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“DIETRO LA PAROLA OCCIDENTE NON C’È UN'IDENTITÀ, MA UNA RELAZIONE DI POTERE TRAVESTITA DA GEOGRAFIA” - IL GIORNALISTA CARLO PIZZATI, CHE VIVE IN ASIA DA UN DECENNIO, SI LANCIA IN UN'INVETTIVA CONTRO L'UTILIZZO AD MINCHIAM DELLA PAROLA OCCIDENTE: “L’OVEST NON È UN LUOGO, MA UNA DIREZIONE: DESCRIVE IL SUO RAPPORTO CON QUALCUN ALTRO, UN MODELLO O UNA PREDA. OGGI DIETRO QUELLA PAROLA C’È L’EGEMONIA AMERICANA. È IL NOME DI CORTESIA CHE ABBIAMO DATO ALL'AMERICANIZZAZIONE DEL MONDO ATTRAVERSO LA GLOBALIZZAZIONE" (E INVECE L'EGEMONIA CINESE A SUON DI PROPAGANDA, INVASIONE COMMERCIALE E RICATTI CON LA VIA DELLA SETA VA BENE?)

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Estratto dell’articolo di Carlo Pizzati per “la Repubblica”

 

il declino dell occidente 4

C'è una parola che da qualche anno non riesco più a scrivere senza sentire che suona un po' falsa.

Viene scandita battendo il pugno sui podi, brandita come una password che apra ogni porta e chiuda ogni discussione: i valori dell'Occidente. La ripetono i sovranisti che si sentono assediati da sud e da est, la ribadiscono gli esperti di geopolitica, la ridicono, con timbri opposti, tanto una certa destra che si crede in guerra di civiltà quanto una certa sinistra che si crede erede dei Lumi.

 

Ogni volta che la sento, invece della solidità che chi la pronuncia vorrebbe evocare, avverto il rumore di una scatola che sbatacchia a vuoto. [...] Cos'è l'Occidente? Quando nasce, cosa è diventato, cosa vuol dire oggi?

carlo pizzati

 

Cominciamo dal nome, più onesto di chi lo usa. In tedesco l'Occidente si dice Abendland, la terra della sera. In latino era l'occidens, il luogo dove il sole cade, da occidere, cadere, tramontare. In ogni lingua, questa parola non indica una civiltà né un sistema di valori, ma la direzione in cui la luce muore.

L'Occidente è, alla lettera, il posto dove si fa buio. [...]

Chi oggi invoca l'Occidente come un bastione, un'alba di valori da difendere, sta usando senza saperlo una parola che vuol dire esattamente il contrario. Ma Occidente rispetto a cosa?

 

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Perché ovest non è un luogo. È una direzione. Il mio ovest è l'est di qualcun altro. Ogni civiltà che ha usato questa parola vi ha abbinato un contenuto diverso, tarato sulle proprie paure e desideri. Per gli intellettuali russi dell'Ottocento, gli zapadniki, gli occidentalisti che si opponevano agli slavofili, l'Occidente era l'Europa: Parigi, il parlamento, il diritto, i Lumi, tutto ciò che la Russia arretrata avrebbe dovuto importare per smettere d'essere se stessa.

 

[...] Un secolo e mezzo dopo, quando Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev evocano la decadenza dell'Occidente, guardano nella stessa direzione e vedono il nemico. La parola è identica, il contenuto rovesciato. [...]

dmitrij medvedev vladimir putin

 

Per gli americani, la parola ha preso una piega opposta e ancora più rivelatrice. Il loro ovest, il West con la maiuscola, non era un altrove da imitare o da temere, ma terra di conquista. [...]  Era il vuoto da riempire, il "selvaggio da civilizzare", e per definizione presupponeva un Altro da spingere via o cancellare: il nativo americano, il messicano, chiunque fosse già lì.

 

La frontiera dava una versione laica del Manifest Destiny e marchiava come Altro tutto ciò che le si opponeva. L'Occidente americano non nasce come patrimonio di valori, ma come movimento di conquista che ha bisogno di un nemico per definirsi e se lo produce mentre avanza.

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Nel 1890 fu dichiarata chiusa la frontiera del "selvaggio West". Da allora, il nemico è diventato prima il tedesco, poi il sovietico, il jihadista, il cinese, l'iraniano.

 

Il russo guarda a ovest e vede una civiltà da raggiungere o da combattere. L'americano guarda a ovest e vede uno spazio da possedere e degli indigeni da rimuovere. In entrambi i casi, Occidente non descrive chi lo pronuncia, ma il suo rapporto con qualcun altro, un modello o una preda. È già, in nuce, quello che diventerà nel Novecento: non un'identità, ma una relazione di potere travestita da geografia.

donald e melania trump vignetta natangelo

 

Allora la domanda è chi abbia coniato l'Occidente che invochiamo oggi e per nascondere cosa. La parola è antica. La usava la Roma tardo-antica, dopo che Diocleziano divise l'impero in due. E poi la cristianità latina contro Bisanzio e contro l'Islam.

