TELEKOM SERBIA - ENZO TRANTINO SVELA: FU IL DS KESSLER A GESTIRE I "PERSONALISSIMI CONTATTI" CON GLI SVIZZERI CHE PORTARONO ALL'ARRESTO DI IGOR MARINI.

Da "La Velina Azzurra" - intervista di Claudio Lanti


Il presidente Enzo Trantino ha accettato di rispondere ad una serie di sovrabbondanti e provocatorie domande della Velina Azzurra. Le sue risposte invece sono scarne ed essenziali, necessariamente compresse nello spazio riservato al ruolo delicatissimo dell'uomo dello Stato e del giurista che Trantino sta affrontando in questi mesi. Suggeriamo al lettore di analizzare parola per parola di queste risposte, taglienti come un rasoio e non prive di un'amara ironia. Se ne delinea il profilo di una verità alquanto inquietante.

Signor Presidente, la nostra Velina Azzurra, fa soltanto domande difficilissime, quindi si prepari. Cominciamo dal sequestro di Marini, scusi se diciamo così. La responsabilità è nostra. Dunque gli svizzeri aspettavano praticamente alla frontiera la delegazione che accompagnava il testimone. Il magistrato consulente della commissione parlamentare si è dimessa dopo l'accusa di aver informato i colleghi della Confederazione. Accuse certamente ingiuste, crediamo. Innanzitutto perché la notizia del vostro viaggio era sui giornali e, secondo, perché l'informazione in se non significava nulla. Se la magistratura svizzera ha acciuffato Marini -un fatto senza precedenti- sembra essere scattato un meccanismo molto più alto. Che tipo di meccanismo, secondo lei?

Marini non è stato "acciuffato" alla frontiera: è regolarmente entrato in Svizzera, a riprova che non vi erano pendenze giudiziarie in territorio elvetico. Dopo diverse ore di permanenza e mentre agiva nell'esercizio di un diritto, guardato a vista a fini di regolarità e per evitare prelievi di comodo, è scattato il "meccanismo", non se "più alto" o più basso. Certo è che in termini giuridici quell'attività del Marini, inerte la delegazione, fa giustizia di chi, ignorando gli atti, pretendeva l'eretica applicazione della rogatoria, che, se invece per errore applicata, avrebbe scatenato la polemica opposta: "perché il lungo tempo dell'attesa, mentre divampano le fiamme mediatiche contro tre personaggi della politica e delle Istituzioni?". L'ufficio di Presidenza ha fatto giustizia approvando alla unanimità la mia relazione. E come poteva non farlo se a legittimare il nostro operato c'era proprio il teorico tardivo della rogatoria a tutti i costi, cioè Kessler!

Ovviamente la consulente dell'antimafia, una giovane magistrato di Genova, non avrebbe potuto esercitare alcun potere d'influenza in Svizzera. E allora, perché mai la suprema Procura elvetica si è agitata tanto per questa storia? E' possibile che sia stata allertata da referenti italiani ben più alti e autorevoli in queste cose. Magari, tanto per dire, qualche ex magistrato o ex avvocato che queste cose le fa da oltre 30 anni per conto dell'opposizione?

I contatti mediati e personalissimi con gli svizzeri li ha tenuti il collega Kessler, attraverso l'inesperienza istituzionale della dott. Nanni, che, da consulente, aveva un dovere prioritario: informare il presidente che, invece, era all'oscuro di tutto. Non lo era, invece, l'on. Kessler; escludo che il vicepresidente Calvi fosse stato preventivamente informato.

Ma questa strana sinergia tra una certa ala della sinistra e i magistrati della Confederazione non Le sembra il frutto di una antica e collaudata collaborazione. Carla Del Ponte ha ancora molti amici sia a Lugano e a Berna sia a Roma e Palermo. E -guarda caso!- la Del Ponte, che era una specialista di riciclaggio di soldi sporchi e non s'era mai occupata di crimini di guerra in vita sua, è andata invece a fare il procuratore generale del tribunale speciale dell'Aja per l'ex Jugoslavia. E proprio lì si è ritrovata subito fra le mani la storia di Telekom Serbia, che è una storia di riciclaggio. Curioso, no? E voi, ce l'avete la possibilità di sentire Milosevic?

Correttezza impone che non mi abbandoni ad ipotesi fondate sui sospetti, che possono apparire ragionevoli, ma che non sono confortati da serio riscontro. La dott. Del Ponte non deve rientrare nella polemica. Abbiamo, ovviamente, il potere di sentire Milosevic, solo però se vi sono segnali di disponibilità.

Torniamo alle carte di Igor Marini. Sembra di capire che erano state spostate da tempo, dalla casa del notaio Boscaro, morto nell'agosto 2002, agli scantinati di un ufficio giudiziario. Ovviamente sarà stato fatto tutto secondo i crismi legali, ma non le pare anche questo un altro abuso senza precedenti? Prima si sequestrano le carte e poi si sequestra il testimone e si arrestano i parlamentari italiani.

Le "carte" del notaio erano presso uffici statali ad hoc, e perché vi era un'eredità con beneficio di inventario e per la eccezionalità della causa mortis: il Boscaro si era schiantato col deltaplano in avaria.

Domanda delicata: cosa ha fatto realmente la Farnesina per tutelare il prestigio del Parlamento e della Nazione? Dica sinceramente, ritiene che la reazione sia stata all'altezza? Oppure qualcuno magari dal Quirinale ha frenato la giusta reazione diplomatica italiana?

La Farnesina è stata prudente come la situazione imponeva. Non si dimentichi poi che stava per partire in visita di Stato in Svizzera il Presidente della Repubblica Ciampi.



