CIAK, MI GIRA - A ROTH DI COLLO - LA RONDA DI RONDI - NO MULLER'S LAND - KITSCH MAGIARO - GHEZZI SICILIANI.

Michele Anselmi per Il Giornale


Alle 2 di notte in punto la faraonica delegazione di "La macchia umana" fa ritorno all'hotel Excelsior dopo la proiezione pubblica al Palazzo del cinema e il successivo party sulla spiaggia davanti al Des Bains. Il primo a entrare è Anthony Hopkins, elegante e distratto, che prende subito la via del bar tampinato dalle guardie del corpo. Lo seguono a ruota l'attore Gary Sinise, minuto e gentile con le fans, e il produttore Harvey Weinstein, squadrato e circondato dal consueto codazzo di sventolone piuttosto desnude. Nel gruppo, a sorpresa, compare Randy Ingerman: bella e sexy nel suo abito attillato color carne, i capelli incollati dal gel e lo sguardo da amazzone. Ma l'atmosfera, in verità, non sembrava delle più allegre: come se alla 01 (che distribuisce) e alla Miramax (che produce) avessero capito l'antifona. Difatti il risveglio, dopo la notte di bagordi, ha portato con sé una rassegna stampa poco incoraggiante, trapunta di giudizi freddi se non negativi. Vedrete però che le stroncature non scuceranno un baffo ai cultori di Philip Roth: ormai, anche in Italia, formano un autentico partito, pugnace e compatto, a prova di dubbio.

UNA POLTRONA PER RONDI. Domanda: ma come fa Gian Luigi Rondi, decano della critica nonché ex direttore della Mostra ed ex presidente della Biennale, a sedersi al Palagalileo sempre sulla stessa sedia? Dal suo osservatorio personale, penultima fila in alto a sinistra guardando lo schermo, il critico del "Tempo" guadagna velocemente l'uscita, ancor prima che si accendano le luci a fine proiezione. Quanto all'ingresso in sala, il mistero è presto spiegato: Rondi, in virtù dell'età e dell'onorato servizio, non fa mai la fila. Con speciale deroga della Biennale, entra in sala da un ingresso secondario, un quarto d'ora prima degli altri, in modo da poter comodamente guadagnare il suo posto. Piccoli privilegi cardinalizi.

SPERIMENTALE A CHI? Marco Müller, ex direttore del festival di Locarno e ora produttore da Oscar dopo "No man's land", è arrabbiato con "la Repubblica". Sostiene che una giornalista del quotidiano gli ha fatto dire a caldo, in merito alla riforma del cinema proposta dal ministro Urbani qui al Lido, una cosa che non pensava. E cioè: "Il decreto legislativo rischia di danneggiare i piccoli produttori indipendenti facendo ricadere i finanziamenti sui soliti noti in grado di garantire solidità commerciale e un rapido rientro al botteghino". L'interessato, nel ribadire che il suo non è "cinema sperimentale", ha fatto sapere a un consigliere del ministro di non essersi affatto espresso in quei termini criticoni. Müller è uomo avveduto e diplomatico. Ma scommettiamo che d'ora in poi sarà ascritto d'imperio al cinema di centrodestra?



SPETTRO MAGIARO. Uno spettro si aggira per l'Europa. Per propiziare l'ingresso nella UE, l'Ungheria ha prodotto una serie di cortometraggi. Capita. Solo che Moritz de Hadeln ha pensato bene di inserirla tra gli eventi speciali, piazzandola come antipasto al film di Edoardo Winspeare in concorso. Morale: una platea stracarica di giornalisti, per lo più italiani, si è dovuta sorbire i 36 minuti di "Europabol Europaba" ("Dall'Europa all'Europa"). Prima attonita, poi seccata, infine esilarata. Il filmetto si è già conquistato il Leone d'oro del kitsch. Non che i dieci cineasti chiamati a dar voce alla voglia di Europa dei magiari siano delle schiappe: si va da Istvan Szabo a Miklos Jancso e Ildiko Enyedi. E difatti un paio di episodi strappano qualche risata. Ma poi, tra bambini che cantano l'inno nazionale, violinisti tzigani ubriachi e cavalli lipizzani con le criniere al vento, l'effetto trash si impone. "Benedici i magiari, o Signore!".

BATTUTE. "Solo i francesi sanno offrire uova soda con tanta presunzione" (da "Le divorce" di James Ivory"). "Anche il lupo ha la sua Provvidenza: il cielo a pecorelle" (da "Il ritorno di Cagliostro" di Ciprì e Maresco).

GHEZZIANA. "So di preferire il Siciliano di michaelcimino non solo al film di Benvenuti ma anche al Salvatore Giuliano di francescorosi, peraltro talmente classico e secco da bruciare quasi per sempre l'icona, così che a Cimino restò solo da giocare la carta della fissità bolsa vuota di Lambert". Da "l'Unità" di ieri (le minuscole sono volute).


Dagospia.com 1 Settembre 2003