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    E QUATTRO! CON LA NOMINA DEL FRANCESE STÉPHANE LISSNER AL SAN CARLO DI NAPOLI GLI STRANIERI ALLA TESTA DEI GRANDI TEATRI D’OPERA ITALIANI HANNO FATTO POKER DI SOVRINTENDENTI (GLI ALTRI SONO SCHWARZ, PEREIRA E MEYER) – LE NOMINE DI PEREIRA E DI LISSNER SONO 2 OPERAZIONI D’IMMAGINE DEI SINDACI CHE LE HANNO FATTE, NARDELLA E DE MAGISTRIS. E QUI SCATTA L’ENNESIMA OCCASIONE DI RIMPIANGERE LA PRIMA REPUBBLICA…


     
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    Paolo Albiani per Dagospia

     

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    E quattro. Con la nomina del francese Stéphane Lissner al San Carlo di Napoli gli stranieri alla testa dei grandi teatri d’opera italiani hanno fatto poker di sovrintendenti. Gli altri sono il tedesco Sebastian Schwarz al Regio di Torino, l’austriaco Alexander Pereira in arrivo al Maggio Musicale Fiorentino e un altro francese, Dominique Meyer, alla Scala. Quattro su quattordici fondazioni lirico-sinfoniche: non era mai successo.

     

    Per carità: una reazione sovranista modello “fuori lo straniero”, benché magari anche simpaticamente risorgimental-verdiana, sarebbe talmente banale e sciocca che infatti non l’hanno avuta nemmeno i sovranisti più banali e sciocchi, anche perché notoriamente la cultura in generale e l’opera in particolare non portano voti. Viene però da chiedersi a cosa servano gli innumerevoli corsi e lauree e master in management musicale delle università italiane se poi si fa un ricorso così massiccio all’importazione. Due dei quattro (per la precisione Pereira e Lissner), poi, sono pensionati o quasi, il che fa dell’Italia il nuovo paradiso della terza età dei signori dell’opera, una specie di Portogallo dei sovrintendenti.

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    La realtà, banalmente, è un’altra: a parte Meyer, che non era la prima scelta di nessuno, e che è stato nominato quando i veri candidati delle due fazioni in lotta dentro il CdA della Scala hanno eliminato l’una il candidato dell’altra, e Schwarz, chiamato dai grillini di Torino a rimediare ai disastri del sovrintendente grillino che ci avevano messo prima, le nomine di Pereira e di Lissner sono due operazioni d’immagine dei sindaci che le hanno fatte, Nardella e De Magistris.

     

    Dei loro progetti, delle loro qualità, delle loro idee estetiche i primi cittadini non sanno nulla, concesso e non dato che interessino. Quel che interessa è soltanto esibire il grande nome. E certo sia Pereira che Lissner sono grandi nomi e grandi professionisti. In effetti, perfino troppo per le realtà che vanno a dirigere, teatri dal glorioso passato ma dalla presente molto meno glorioso, gravati da mille problemi, per esempio il colossale debito di Firenze. Per chi arriva dalla Scala passando per Zurigo e Salisburgo (Pereira) o dall’Opéra passando per Aix e la Scala (Lissner), Maggio e San Carlo sono realtà piccole e provinciali, sottodimensionate.

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    E qui scatta l’ennesima occasione di rimpiangere la Prima repubblica. I suoi partiti lottizzavano selvaggiamente come fanno peraltro gli attuali. Ma almeno avevano dei responsabili cultura (specie il Pci, ma anche i socialisti) che conoscevano un minimo quel mondo. Oggi dentro i partiti non c’è letteralmente nessuno che sappia dove mettere le mani. Quindi nei grandi teatri italiani girano o i soliti vecchi nomi, oppure si fa appunto ricorso all’usato sicuro dei manager stranieri a fine carriera. Ma così una generazione di italiani più giovani non crescerà mai.

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    E la delusione raddoppia perché in Italia la provincia dell’opera è piena di manager svegli e scafati, gente che sa utilizzare al meglio risorse sempre più ridotte, sa trovarne altre coinvolgendo gli sponsor, sa usare la comunicazione, social compresi, sa coinvolgere la comunità e realizzare progetti educativi e sa perfino dove mettere le mani dal punto di vista artistico. Gente che quindi meriterebbe la promozione in serie A, alla guida di qualche teatrone. Basta guardare a quel che stanno facendo Luciano Messi e Barbara Minghetti a Macerata, Francesco Micheli a Bergamo, Cristina Ferrari a Piacenza, Stefano Vizioli a Pisa, Corinne Baroni a Novara, giusto per fare nomi che Nardella o De Magistris non hanno mai sentito nominare (per tacer di Franceschini, ovvio).

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