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“DATI TRUCCATI, INFLUENZE SUI FUNZIONARI PUBBLICI DI ALTISSIMO RILIEVO, SIA NAZIONALI CHE EUROPEI E NOMINE SUGGERITE AL MINISTERO DELL’AMBIENTE” - LE ACCUSE MOSSE A LUCIA MORSELLI, EX AMMINISTRATRICE DELEGATA DELL’EX ILVA, PER LA QUALE LA PROCURA DI TARANTO HA CHIESTO L’ARRESTO. ECCO COME FUNZIONAVA IL SISTEMA ATTRAVERSO CUI I VERTICI DELL'EX ILVA AVREBBERO MANIPOLATO DATI PRODUTTIVI E CERCATO SPONDE NELLE ISTITUZIONI. IL RISCHIO DI LEUCEMIA INFANTILE AUMENTATO DEL 250%, GLI IMPIANTI SENZA MANUTENZIONE E LA TRUFFA AI DANNI DELL’UE - AGLI ATTI ANCHE I CONTATTI CON LA VICEMINISTRA LEGHISTA GAVA (A CUI NON VIENE ATTRIBUITA ALCUNA CONDOTTA ILLECITA)...
Giuliano Foschini per repubblica.it - Estratti
I rischi di tumore per i bambini erano superiori anche del 250 per cento rispetto al dovuto. Ma l’obiettivo dell’azienda, secondo la procura di Taranto, era andare avanti. Come? Truccando i dati , «influenzando funzionari pubblici di altissimo rilievo, sia nazionali che europei».
E cercando di condizionare le istituzioni, fino ai vertici del ministero dell’Ambiente. Suggerendo per esempio nomine alla viceministra leghista all'Ambiente, Vannia Gava. È una delle accuse più pesanti mosse a Lucia Morselli, ex amministratrice delegata di Acciaierie d’Italia, per la quale la procura di Taranto ha chiesto l’arresto.
Secondo i magistrati, Morselli e Franco Bernabè, la prima «su specifica direttiva di Mittal Aditya», si sarebbero adoperati, «sfruttando relazioni esistenti, anche attraverso Di Marco Vito, a influenzare funzionari pubblici di altissimo rilievo, sia nazionali che europei», per ottenere la restituzione delle quote gratuite di CO2. E Morselli avrebbe dato mandato al direttore dello stabilimento Alessandro Labile di «creare e produrre atti e documenti contenenti dati non veritieri» per recuperare quelle quote.
È uno dei passaggi centrali del decreto, che Repubblica pubblica in esclusiva, con cui il gip Francesco Maccagnano ha fissato gli interrogatori preventivi nell’inchiesta sull’ex Ilva. Sedici pagine che ricostruiscono un sistema nel quale, secondo l’accusa, i vertici della fabbrica avrebbero manipolato dati produttivi, cercato sponde nelle istituzioni e sacrificato manutenzioni e sicurezza per aumentare i profitti. Al centro c’è Morselli. Per la procura era il «capo, organizzatore ed esecutore dei reati fine» di un’associazione per delinquere nata per «massimizzare i profitti e ridurre al minimo indispensabile i costi e le spese».
La manager, scrivono i magistrati, «ispirava, promuoveva, sovraintendeva e dirigeva ogni fase delle condotte criminose del sodalizio». In concreto significava impartire ordini per tagliare le spese, soprattutto quelle necessarie a tenere in sicurezza la fabbrica. Fino a bloccare, «pur a fronte di drammatiche richieste dei capi reparto», gli acquisti di macchinari, pezzi di ricambio e materie prime. Sopra di lei, nella ricostruzione accusatoria, Aditya Mittal, indicato come «promotore del sodalizio», che avrebbe dettato le direttive sul blocco delle manutenzioni e sul recupero delle quote di CO2.
Le conseguenze di questa gestione, secondo i magistrati, si sarebbero viste innanzitutto fuori dai cancelli. Nel quartiere Tamburi, dove le emissioni di gas coke contenente benzene avrebbero provocato «una compromissione ed un deterioramento significativi e misurabili dell’aria della città di Taranto». Tra il 2022 e il 2023 le centraline hanno registrato 387 superamenti delle soglie di riferimento per l’esposizione acuta al benzene. La procura parla della «vastità degli effetti lesivi e dell’elevato numero delle persone esposte a pericolo»: 16.346 abitanti, oltre ai lavoratori dello stabilimento. E richiama gli studi sul rischio sanitario, fino a quell’«eccesso di rischio di circa il 250% di comparsa di una leucemia mieloide acuta infantile» che rappresenta uno dei passaggi più drammatici del capo d’imputazione.
Dentro la fabbrica, intanto, si sarebbe risparmiato su tutto. Gli impianti venivano lasciati senza manutenzione, i pezzi di ricambio erano «inidonei, di scarsa qualità, recuperati da altri impianti o acquistati da rivenditori non specializzati». I nastri trasportatori, frequentemente interessati da incendi, venivano «rattoppati» con «pezzi di tappeto trovati qua e là».
Sui binari della rete ferroviaria interna si utilizzavano tiranti al posto delle traversine, una soluzione «totalmente inidonea». E gli incidenti si moltiplicavano (...)
Francesco Astorri, responsabile delle ispezioni Ispra, è accusato di aver «asservito sistematicamente la pubblica funzione» agli interessi dell’azienda, «ridimensionando le violazioni emerse nel corso delle visite ispettive», respingendo le richieste di Arpa Puglia e ostacolando gli accertamenti sulle emissioni. In cambio, secondo i magistrati, avrebbe ottenuto da Morselli e Labile la promessa di un incarico dirigenziale.
I due avrebbero quindi segnalato il suo nome a Vannia Gava, allora viceministra dell’Ambiente, perché fosse preso in considerazione per la guida di un dipartimento Ispra. È su questa promessa che si fonda la contestazione di corruzione. Il decreto non attribuisce a Gava alcuna condotta illecita.
L’altro grande capitolo riguarda i soldi. Per la procura, attraverso una truffa ai danni dell’Unione europea, Acciaierie d’Italia avrebbe ottenuto indebitamente quote gratuite di emissione per 342.435.323,36 euro. Tutto nasce dalla riduzione della produzione del 2019, che aveva comportato la perdita di una parte delle quote di CO2 assegnate per il 2020. Mittal, secondo i magistrati, avrebbe dato mandato a Morselli di «adottare ogni mezzo» per recuperarle.
E da qui sarebbero partite le pressioni sulle istituzioni, le interlocuzioni con i funzionari e soprattutto la manipolazione dei dati. La produzione di ghisa del 2019 sarebbe stata ricalcolata, passando da 4.172.859 a 4.296.313 tonnellate, così da superare la soglia necessaria per ottenere nuovamente le quote. Un ricalcolo che gli inquirenti considerano falso, costruito attraverso campionamenti successivi e criteri tecnici non giustificati. Alla fine, attraverso «artifici e raggiri», gli indagati avrebbero indotto «in errore la Commissione dell’Unione Europea», ottenendo 4.936.172 quote gratuite e un «ingiusto profitto, con pari danno per l’Unione Europea».
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