DAGOREPORT – CON SALVINI ALLE CORDE, TAJANI ALLO SBANDO, VANNACCI IN AGGUATO, BASTEREBBE UNA…
SESSANTOTTO PER TRENTO – HA DELL’INCREDIBILE COME L’ATENEO DI UNA PICCOLA CITTÀ AI CONFINI DEL BELPAESE SI TRASFORMI IN UNA VIVACISSIMA E FREMEBONDA SORBONA ALL’ITALIANA – L’OCCUPAZIONE NEL 1966 DELLA PRIMA FACOLTÀ DI SOCIOLOGIA FA DI TRENTO MITO E MIRAGGIO DELLA CONTESTAZIONE STUDENTESCA NAZIONALE, CULLA DELLE LOTTE EXTRAPARLAMENTARI, EPICENTRO DEL FEMMINISMO ITALIANO E PUNTO DI PARTENZA DELLE BRIGATE ROSSE – LA TRENTINEIDE DI UNA GIOVENTÙ CHE VOLEVA ROVESCIARE IL MONDO, INCENDIARE IL PAESE, PER POI ACCONTENTARSI DI UNA POLTRONA AL “CORRIERE” (MIELI) O DI UNO SCRANNO IN PARLAMENTO (CAPANNA), LA TROVATE NELLA PAGINE DI ‘’VIETATO OBBEDIRE’’, NARRATA CON RITMO TARANTINESCO DA CONCETTO VECCHIO… - VIDEO
Estratti da “Vietato obbedire” di Concetto Vecchio, Utet editore
vietato obbedire di concetto vecchio
Sui muri della facoltà sono comparse strane scritte, PROIBITO PROIBIRE, NON VALE LA PENA TROVARE UN POSTO IN QUESTA SOCIETÀ, MA CREARE UNA SOCIETÀ IN CUI VALGA LA PENA TROVARE UN POSTO, E UNA IN FRANCESE, CE N’EST QU’UN DÉBUT, CONTINUONS LE COMBAT.
Il direttore Francesco Alberoni si è ritrovato la porta imbrattata di vernice: ATTENTI AI CAGNONI, PISCIANO SUGLI ALBERONI. Non se l’è presa. In apparenza non se la prende per nulla, è anche lui del movimento studentesco, o così almeno lascia intendere.
Il brillante studente pugliese Vincenzo Rutigliano, che di aiuti proprio non avrebbe bisogno, ha minacciato il professor Izzo, reo di non avere voluto sottostare alla regola del 27 politico per i suoi compagni: «Ti butto dalla finestra».
Alberto Izzo non ci ha dormito la notte e all’indomani è corso in lacrime dalla giovane
assistente Chiara Saraceno, mamma e sorella di tutti, studenti e docenti: «Chiara, questi sono pazzi!».
La Saraceno, lei non ha paura, anche se gli studenti se li ritrova davanti alla cattedra a torso nudo, i petti villosi, e ascelle che effondono afrori insopportabili, le braghe corte troppo strette ai fianchi, le barbe incolte, l’aria di sfida esibita con sorridente protervia. «Ma come, vi presentate così, non è mica una spiaggia questa!» La canzonano. «Suvvia, Saraceno, non sia sessualmente repressa!»
Ha ventisette anni, viene dalla Cattolica di Milano, da poco si è laureata in Filosofia. L’ha portata a Trento Alberoni, insieme al marito, Gian Enrico Rusconi. Magra e graziosa, trascina con sé un’aria di estraneità nella piccola città: «Non vogliamo sociologi», le sussurrano piano nei bar, quando al mattino vi ordina il caffè.
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«Non si affitta ai sociologi», è scritto nei piccoli annunci dei giornali locali. Fuori gli ubriachi s’afflosciano sull’asfalto già alle otto del mattino.
La città è ai confini della nazione, cinta dalle montagne, tristissima, i muri neri di via Belenzani sono scrostati, l’acciottolato non è manutenuto, vi appare un’aria come di grigio. «Questo è il Sud del Nord», dice la Saraceno al marito. La maggioranza si esprime in dialetto con i due professori milanesi, anche l’illuminato presidente della Provincia Bruno Kessler, il fondatore di Sociologia, comunica in vernacolo. «Putei, avé finì de far comedie?».
