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Ugo Bertone per “il Foglio”
Et voilà. Vincent Bolloré, finanziere d’antica casata, numero 451 nella classifica di Forbes dei magnati dell’economia, è al centro degli affari di casa nostra, stavolta in uno dei crocevia più delicati, dove si intrecciano le sorti di Telecom Italia, il possibile futuro di Mediaset e, chissà, la nascita di un’alleanza internazionale che potrebbe coinvolgere la società italiana e la parigina Vivendi, di cui è vicepresidente e socio al cinque per cento dalla metà di giugno. Lui, per ora, tace.
Si gode l’inedita posizione di ago della bilancia che la sorte gli ha regalato senza dover rischiare un euro. Pronto però a dire la parola decisiva entro fine agosto, quando il consiglio parigino di Vivendi dovrà scegliere la sorte di Gvt (Global Village Telecom), società brasiliana della scuderia Vivendi che non ha mai prodotto un solo real di utile ma che, forte di una rete di fibra ottica, è protagonista sia nella banda larga che nella pay tv dove conta già più di 700 mila abbonati (contro i 5 milioni di At&t).
Il 28 di agosto il consiglio di Vivendi dovrà pronunciarsi sull’offerta indecente (più di dieci volte il margine operativo) di César Alierta, numero uno di Telefónica, che, come un novello Don Rodrigo, vuole impedire che vadano in porto le nozze tra Gvt e Tim Brasil, il gioiello in terra carioca di Telecom Italia, operazione che può creare più di un problema al grande di Spagna. Anzi, lo stesso Alierta ha offerto a Bolloré di prendere il suo posto in Telecom, offrendosi di vendergli un pacco di azioni che vale una pur piccola maggioranza relativa. Dietro c’è la mano di Silvio Berlusconi, sono subito insorti i pasdaran anti Arcore.
Non è forse vero che Vincent Bolloré, vice-presidente di Mediobanca, si è recato pochi giorni fa in visita a Pier Silvio Berlusconi? In realtà, molti indizi vanno in altra direzione. Da Vivendi, scrive l’Echos, l’offerta di azioni Telecom è stata accolta con grande scetticismo: che ce ne facciamo di una quota, rilevante ma non decisiva, in una società indebitata e che richiede tante cure e capitali? In un caso del genere, meglio partner che padroni. Ed è di una possibile alleanza che discutono Telecom e Vivendi.
Magari un’alleanza industriale, oggi in Brasile domani chissà. L’integrazione in sud America non presenta problemi, anzi viene incoraggiata dal governo carioca. In Italia? Lo spazio, almeno in teoria, c’è. Bolloré ha preso in mano a giugno una Vivendi più ricca, concentrata sui contenuti editoriali e musicali, ma assai più debole sul fronte delle Tlc, dopo la cessione di Sfr. Insomma, meglio Telecom che la vendita a Telefónica che del resto offre tanta carta (cioè azioni) e poco cash.
Purché les italiens stavolta si facciano sotto con un’offerta importante, tale da convincere i consiglieri di Vivendi. Ovvero, non ci si limiti al Brasile, ma s’aprano le porte a una grande alleanza tra la società italiana e un grande produttore di contenuti internazionale come Vivendi, nella cornice delle convergenze che si stanno delineando tra le società del settore e le Tlc. E Mediaset?
silvio berlusconi forza italia
“Ci vogliono grandi alleanze tra telefonia e tv o ci spazzano via”, dichiara Antonello Giacomelli, sottosegretario allo Sviluppo economico con delega alle telecomunicazioni. La rivoluzione in atto all’insegna dell’integrazione tra contenuti (sport e fiction in testa) e mezzi di tramissione (banda larga, mobilità) sta travolgendo gli steccati tradizionali. E non è più tabù immaginare alleanze a tutto campo tra gruppi delle Tlc e fornitori di contenuti con un occhio alle dimensioni:
in un mondo dove si può immaginare la fusione, per ora saltata, tra Fox e Time Warner, non si può demonizzare un’alleanza tra Mediaset e Telecom consolidata da altri partner internazionali che garantiscano i mezzi finanziari per giocare nella serie A dell’entertainment, come ha sempre voluto fare Berlusconi (e come purtroppo gli riesce ormai difficile col Milan).
Certo, per condurre in porto un gioco così delicato ci vuole un negoziatore abile, capace di non spaventarsi di fronte al rischio naufragio. E su questo terreno nessuno vanta più numeri di monsieur Bolloré, capace di riemergere più volte dalle turbolenze italiane. Cresciuto alla corte di Antoine Bernheim, gli toccò accompagnare alla porta delle Generali l’ex maestro ormai intrattabile.
Con sprezzo del pericolo, ha tentato, fallendo, di salvare l’impero Ligresti. Finì in purgatorio, a Trieste, per aver eccepito alle operazioni praghesi di Giovanni Perissinotto. Sembrava destinato a scomparire dai radar della finanza. Al contrario ha recuperato potere e prestigio in Mediobanca. Oggi è il grande arbitro che a fine agosto pronuncerà il fatidico “les jeux sont faits”. E nei giochi, statene certi, lui ci sarà, e forse anche il Cav.
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