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NO VERMOUTH, NO PARTY! - CHIUDE OGGI LA TERZA EDIZIONE DEL SALONE DEL VERMOUTH A TORINO: AL MUSEO DEL RISORGIMENTO E' ANDATA IN SCENA UNA...MARATONA ALCOLICA - LA SORPRESA È STATA LA PROVENIENZA GEOGRAFICA DI ALCUNI PRODUTTORI: SAPEVATE DELL'ESISTENZA DI UN VERMOUTH CALABRESE? - FU INSIGNITO DELLA QUALIFICA DI “FORNITORE DELLA REAL CASA” A FINE OTTOCENTO CON TANTO DI STEMMA DEI SAVOIA SULLA BOTTIGLIA...
Fabio Ciucci per Dagospia
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Chiude oggi, con un lunedì extra dopo i sold-out di sabato 21 e domenica 22 febbraio, la terza edizione del Salone del Vermouth a Torino. Il vermouth nasce a Torino duecentoquaranta anni fa, nel 1786, grazie a Antonio Benedetto Carpano, che mescolò vino bianco (Cortese) con erbe e spezie, dando vita a una bevanda dal gusto unico.
Il nome "vermouth" deriva dal tedesco Wermut, che significa "assenzio", uno degli ingredienti principali della ricetta originale. Dal 2017 esiste anche un disciplinare del Vermouth, in particolare del Vermouth Superiore di Torino, che prevede l’utilizzo di vino e di erbe piemontesi in percentuali stabilite. I vermouth sono di quattro tipi: bianco extra dry (max 30 gg di zucchero litro), bianco dry (60 grammi litro), bianco dolce e rosso (da 130 grammi litro).
Dopo questo necessario preambolo veniamo alla manifestazione che ha avuto la sua cifra principale nella sorpresa, con ben trentadue espositori, un po’ da tutta Italia. Presente il gotha dei produttori torinesi insieme a tante etichette meno conosciute per il grande pubblico, ma molto rispettate tra i cultori del genere.
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Al Museo del Risorgimento, suntuosa location, mi sono sottoposto ad una vera e propria maratona alcolica, visitando ventuno banchi in due ore e mezza, sostenuto da due litri d’acqua e quattro tramezzini torinesi.
Non ho provato tutto, ma quasi. In aggiunta, per un delirio quasi completo, molti dei produttori avevano portato anche il loro amaro (la produzione del vermouth e dell’amaro è molto simile, per l’amaro si parte dall’alcol anziché dal vino), il loro bitter e in alcuni casi anche il loro gin. Ovviamente ho assaggiato tutto!
La prima sorpresa è stata la provenienza geografica dei produttori, in particolare mi ha colpito la storia di un vermouth calabrese che fu insignito della qualifica di “fornitore della Real Casa” a fine ottocento con tanto di stemma dei Savoia sulla bottiglia, Giacobini (1879), che produce il suo vermouth secondo la ricetta originale utilizzando vitigni autoctoni (per il rosso il Gaglioppo, per il bianco un blend di Greco Bianco e Mantonico), zucchero d’uva e botaniche locali, per un risultato clamoroso, tanto da essere stato nel milleottocento l’unico fornitore dei reali al di fuori del Piemonte e ancora oggi premiato a livello internazionale.
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C’erano anche vermouth rossi toscani a base di Sangiovese e abruzzesi a base di Trebbiano, vermouth con e senza caramello (il caramello serve per stabilizzare il colore e laddove serve per integrare il grado zuccherino), una varietà di botaniche impressionante.
Molto sorprendente una varietà di inconsueto bitter bianco (di Strucchi) che unita al loro vermouth bianco ha dato luogo ad un ineditissimo cocktail Milano-Torino total white, stagionato da tre mesi in una botticella da 5 litri da dove veniva spillato, una delizia rara!
Altra sorpresa è stata la “verticale” organizzata al banco dell’etichetta Carlo Alberto, dove veniva offerto un pairing gastronomico: con il vermouth dry in abbinamento grissini con salame, con il tramezzino al tonno il vermouth bianco e con il gianduiotto il vermouth rosso. Top!
Al banco dei distillatori Mazzetti (famosi per le grappe) c’era il vermouth, il loro strepitoso bitter rosso e un gin da ben 46 gradi, inevitabile quindi sperimentare al volo un Negroni “bomba” by Mazzetti che veleggiava sui 30 gradi, roba forte!
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Mi hanno sorpreso (perché non li conoscevo, sia chiaro) Canone Occidentale e Ballor per l’equilibrio e la qualità di tutta la linea, Ballor è il marchio di un altro distillatore di grappa famoso, Bonollo. Altri famosi come Carlo Alberto, Chazalettes, Strucchi si confermano top, con molti altri che non cito solo per motivi di spazio.
Curiosissimo il caso del vermouth rosso dell’Antiquario Fané di Torino, che di mestiere fa altro come dice il nome, ma che si è cimentato con un sapienza e gusto anche in questo campo.
Per concludere la mia personalissima classifica delle bottiglie più sorprendenti (erano tutte buone, molte buonissime):
vermouth extra dry di Carlo Alberto (da uve Erbaluce 100%) e quello di Chazalettes (100% Cortese, erbe alpine), vermouth bianco di Cascina Tetti Battuti (75% Chardonnay di produzione propria) e quello di E Bon (100% Arneis), vermouth di Torino rosso superiore di Mu (da Barbera e Cortese) e quello di Canone Occidentale (da 100% vino Dolcetto) ed extra concorso la superstar degli amari il Centoerbe di Ballor, il bitter rosso di Mazzetti e il bitter bianco di Strucchi, il peposissimo gin senese Citto.
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Buone bevute a tutti i lettori di Dagospia!
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