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SALINI E GLI “OMETTI” CHE SI METTONO AL CENTRO DI TUTTO
Estratto dell'articolo di Mario Ajello per “il Messaggero”
L’ultimo arrivato interpreta sempre a proprio favore la realtà, anche quando la realtà dice altro.
L’ultimo arrivato, che si atteggia a “fantuttone”, quando invece a fare sono gli altri mentre lui punta a narrare e a farsi narrare al disopra e a dispetto del vero, è il tipo umano di cui Nietzsche diceva: «Non sono le vittorie a rendere grandi, ma l’interpretazione che se ne dà».
L’interpretazione di comodo, naturalmente. Appartiene a questa genia di uomini o di “ometti”, italianissima ma solo di certa Italia, Pietro Salini. Per capirci, un certo tipo di “ometto” che si mette al centro di tutto.
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L’amministratore delegato di Webuild è un gran conoscitore della tecnica dell’aggiunto. Cioè di chi arriva – è il caso del consorzio per la Metro C – a cose già ideate, progettate e avviate e invece di considerarsi laterale e supplementare cerca di dare l’impressione di essere il cuore e la mente di una grande opera alla cui gara d’appalto originaria non ha partecipato [...].
[...]
Salini il complementare rilevò con la sua Webuild la società Astaldi, che era nel progetto della metro, ed entrò così, per combinazione, in seconda battuta, non per caso ma come subentrante della società acquisita, nella realizzazione di questa infrastruttura cruciale per la modernizzazione della Capitale.
Ma si sa come sono fatti gli ultimi arrivati. C’è un detto popolare che spiritosamente li descrive: «Si trasut ‘e spighetto e ti si mis ‘e chiatto».
Significa che una persona è entrata in una situazione senza che quella situazione l’avesse creata o gli appartenesse e poi, aggiuntasi, quella persona si è volutamente piazzata al centro, si è sistemata e ha preteso di essere riconosciuta molto più di quanto il suo ruolo le consentisse.
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Salini ‘o spighetto che s’allarga o meglio che si racconta, che si fa raccontare e che si espone come il fulcro della situazione, l’ombelico della grande opera, la mente e il cuore della stessa?
[...]
L’ostentazione di un ruolo, il pavoneggiamento intorno a quel presunto ruolo, l’overdose comunicativa a proposito di quel ruolo cercano di produrre una verità alternativa ma il gioco è abbastanza scoperto, per chi lo vuol vedere.
Salini e chi, sui giornali e nei media fabbrica incessantemente la sua gloria ed espande il suo Io, fanno di una lateralità una centralità e dell’appendice di un’opera scritta da altri il cuore e l’autore, senza averne la paternità, di quell’opera.
E insomma, Salini entra in scena come se il cantiere fosse il suo, come se il consorzio fosse il suo, come se il successo nell’appalto fosse il suo, come se il destino della metro della Capitale dipendesse non da chi l’ha congegnata assumendosi responsabilità e notevoli sforzi creativi e organizzativi, ma da chi è subentrato in corso d’opera.
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Gli uomini o gli “ometti” che si mettono al centro, perché il centro sono Io – chissà da dove deriva questa presunzione – sono quelli che alla maniera del titolare di Webuild anzi di I Build sembrano vivere una continua ansia di prestazione.
Non quella silenziosa di chi sta chino sui calcoli, sulle cartine, sulle tecniche, ma dell’imprenditore-comunicatore, dell’abile prestigiatore che ostenta fattività e dà mostra - i corifei servono a questo - di avere visione lunga ma la visione è la visione altrui.
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[...] Salini [...] rappresenta la tipologia che abbiamo detto. L’ultimo che si spaccia per primo non arriva mai in punta di piedi.
Entra in scena come se fosse atteso da tempo, come se il posto fosse rimasto vuoto solo per lui. In realtà, il posto è occupato da chi opera da molto tempo prima. Ma lui non lo vede. O finge di non vederlo.
C’è in lui un rapporto problematico con il merito. Non lo nega, ma lo ridefinisce. Il merito non è più una questione di percorso, bensì di esposizione e di auto-proclamazione. Conta chi parla di più, non chi ha fatto di più.
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Il senso della misura in Salini, che pure ha altri meriti, e ha una lunga storia imprenditoriale, è poco praticato: non è il suo forte.
Dove invece riesce pienamente è nell’arte dell’abile prestigiatore. Ma la realtà ha bisogno di realtà e non di infingimenti.
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pubblicita di webuild sull archeostazione del colosseo - il messaggero
FRANCESCO GAETANO CALTAGIRONE PHILIPPE DONNET
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francesco gaetano caltagirone - ILLUSTRAZIONE DI FRANCESCO FRANK FEDERIGHI PER IL FATTO QUOTIDIANO
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