di nuovo deposto». Anche questo è mostruoso, ma può sempre accadere.
Dagospia.com 1 Maggio 2003