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E intanto, dentro la vecchia sede di via Verdi, il mondo va a rovescio. Il professor Giampiero Bozzolato ha fatto 960 esami in quattro giorni, 28 a tutti, perfino agli operai della Michelin che non hanno mai messo piede in facoltà.
Non tutti si piegano ai desiderata della massa studentesca. Il professor Franco Carinci, giurista emerito, di fronte alle rumorose insistenze sul voto politico, una mattina sbotta: «Avete la lingua lunga e il cazzo corto!».
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Lo storico Pietro Scoppola invece se n’è andato dopo tre mesi: «Già a Rovereto sto in tensione». Gli studenti gli si presentano in aula con le giacche indossate all’incontrario, lo sfottono col saluto nazi («Hitlerjugend!» li apostrofa il professor Beniamino Andreatta, all’epoca consigliere di Aldo Moro, che definisce il movimento studentesco «fascistizzante»).
Scoppola non riesce a fare lezione: «Non ce la faccio proprio», confida al segretario dell’istituto, Tarcisio Andreolli. Se ne torna a Roma, nonostante i tentativi di Andreatta di trattenerlo. A Franco Fornari, psicoanalista freudiano, bruciano la cattedra. Tempi pazzi.
Perfino i preti, come Piergiorgio Rauzi e Franco Masserdotti, plaudono alla rivoluzione. Padre Masserdotti, una mattina, scorgendo la scritta DIO È UN P…! sui muri della facoltà vi aggiunge … E DUNQUE ESISTE!. Grosso scarabocchio sulla porta dell’ufficio del direttore Francesco Alberoni: LAURA TI AMO!. Laura Bonin, assistente in antropologia, la sua compagna.
Il capo dei rivoluzionari Mauro Rostagno, che va in giro in poncho, ha vergato questa parola d’ordine sulle pareti dell’ateneo: NON VOGLIAMO MANGIARE ALLA VOSTRA TAVOLA, VOGLIAMO ROVESCIARLA. La mattina, stropicciato dal sonno dopo una notte a discutere con i compagni alla Cantinota, fa il suo ingresso in facoltà urlando come Tarzan.
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La rivoluzione è un fantastico gioco che rapisce. Non bisogna mai dormire, chi è debole negli amori è deriso. Sesso e Marcuse, Teroldego e Durkheim. È come se non ci fosse più spazio per la malinconia.
Nell’estate del ’68, durante la Mostra del cinema di Venezia, i leader delle università di Trento (Marco Boato, Mauro Rostagno), Pisa (Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani), Torino (Guido Viale) e Pavia (Lanfranco Bolis), il nucleo storico che l’anno dopo darà vita a Lotta Continua, sono riuniti in assemblea permanente a Ca’ Foscari, poi, sul far della notte, prendono il vaporetto ed Ettore Camuffo ordina al pilota: «Comandante, vira verso Cuba». Risposta: «Magari!».
Le ragazze sono tutte bellissime, Cristina Volpin ha un collo bianco di seta in cui Adriano Sofri vorrebbe affondare i denti come un vampiro. Alberoni una mattina spunta con una catena di mucca attorno al collo. Così, per fare Carnevale. Giorgio Bocca anni dopo scriverà: «Come se fosse suonato un misterioso tam tam tutti gli avventurosi, gli utopisti, gli spostati, gli irrequieti della penisola si sono dati appuntamento a Trento».
Nella bacheca dell’università è affissa la convocazione per «una regolare frequenza al poligono di tiro di Sardagna, necessaria materia didattica per il
rivoluzionario perfetto». Ma non è solo farsa intellettuale, teatro di un’élite. I ribelli sono anche i più studiosi, i più avidi di sapere del mondo. E il mondo si può finalmente cambiare.
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A un certo punto l’onda rossa sembra inarrestabile. Anche chi è giunto a Sociologia con le monete del duce in tasca finirà per diventare comunista. Alla mensa c’è una tizia tosta, Claudia Rusca, che ad alta voce legge il Libretto rosso di Mao, viatico rivoluzionario al pranzo e alla cena, e quasi tutti l’applaudono.
Lo studente Maurizio Magnabosco, figlio di un impiegato statale di Asiago, pur socialista nenniano, non approva quegli eccessi, ma tace «per conformismo». Nel 1980 sarà capo del personale della Fiat.
