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the devil in the kitchen bio di marco pierre white
MASSIMO BOTTURA
Massimo Bottura per ''TuttoLibri - La Stampa''
Trenta anni fa non c' era internet, le informazioni circolavano con più difficoltà di oggi, i quotidiani stranieri arrivavano giorni più tardi. Di Marco Pierre White si cominciò a parlare in Italia nel 1995, quando prese la terza stella Michelin, a soli 33 anni. Uno degli chef più giovani di sempre a conquistare il più alto riconoscimento della guida rossa francese. La strada era stata aperta poco prima dalla pubblicazione di un libro rivoluzionario, non a caso intitolato come l' omonima canzone dei Velvet Underground: White Heat . Mai si era visto contrasto più violento con l' immagine, allora corrente, del cuoco incolto e alla buona.
Capelli lunghi sino alle spalle e sigaretta incollata sulle labbra, Marco prese tutti di sorpresa, improbabile incrocio tra un adolescente preraffaellita e un post punk strafottente. In quei tempi gli sguardi si volgevano semmai verso la Spagna del catalano Ferran Adrià e al suo modello: quello di una cucina creativa più spinta e tecnica, che giocava con colori e consistenze rivoluzionando alla radice i fondamenti su cui tutti i cuochi avevano studiato. Una sorta di rivoluzione copernicana che ha poi influenzato non poco l' intera gastronomia mondiale. E forse anche per questo in quel momento si faticò a comprendere le ragioni del classicismo che animava il cuoco inglese.
Eppure, nella sua nascosta lettura della grandeur culinaria francese, io ho visto, col senno del poi, la stessa frenesia creativa, la vita messa in gioco in un possibile superamento della propria arte, il «live fast die young», parola d' ordine punk, ritrovata una decina d' anni più tardi nel modo di esprimersi di Inaki allo «Chateaubriand» di Parigi. Inaki, ovvero il basco creatore della rivoluzione inarrestabile dei nuovi bistrot, quella che in seguito sposterà l' attenzione da tavole eminentemente borghesi, dai ristoranti con le tovaglie di fiandra e i calici di cristallo ai tavoli spogli del «no frills» in cui l' attenzione è spostata solo sul piatto.
Tutto questo e tanto altro lo si capisce leggendo The Devil in the Kitchen , la formidabile autobiografia di Marco Pierre White finalmente tradotta in italiano da Giunti. Ci sono tutta la storia, le materne radici italiane, le umilissimi origini, la voglia di riuscire, di sfondare deterministiche barriere sociali. Distaccandosi dalla mischia, battendo i Maestri Francesi sul loro proprio terreno. Ma senza mai aver messo piede in Francia! Marco rubò il «Piede di porco farcito alle animelle» di Pierre Kofmann, sublimandolo in una versione ancora più tecnicamente estrema e personale.
Più che una variazione una ricreazione totale, come una cover di uno standard jazz o un remix nella musica elettronica attuale. La stessa energia che, nonostante la poca differenza di età, gli consentirà di essere il mentore di quel Gordon Ramsey che in seguito conquisterà il piccolo schermo, dando vita ad un' ulteriore rivoluzione e portando, nel bene e nel male, una nuova immagine nelle case di tutti.
Se chiedete al mio amico Andrea Petrini che ha, tra l' altro, scritto l' introduzione a The Devil in the Kitchen , lui ribatterà che Marco è stato il primo a praticare il citazionismo radicale. Ad aprire le porte a GELINAZ!, il gruppo d' avanguardia culinaria, ossessionato dalla copia della copia, dal morphing, dalla serializzazione sempre differente di un piatto originale, gruppo del quale sono uno degli storici cofondatori. Così Pierre White ha cambiato l' identità del cuoco e i suoi riferimenti culturali e ha contribuito a costruire parte della nuova cucina contemporanea. Questo va ricordato e per questo vale la pena di leggerlo.
P.S.: «Lascia che la gente copi o fotografi i tuoi dipinti. Distruggi gli originali». Yoko Ono, 1964.
marco pierre white
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