I MIEI GIORNI A BLA-BLA-BLA-BAGHDAD
DA CHE GHEVARA A ETCHEGARAY, DA FINI A D'ALEMA: CHE LIBRIDINE!
COTRONEO VS. LILLI: "SMETTILA DI FARE LA CUCCARINI RADICAL CHIC."

Reportage di Umberto Pizzi


PRIMO TEMPO - CARA LILLI GRUBER, TI SCRIVO.
Roberto Cotroneo per http://blog.espressonline.it



Mala tempora. Oggi il "Corriere della sera" ospita la pubblicità della presentazione del nuovo libro di Lilli Gruber. Ora chiariamo subito: ho stima di Lilli Gruber. Proprio per questo la inviterei a riflettere sul pasticcio combinato. Analisi attenta, per punti.

1. Paratesto editoriale. "Soglie" come direbbe Genette. A sinistra della pubblicità una fotografia mostra la copertina del libro. Sotto l'autore e il titolo ("I miei giorni a Baghdad") il volume reca una fotografia della Gruber in copertina. Sullo sfondo una Bagdhad ingrigita dai bombardamenti. In primo piano Lilli come l'abbiamo vista negli ottimi collegamenti dal Tg. Bene non si fa, è demi-monde mettere l'autore in copertina, toglie autorevolezza. Si fa coi comici televisivi, o con l'autobiografia di un grande autore. Ma devi avere ottant'anni e magari pure un Nobel.

2. Parte centrale della pubblicità, il testo che informa della presentazione. Si legge: "La giornalista più amata dagli italiani racconta la guerra che ha diviso il mondo". Buona per la seconda parte. Ma la prima parte? "La giornalista più amata dagli italiani"? Due considerazioni. Prima. Poniamo che sia vero, che una task force di sondaggisti abbiano setacciato il paese per sapere se la Lilli è più amata della Botteri o della Maria Luisa Busi. Poniamo che il risultato sia si', è vero. Sette italiani su dieci dicono che lei è la più amata.

Buon gusto direbbe che non è il caso di spiattellarlo in un libro di guerra e dolori. Peccato però che ovviamente non è vero. Nel senso che nessuno può dire che la Gruber sia la giornalista più amata dagli italiani. E poi l'unica che prima d'ora aveva usato questa formula era la ditta di cucine Scavolini, a proposito dei suoi fornelli, dei suoi piani cottura e di Lorella Cuccarini. Ma in quel caso "la più amata dagli italiani" conteneva un semiotico fondo di ambiguità. Non potevi decidere se fosse proprio la Cuccarini, o la cucina stessa a essere "più amata dagli italiani".

3. Quot. Si chiama cosi' in termini editoriali. La frase tratta dal libro, dell'autrice, per valorizzare il prodotto editoriale. "Ho tentato di dare ordine agli avvenimenti sparsi che, giorno dopo giorno, ho raccontato. E mi sono assunta un rischio: quello di aprire la porta sui sentimenti". Allora, come al solito per la prima parte bene. "Mi sono assunta un rischio", è invece un italiano perlomeno discutibile, buono al massimo per un promotore finanziario, non per la giornalista più amata dagli italiani.

L'ultima parte, con tutto il rispetto, perché credo che i sentimenti siano una cosa dilagante in contesto drammatico come quello di Bagdhad, l'ultima parte dicevo è tamaresca. D'altronde anche la Tamaro crede di essere la scrittrice più amata dagli italiani. Ma la porta sui sentimenti, Lilli, si apre senza dirlo, tantomeno in una quarta di copertina, o nella pubblicità di una presentazione. E' un problema di eleganza.

4. Dopo tutto questo ti aspetteresti come presentatori, una Silvia Vegetti Finzi, Umberto Galimberti, Gino Strada e Luciano Canfora. Tanto per dire. E invece eccoti la tentazione - riuscitissima - dell'esthabliment. Terribile vizio italiano: Reginald Bartholomew, ex ambasciatore americano in Italia; Massimo D'Alema, presidente Ds, ex presidente del Consiglio, Gianfranco Fini, leader di An, vice presidente del Consiglio. Modera il direttore di Limes (e questo va bene), Lucio Caracciolo. E tra i presentatori Anna Cataldi, che è una giornalista, e almeno lei conosce Baghdad. In fondo, carattere corsivo: sarà presente S.E. Card. Roger Etchegaray. Sarà presente in che senso? Parla? Farà una domanda, interverrà? O potremmo soltanto vederlo? E perché non sta tra i relatori? E' meno importante di Fini? O lo è troppo? E allora Fini o D'Alema non dovrebbe vagamente infastidirsi. Oppure, essendo Etchegaray inviato dal papa in Iraq per scongiurare la guerra non è in grado di parlare ufficialmente alla presentazione di un libro? Probabile, ma allora perché mettere "sarà presente"? Per aumentare il grado di trionfo di una presentazione da parata?

E allora, cara Lilli Gruber sei stata a Bagdhad, rischiando la vita come molti altri giornalisti. Hai fatto il tuo lavoro. Poi hai scritto un libro, giustamente, perché in un servizio televisivo non riesci a metterci tutto. Siamo di fronte a un dramma che ci porterà altre sventure. Il dramma di una guerra assurda. Invece di presentarti al Residence di Ripetta in alta uniforme, tra frasette e fotografie, e slogan da pensili in listellato di faggio, visto che il libro è un bel libro, vai a presentarlo nelle scuole, tra i ragazzi, nelle librerie di provincia, e almeno tu, fai un gesto autentico, in un paese finto e sempre più finto, risparmiaci queste lustrini. Te lo puoi permettere.

SECONDO TEMPO - GRUBERIZZATEVI CON LILLIPUT.
Da Il Foglio

"Io sono un grande presentatore di libri". Per fortuna che c'è Massimo D'Alema, e per fortuna che - con la debole scusa dell'ordine alfabetico - l'hanno fatto parlare verso la fine, altrimenti a quest'ora la sala in cui si presenta il libro di Lilli Gruber si sarebbe già svuotata. Non per Lilli, che è un genio mediatico e con immoto sorriso si guarda intorno tutto il tempo controllando chi c'è e distribuendo cenni di saluto. Non per il cardinale Etchegaray, che in deroga all'ordine parla per primo, "richiamato da più alti impegni concistoriali". Neppure per Bartholomew.

Forse, ma è solo un'ipotesi, sarebbero fuggiti a causa di Anna Cataldi, che con logica ferrea e voce vibrante ha spiegato che in Italia non c'importa delle sofferenze dei bimbi in guerra perché non facciamo figli. Qui il cardinale s'invola verso il Concistoro, la sala invece resiste compatta, e ascolta D'Alema raccontare degli americani visti in Iraq, dell'"impressionante sensazione del vincitore assediato in un mondo col quale non riusciva a comunicare".

E mentre lui parla dell'iracheno che gli disse "voi europei parlate tanto, ma se non c'erano gli americani a liberarci da Saddam Hussein. adesso però dovreste liberarci dagli americani" in un angolo della platea Michele Santoro si regge la faccia con una mano come fosse ancora in onda.


Dagospia.com 23 Ottobre 2003