Anche chi non partecipa alla contestazione, come il varesino Pierangelo Cerana, futuro direttore del personale alla Whirlpool, un manager che si ritroverà a lavorare in ventisei paesi del mondo, porterà in dote l’esperienza di Sociologia, tanto da indire concorsi di poesia tra gli operai: «Se non avessi frequentato l’università di Trento tra il 1966 e il 1971 avrei fatto meno carriera».
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Le ragazze per la prima volta girano con i calzoni all’americana, che a Berkeley chiamano jeans. E fumano! E portano minigonne Mary Quant (che hanno fatto la loro comparsa nel 1964). In città dicono che il professor Alberoni, medico allievo di padre Agostino Gemelli, porti il ricettario nel borsello e prescriva alle studentesse la pillola.
Sarà vero? Lo vedono allontanarsi leggiadro in Spider verso la casa di via della Spalliera, su, oltre il castello del Buonconsiglio, in collina, dove la sera tiene lezioni sullo Stato nascente, ergendosi sulla sedia, davanti a platee di giovani con le bocche spalancate. Una mattina il direttore si ritrova la Spider verde coperta dalle svastiche. Il bidello Emanuele Stablum glielo fa notare: «Professore, ha visto?». «Ma cosa vuole che sia! Anzi lasciamole così, sono belle.»
Nell’aula 5 si ritrovano le femministe, la Saraceno, l’Elena Medi, la Silvia Motta, la Leslie Leonelli, Agnese Gatti, Pia Serafin, Luisa Abbà, agli uomini è vietato l’ingresso, una mattina Stablum socchiude la porta con circospezione: «Aiuto, un maschio! Un maschio!». E la richiude lesto.
Leggono Betty Friedan e le femministe americane.
È il disvelamento di un’identità nuova, un oblò su un mondo impensabile ancora qualche anno prima. Pare che persino le mestruazioni dolorose siano un prodotto culturale. Margaret Mead ha studiato le tribù primitive scoprendo che a quelle latitudini il flusso è indolore. Ma il professor Giovanni Bellone ghigna: «L’economia non è roba da donne, per lei signorina solo un 29, anche se meriterebbe la lode». Anni dopo sposerà una studentessa, Giuliana Sellan.
margherita cagol renato curcio
La nascita di Sociologia, nel novembre 1962, è contestuale alla riforma scolastica della scuola dell’obbligo che introduce la media unica, obbligatoria sino ai quattordici anni. Sette anni dopo, anche per effetto delle rivendicazioni studentesche, sarà sancita la liberalizzazione dell’accesso all’università, cioè la libertà di iscriversi a qualsiasi corso universitario per chi sia in possesso di un diploma di scuola media superiore. Trento anticipa tale novità, segnando l’emersione di un ceto sociale medio e popolare.
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Marco Boato è figlio di un capomastro, Renato Curcio suo padre l’ha conosciuto a undici anni. Moltissimi iscritti provengono dagli istituti tecnici, dalle ragionerie: l’83 per cento delle matricole nel 1968-1969 non viene dai licei. L’istituto di Scienze sociali, dopo Agraria ed Economia e commercio, è la terza facoltà che li accetta, previo esame di ammissione: la prima di tipo umanistico.
I figli della contestazione si sono così affrancati dai padri, che li volevano avvocati o dottori commercialisti, per popolare un istituto inizialmente privo di riconoscimento giuridico e per studiare una scienza nuova che non si sa che sbocchi professionali potrà dare.
Si è aperta una breccia nella fortezza classista del sistema universitario italiano. Dirà anni dopo il professor Pierangelo Schiera: «Con Sociologia Trento è stata l’ultima università di élite, ma anche la prima università di massa».
Tra gli irregolari del movimento studentesco ci sono anche sparuti figli della ricca borghesia come Michele Brambilla, rampollo della dinastia dei Pirelli, che volantina davanti ai cancelli della Michelin tra la gelida diffidenza degli operai: «Ehi tu, ricco Pirelli, cosa ci fai qui?».