E adesso, perché mai la commissione parlamentare ha accantonato per ora la testimonianza di Marini? Perché questo voto all'unanimità. Non è che magari sospettate che Marini potrebbe cambiare versione all'improvviso? Le carceri svizzere non sono mica una vacanza alle Maldive. Pare di capire che ormai il testimone ha fatto la sua parte e che dunque puntate solo alle carte. Ma queste potrebbero restare sepolte in Svizzera chissà per quanto!

La Commissione ha chiesto la contemporaneità di due adempimenti: esame delle "carte" e completamento dell'interrogatorio del Marini. Ci hanno risposto che l'esame documentale necessita di qualche settimana d'attesa, quindi inutile e fonte di nuovo diluvio polemico sarebbe stato un interrogatorio senza contestazioni sul contenuto documentale.

Dunque riepiloghiamo. Marini ha accusato esplicitamente Prodi, Fassino e Dini, nomi cui potrebbero essere aggiunti quelli del ministro del tesoro del 1997 (bisognerebbe andare a vedere chi era) e quello del governatore della Banca d'Italia che mi pare fosse Antonio Fazio. Sembra di capire che quelle accuse, senza le carte non valgono nulla. Dunque la commissione avrebbe chiuso il suo mandato. Non Le viene in mente che chi è entrato in possesso di quelle carte, chi può controllarle, fotocopiarle, passarle a qualche amico ha acquisito un potere di ricatto su uomini chiave delle nostre istituzioni, dunque sull'Italia?

Il "Marini-giallo" non è materia rapportabile al nostro rigore, da tutti, ripeto da tutti, riconosciuto.

Penultima domanda, un po' banale forse. Ma perché mai siete andati a fissare la missione a Lugano proprio alla vigilia della visita ufficiale di Ciampi a Lugano? Ma non siete andati a tirare il cane per la coda?

Le visite nostre e di Ciampi sono imprevedibile coincidenza: incerta la nostra data, già fissata quella del Capo dello Stato.

Ultima domanda, di carattere generale. Lei è d'accordo sul vecchio principio secondo cui "oportet ut scandala eveniant", pensa che un secondo traumatico chiarimento dopo quello di un decennio fa sarebbe positivo per il futuro del nostro povero Paese?

Gli scandali se non sono polverone, sono chirurgica necessità. E' regola del buon governo delle Istituzioni difendere gli onesti e non praticare sconto agli altri.


MA CHI E' QUESTO KESSLER?
ANATOMIA DEL DEPUTATO DS CHE HA SCORTATO IL TESTE MARINI FINO ALLA TRAPPOLA SVIZZERA


L'onorevole Giovanni Kessler non ha nulla a che fare con le celebri gemelle televisive. Però ha molto a che fare con Romano Prodi. Il deputato mandato in Svizzera dall'opposizione a indagare sulle tangenti dell'affare Telekom Serbia è legato molto al maggiore degli imputati virtuali dello scandalo. Kessler è naturalmente un magistrato passato alla politica, multicolore, con profonde radici cattoliche, eletto sotto il simbolo dell'Ulivo nella circoscrizione di Trento-Bolzano, ma grazie ai voti della tirolese SVP. Ed ora è membro del gruppo dei DS alla Camera.

Il ceppo culturale di Kessler è la scuola del defunto monaco Giuseppe Dossetti, di don Lorenzo Milani e Beniamino Andreatta, cioè dei grandi maestri della sinistra cattolica cui si è abbeverato Prodi. Il vendicativo Dossetti, cacciato da De Gasperi per le sue idee marxiste, andò a riflettere per qualche decennio nei conventi e sotto gli ulivi di Gerusalemme. Tornò in Italia dopo la morte della Dc a fondare l'Ulivo d'accordo con il cardinale Martini, il laicissimo Norberto Bobbio, con l'appoggio di Gianni Agnelli e del banchiere bresciano Bazoli. Giovanni è figlio d'arte. Ha sempre succhiato il latte di questa politica, come figlio del boss democristiano del Trentino Bruno Kessler, un moroteo, che passò la sua vita a combattere il proprio partito: di lui Flaminio Piccoli, che sicuramente era una persona per bene e sincera, disse: "Ci siamo allevati una serpe in seno".

Bruno Kessler fu anche, con Andreatta, il maggior fondatore dell'università di sociologia di Trento, celebre per aver dato partorito in laboratorio Renato Curcio e i primi capi delle Brigate Rosse che infatti ammazzarono proprio Moro. Ma il cerchio non si chiude mai. Così è significativo che il Giovanni Kessler abbia fondato a sua volta un'associazione culturale e religiosa dedicata alla figura del vescovo Oscar Romero, anche lui misteriosamente assassinato in Salvador (1980), simbolo e vittima egli stesso dell'eretica Teologia della Liberazione, sconfessata dal Papa e quasi maledetta in Vaticano.

Insomma Vangelo e rivoluzione, un intreccio permanente nella famiglia Kessler, cui Giovanni ha aggiunto il terzo anello rappresentanto dalla toga e dei codici. Sostituto procuratore prima nelle alpi trentine e poi nei torridi avamposti anti-mafia in Sicilia. Nella veste di esperto, Giovanni Kessler ha compiuto varie missioni nel centro-Europa, soprattutto nei Balcani, inviato italiano sotto bandiera dell'Osce. Chissà se ha anche conosciuto di persona Carla Del Ponte. Comunque è ormai un magistrato ad ampio spettro a disposizione della sinistra. Berlusconi direbbe che è una "toga rossa". Con questo curriculum è diventato un figlioccio di Luciano Violante che lo ha voluto come capogruppo dei rappresentanti dell'opposizione nella commissione Tekecom Serbia. Violante sapeva quel che faceva.


Dagospia.com 29 Maggio 2003