Il concetto politico ha perfino un indirizzo civico, il 17 di rue Monsieur-le-Prince a Parigi, dove negli anni '40 dell'Ottocento Auguste Comte conia l'Occidentalité. Europa e cristianità non gli bastavano, perché includevano la Russia ortodossa ed escludevano i coloni d'America e d'Australia. Gli occorreva una parola che tenesse fuori i russi.

E la inventò. Spengler, come abbiamo visto, ne fece un destino.

 

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Ma l'Occidente con la maiuscola che si sente pronunciare oggi dai podi, quello fatto di "valori condivisi" e di un "blocco compatto da difendere", prende la forma attuale dopo il 1945. A costruirlo furono la Guerra Fredda e le sue istituzioni: Bretton Woods nel 1944, il Piano Marshall nel 1947, la Nato nel 1949. Serviva un nome che tenesse insieme sotto un'unica bandiera l'Europa occidentale e il Nord America contro il blocco sovietico, e quel nome fu l'Occidente, il "mondo libero". Non era una civiltà che si riconosceva, ma un'alleanza militare che si dava un'anima.

 

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Lo studioso David Gress ha intitolato un saggio, con perfetta ironia, From Plato to Nato, "Da Platone alla Nato", come se ci fosse una linea diretta che va dai dialoghi socratici al quartier generale di Bruxelles. Invece quella linea, si sa, fu disegnata a tavolino, nel dopoguerra, per necessità strategica. Anzi, la si cominciò a tracciare già nella guerra precedente. Il primo corso di Western Civilization alla Columbia University nacque durante la Prima guerra mondiale e si chiamava War Issues, questioni di guerra. Ed è qui che il prendere a pugni il podio diventa tragicomico.

 

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Dietro quella parola nobile, i valori dell'Occidente, c'è un fatto molto meno nobile e mai nominato, ovvero l'egemonia americana. Gli americani bianchi, culturalmente, sono un'evoluzione del pensiero europeo, mescolato a ciò che hanno trovato e in gran parte distrutto nel loro cammino verso il West. Ma dal 1945 quella propaggine americana dell'Europa è diventata la capitale che comanda l'alleanza. E all'Europa è toccato accettare una definizione benevola che la mettesse alla pari: siamo tutti l'Occidente. Una parola generosa che nascondeva una gerarchia.

 

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Occidente, in fondo, è il nome di cortesia che abbiamo dato all'americanizzazione del mondo attraverso la globalizzazione. È il velo diplomatico steso su un rapporto di potere.

È ironico che oggi i più accesi difensori dell'Occidente, in Europa, siano i sovranisti, gli stessi che, fino a ieri, guardavano a Washington come alla capitale della propria civiltà.

Washington, nel frattempo, li ha scaricati. Il protezionismo, l'isolazionismo, il disprezzo per gli alleati europei hanno lasciato i nostri sovranisti nella posizione dell'orfano che chiama un padre che se ne va. Continuano a invocare l'Occidente come un bastione di valori proprio mentre la potenza che teneva in piedi quel bastione annuncia che non le interessa più.

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E che nel Golfo scopre di non avere abbastanza missili per difenderlo.

È il funzionamento abituale della parola. Quando le cose vanno bene è un club aperto a chiunque ne accetti le regole, quando si mettono male si richiude nel perimetro originario e sforna libri su quanto era superiore.

 

[...] e allora cosa mettiamo al posto dell'Occidente? Semplice, si può dire Europa invece che Occidente, e Nord globale invece di "mondo libero", termini più onesti.

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Quando mi viene spontaneo di dire "occidentali", per deformazione di anni, mi correggo con una definizione per me più percepibile: "europei e anglosassoni". Ma il punto non è la parola, è ciò che le chiediamo di reggere.

 

[...] Ma la Terra della Sera, l'Abendland, non deve per forza essere vissuta come un tramonto da temere.

Se si smette di fingere che sia un bastione eterno, il tramonto torna a essere quello che è sempre stato prima che qualcuno ne facesse una bandiera, semplicemente l'ora in cui la luce cambia, si fa più obliqua e più dolce, e ci prepara alla notte senza che questo sia una sconfitta.

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Dopo ogni notte, puntualmente, torna l'alba. Che viene da Oriente, un'altra parola, anche quella, che abbiamo trasformato in una gabbia, e che invece voleva dire soltanto: la direzione da cui arriva di nuovo la luce. Bisogna guardare in quella direzione con più attenzione e meno paura, verso un'Asia che non comincia a Mosca e non finisce a Pechino, per capire dove si sta spostando il futuro. [...]

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