A Silvia Cadsky, la reginetta dell’ateneo, figlia di un facoltoso commerciante di frutta di origine ceca, fidanzata storica di Rostagno, non perdonano il privilegio di girare con l’auto della ditta di papà, un’Autobianchi nuova di zecca. Quelli del movimento gliela sequestrano dopo due giorni. Papà Paolo verrà a riprendersela di corsa, rifilando due ceffoni a quella figlia così incauta con gli averi di famiglia.
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La sera alla Cantinota però anche gli irregolari di buona famiglia ordinano un mezzo risotto per mancanza di soldi. Ettore Camuffo è figlio di un gallerista di arte contemporanea di Venezia e Marianella Pirzio Biroli viene da una famiglia di generali e di mercanti, ha vissuto in Brasile e Minnesota, lei e la Cadsky sono fra le poche che parlano un inglese fluente.
Rostagno è circondato da fidanzate. Un giorno i compagni lo portano in pellegrinaggio alla Statale e una dopo l’altra le compagne milanesi si gettano ai suoi piedi. Marianella è la sua prima conquista a Trento, per lei lascia una tipa di Milano, ma ha già avuto una moglie e una figlia. Marianella cede dopo un corteggiamento durato quattro mesi, conquistata da un regalo prezioso: I manoscritti economico-filosofici di Marx.
Rostagno gliel’ha presentato Renato Curcio: «Devi conoscerlo, è uno di “Quaderni rossi”». L’incontro avviene alla Cantinota. Vanno a vivere insieme in una mansarda di via Cavour come marito e moglie. Alcuni del movimento sono inorriditi: Marianella concubina di un uomo sposato e con prole! Marianella se ne frega, è libera e forte.
Per quanto scapestrata la facoltà di Trento non cederà il passo alla violenza. È piuttosto un luogo dove si celebra un grande happening. Una delle centrali della contestazione dove più forte sarà la presenza dei cattolici dissidenti e minore l’influenza dei marxisti-leninisti.
Anche se poi gli studenti-adepti di quest’ultimo filone, Renato Curcio, la veronese Paola Besuschio – che nella primavera del 1978 sarà proposta per uno scambio di prigionieri con Aldo Moro –, Duccio Berio, che con Curcio fonderà a Milano il Collettivo politico metropolitano, antesignano delle Brigate rosse, Vanni Mulinaris, membro del Superclan (il
gruppo di lotta armata fondato da Corrado Simioni) approderanno sulle sponde del terrorismo rosso.
È in via Verdi che Alberto Franceschini, un ragazzo di Reggio Emilia, figlio di comunisti, conoscerà per la prima volta Curcio, che distribuisce il Libretto rosso di Mao. Perciò Sociologia è spesso additata come culla delle Br. Non è così. Le Brigate rosse sono nate a Milano nell’autunno 1970, quando Curcio e Margherita Cagol hanno lasciato Trento già da un anno.
L’Italia dei primi anni sessanta, quando i ribelli del movimento studentesco annunciano di voler rovesciare il mondo, trova la sua emancipazione dalla povertà. Cessa di essere un paese con forti componenti contadine, divenendo una delle nazioni più
industrializzate d’Occidente. Tutto è successo in fretta, forse troppo. Una rivoluzione sociale prepotente. Il consumismo esplode.
Nel ’65 metà degli italiani possiede un televisore, il 23 per cento una lavatrice, le auto in circolazione sono ormai cinque milioni e nel ’64 si scopre che le case in costruzione sono 450 000. Nel ’63 dal Mezzogiorno agricolo sono salite al Nord 287 000 persone in cerca di lavoro, sei anni dopo la Fiat sarà la più grande fabbrica d’Europa, quaranta chilometri di catene di montaggio per 55 000 dipendenti, l’85 per cento dei quali operai.
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Sembra che il progresso non debba mai avere fine. E a questo servono i sociologi, a capire le dinamiche di una società che cambia a passi rapidi, più rapidi di quanto ci si potesse aspettare ancora pochi anni prima. Kessler l’ha intuito pur stando sulle Dolomiti, e sogna di formare i quadri dirigenti fedeli al centrosinistra.
Già nel 1961 la forza-lavoro nell’agricoltura rappresenta solo il 30 per cento delle persone occupate, meno di terziario (32 per cento) e industria (38 per cento). Il boom è sorto anche grazie al basso costo del lavoro.
