ARCHEO - ANCHE ANTONIO DI PIETRO COMMISE UN ERRORE: QUEL GIORNO CHE ROBERTO CHIODI RUBO' UN NUMERO DI TELEFONINO.

Da Il Foglio


Oggi è lunedì 28 giugno 1993. Oggi, come pochi giorni fa, abbiamo pensato ad Antonio Di Pietro, all'eroe di questa Italia che si è scoperta sconcia, e ha trovato il cavaliere che la salverà. E abbiamo pensato a Roberto Chiodi, al giornalista che fra poche settimane pubblicherà sul Sabato la sua verità. Pubblicherà la prima controinchiesta, esprimerà i primi dubbi sull'eroe, racconterà per primo delle amicizie pericolose con i futuri inquisiti di Mani pulite, le inchieste chiuse forse frettolosamente, i telefonini: parte di tutto quello che, negli anni, si scoprirà su questo nostro grande moralizzatore.

(Antonio Di Pietro)


Abbiamo pensato che la curiosità dei più non sarà di verificare se il lavoro di Chiodi era un buon lavoro, ma chi glielo avesse commissionato, chi fosse il mandante. Nell'ottobre del 2000, Di Pietro illustrerà la sua tesi su Micromega: i mandanti furono sostanzialmente Massimo D'Alema e il costruttore romano (e vicino a D'Alema) Alfio Marchini. Smentiranno tutti, naturalmente. E fra dieci anni esatti, Chiodi ci dirà la sua: "Si va sempre alla ricerca di spiegazioni torbide, ma l'unica verità è che io lavorai sei mesi su quel dossier. Ci lavorai a cominciare dalla fine del 1992, quando ero ancora all'Espresso. Di Pietro era un mito, e a me sono sempre piaciuti i miti, mi è sempre piaciuto andare a vedere che altro si può dire, su di loro".



Tutto cominciò, ci racconterà Chiodi, quasi per caso. Chiodi, all'Espresso, era vicino di scrivania di Antonio Carlucci. "Carlucci si sentiva spessissimo con Di Pietro. Un giorno uscì dalla stanza lasciando l'agendina aperta. Io copiai il numero di Di Pietro. Non è bello, ma insomma, lo dovevo fare. Mi incuriosì che Di Pietro avesse un telefonino. E comunque per scrupolo controllai. Tramite una mia fonte ho scoperto che il telefonino era intestato a un'azienda che non conoscevo, la Edilgest. Poi scoprii che la Edilgest apparteneva a un imprenditore che non conoscevo, Antonio D'Adamo. Poi scoprii che D'Adamo era indagato in Mani pulite. Allora capii che il lavoro su Di Pietro doveva andare avanti".

(Mario Pirani e Massimo D'Alema-U.Pizzi)


"L'unica mezza verità riguarda il telefonino: ma era in uso a mia moglie , che con D'Adamo aveva dei regolari contratti di consulenza". Di Pietro al telefono con Borrelli, 13 luglio 1993, secondo il racconto di Barbacetto-Gomez-Travaglio, in "Mani pulite", Editori riuniti, 2002.

Fra molti anni, il 27 giugno 2003, Roberto Chiodi si stupirà ancora della giustificazione di Di Pietro: se il telefonino era in uso alla moglie, perché Carlucci lo aveva in agenda? E si stupirà delle immediate e sdegnate smentite che riceverà il suo "dossier Di Pietro": "Il dossier fu in edicola il 17. Ma uscì qualche anticipazione il 13. Sulla base di quelle anticipazioni, il procuratore Francesco Saverio Borrelli parlò di 'pettegolezzi, insinuazioni e calunnie'. Ma dico, la calunnia è un reato grave. Non disse 'diffamazioni', disse 'calunnie', prima ancora di leggere l'inchiesta. Per dire la serenità che c'era in quei tempi". Chiodi ci racconterà che il lavoro fu lungo, ma soprattutto perché dovette trovare le pezze d'appoggio. Le prove. "Il mio dossier non è mai stato querelato", ci dirà Chiodi.

(Francesco Saverio Borrelli con la moglie-U.Pizzi)


Ma in quanto alle notizie, "be', quelle le conoscevano tutti i cronisti. Molti, quantomeno. Erano cose di cui si parlava. Me le spiegarono nei dettagli colleghi che sui loro giornali non potevano sognarsi di raccontarle. Ho poi visto, per esempio, il gran lavoro fatto negli anni da Filippo Facci, e anche in quei mesi. Il suo 'Omissis di Mani pulite', molto bello, è stato evidentemente ispirato dalle stesse fonti cui poi mi sono rivolto anch'io". Fra molti anni, infine, Chiodi ci dirà di avere un rimpianto: non esser potuto andare avanti. Fra pochi mesi, a novembre del 1993, il Sabato chiuderà, e per Chiodi comincerà un periodo di difficoltà. "Che rabbia. Penso a quando Pacini disse, senza sapere di essere intercettato, che se fosse stato in me sarebbe andato in Austria a cercare un certo conto. Ma io non avevo più un giornale per cui farlo".


Dagospia.com 29 giugno 2003