È spuntato l’operaio-massa, alienato, prigioniero dell’ingranaggio capitalistico come dicono quelli de Il Potere operaio di Pisa. Li guida un giovane a cui inizialmente importa poco degli studenti, cresciuto com’è alla scuola operaista di Raniero Panzieri. Si chiama Adriano Sofri.
Di nuovo c’è che la sopravvivenza in qualche modo è assicurata, ci si può dedicare ai valori post-materialisti. Hai la pancia piena e puoi scendere in piazza contro il Vietnam. Perfino le star del calcio scoprono la protesta, fondando un loro sindacato: l’Associazione italiana calciatori, nata il 3 luglio 1968.
L’Italia celebra gaia la sua ricchezza, ma è un paese di aperte contraddizioni quello che si presenta agli occhi di chi ha vent’anni: alla radio puoi ascoltare i Beatles che cantano Love Me Do, portano i capelli lunghi o a caschetto come femminucce («Che orrore!» dice Elsa Morante), ricorda Marta Boneschi ne La grande illusione.
21 milioni di italiani sono rimasti incollati davanti alla tv a seguire Canzonissima, trionfa la Dolce vita, si balla il twist e lo shake, ma la polizia ti può spiare senza autorizzazione, il Sifar (Servizio informazioni forze armate) scheda le personalità della politica, metà degli italiani non legge nulla, separarsi dal coniuge è vietato, abortire è reato, e il magistrato Carmelo Spagnuolo sequestra film come L’avventura di Michelangelo Antonioni per una scena di amore sulla massicciata ferroviaria tra Gabriele Ferzetti e Monica Vitti.
Spagnuolo nel ’66 supera se stesso sequestrando anche “La Zanzara”, la rivista del liceo Parini, a cui collaborano i giovanissimi Vittorio Zucconi e Walter Tobagi, per un’inchiesta sui rapporti prematrimoniali.
L’università dei baroni, tutta Croce e Gentile, resiste per un po’ anche a Trento, è quella del professor Gino Barbieri, che chiede allo studente Magnabosco: «Lei sa dirmi di che colore erano le calze del vescovo Raterio di Verona?».
L’università è, al pari di famiglia chiesa politica, l’autorità, e l’autorità va irrisa, abbattuta.
«Queste aule sono il nostro Vietnam», proclama Rostagno. Alberoni vuol cambiarla, lavora per un ateneo mitteleuropeo, moderno, non convenzionale, perciò introduce materie nuove come psicoanalisi, psicologia, criminologia.
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Gli studenti ora si nutrono di Lacan, Adorno, Wright Mills. Finalmente s’insegna Marx. È l’unico corso in Italia. È affidato a Chiara Saraceno. Quando glielo fanno notare Alberoni fa spallucce: «Marx? Perché no?».
La rivoluzione, a ogni modo, sembra imminente. La notte di Italia-Germania 4-3, 17 giugno 1970, piazza Duomo a Trento è invasa di tricolori e vessilli di Cuba e Vietnam.
Svegliato dall’improvviso frastuono (sono quasi le due) il medico Silvio Termine, siciliano di Enna, comunista, abbandona la sua casa-ambulatorio di galleria Adria, e s’avvia ciabattando verso la fontana del Nettuno. Ignora l’esistenza di Gianni Rivera e di fronte al mare di bandiere rosse, più rosse che tricolori, sventolate dagli studenti, chiede felice al giovane giornalista Franco Filippini: «Minchia, Franco, che è scoppiata finalmente la rivoluzione?». «Dottore, abbiamo battuto la Germania! Siamo in finale.» «Vaffanculo, l’Italia.» E si allontana scorato dopo essersi acceso una Peer.
CHIARA SARACENO
margherita cagol
gian enrico rusconi
mauro rostagno 2
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marianella pirzio biroli
occupazione della facolta' di sociologia dell'universita' di trento 5
occupazione della facolta' di sociologia dell'universita' di trento 6
occupazione della facolta' di sociologia dell'universita' di trento 3
occupazione della facolta' di sociologia dell'universita' di trento 1
franco fornari
occupazione della facolta' di sociologia dell'universita' di trento 2
francesco alberoni
pietro scoppola
renato curcio 3
adriano sofri
maurizio magnabosco
renato curcio 1
beniamino andreatta
GIAN ENRICO RUSCONI
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